L’editing e la mia esperienza

Vincenzo Latronico



Ricevo e volentieri pubblico questo intervento di Vincenzo Latronico, che ha esordito nel 2008 con il romanzo "Ginnastica e rivoluzione", Bompiani (C.B.)

Cara Carla Benedetti,

ho letto con interesse quello che negli ultimi giorni si è scritto, sul "Primo Amore", a proposito di editing (qui e qui)

Appartengo al gruppo degli scrittori "editati" – seppur, come dirò, in modo molto diverso da quanto ha fatto, ad esempio, Lish – e confermo la tua accusa: di editing si parla poco, almeno da parte degli scrittori (per quanto io sappia), e quando lo si fa è spesso per opporre un rifiuto molto netto o, viceversa, per cantare le lodi della forma di irresponsaibilità garantita dalla consapevolezza di avere qualcuno che ci penserà al posto mio. L’esperienza di editing che ho avuto con il mio primo romanzo non è rispecchiata da nessuna di queste posizioni.

Il rifiuto di ogni intervento diverso da quello dell’autore è, in genere, motivato con un appello all’autorità (appunto), che nega legittimità ad ogni intervento altrui, per dir così, a priori. Penso, ad esempio, all’appassionata (e nel complesso molto coerente) invettiva contro l’editing che fa Massimiliano Parente a un certo punto di Contronatura. Questa posizione non mi ha mai conquistato del tutto, perché personalmente, da scrittore alle seconde armi, non credo di essere in grado di tracciare una linea molto precisa fra l’intervento altrui e la mia decisione (influenzata da qualcosa che ho letto, o da un commento, o da un brandello di conversazione sentito al bar) di ripensare a qualcosa che ho scritto.

Un esempio: ho letto alcune pagine di quello che sto scrivendo ad un amico. Al termine della lettura, si è complimentato con me per la scelta di citare, nella descrizione di un certo personaggio femminile, quella che Roberto Bolaño fa di Liz Norton sotto la pioggia all’inizio di 2666. Non mi ero reso conto di aver citato quel passaggio (che pure conosco), e tuttavia, appena me lo ha fatto notare, mi sono accorto che l’influenza era molto evidente, e ho deciso di riscrivere quel pezzo.

Ovviamente si trattava di pagine che avevo appena scritto, e probabilmente (o forse no?) rileggendole me ne sarei accorto (fra l’altro, questi plagi inconsapevoli mi capitano spessissimo) e sarei intervenuto. Ma questo, mi sembra, si può qualificare come una forma, molto blanda e sì, "maieutica", di editing. Per quanto mi riguarda, l’intervento mi è stato gradito: e mi sembra che tanto basti a desiderare argomenti contro l’editing invasivo che non costringano a delegittimare interventi come questo. Deve essere possibile distinguere.

Si potrebbe, volendo, considerare il rifiuto radicale di ingerenze nel testo come prodotto di una certa metafora della scrittura: la metafora del creatore, che a proprio indiscutibile arbitrio dispone delle sorti delle sue creature. In questo caso, la posizione di chi vede nell’editing una comoda deresponsabilizzazione e una facilitazione del lavoro dello scrittore sembrano – come nel caso di Buttafuoco da te citato – riflettere una metafora della scrittura come fase di una filiera di produzione industriale. Un mio compagno di università ha lavorato, per alcuni mesi, al controllo qualità di una ditta di servizi. Dopo i primi giorni di lavoro, a cena, gli ho chiesto se non temesse di trovarsi in un rapporto conflittuale con i colleghi (suoi pari grado) che era suo compito "bacchettare". Al contrario, mi ha spiegato, questi erano molto lieti della sua presenza: li toglieva dall’imbarazzo di ricevere un reclamo dai clienti, e dava loro la possibilità di migliorare le proprie competenze lavorative. In questo senso, posizioni come quella di Buttafuoco mi sembrano vedere nell’editor una specie di addetto al controllo qualità.

Non è un caso, mi pare, se l’argomento principale della cantilena in difesa degli editor "forti" si impernia proprio sull’aspetto industriale dell’editoria: il rapporto col grande pubblico, la derisione di un autore "asserragliato sulla sua torre d’avorio", spesso un caricaturale uomo di paglia in cui nessuno scrittore si potrà mai rivedere pienamente e la cui demonizzazione è del tutto funzionale alla produzione di un certo tipo di narrativa. Lo scrittore, in questo caso, è visto come una sorta di fornitore di contenuti, la cui forma andrà tuttavia dettata da una voce in contatto con i misteriosi "gusti del grande pubblico" e al riparo dall’influenza di pericolose mistificazioni intellettuali. Al di là della fuorviante categorizzazione forma/contenuto, questa impostazione mi sembra tradire completamente quella che è, o dovrebbe essere, la natura dell’attività dello scrittore.

Ma non solo. Ho sentito di autori che si consultano con gli editor (o gli agenti) addirittura sulla trama di ciò che scrivono, così abdicando persino al ruolo, già mesto e ridotto di suo, di fornitori di idee da scrivere in uno stile altrui. In questo caso la metafora industriale trova il suo compimento perfetto: è in atto una divisione del lavoro in cui i ruoli sono interscambiabili, e il cui prodotto finale è a tutti gli effetti frutto di una collaborazione quasi paritetica. Non conosco le prassi di editing di Sergio Claudio Perroni (che come traduttore, però, mi è sempre parso molto rispettoso ed attento): la sua aspirazione a partecipare del successo di certi romanzi a cui ha lavorato sembra, tuttavia, riflettere un’impostazione editoriale di questo tipo. Che, per fortuna, non è quella che ho incontrato io.

Il mio editing è stato una versione più completa e strutturale dell’osservazione casuale mossami dal mio amico. È consistito in una serie di incontri con una persona che aveva letto con molta attenzione il dattiloscritto che avevo mandato alla casa editrice. Il mio editor non ha mai lavorato direttamente sul testo. Quando ci vedevamo, nel corso di varie ore mi parlava dei dubbi che, "da lettore", aveva incontrato leggendo quello che aveva scritto. Se decidevo di modificare o di riscrivere qualcosa, glielo mandavo prima dell’incontro successivo. Altrimenti, no. Quando decidevo di mantenere inalterato un passo del romanzo mi chiedeva se avevo pensato alle sue osservazioni, e mi invitava a rispondervi. Ciò, tuttavia, non era indispensabile. Concluso l’editing, ho avuto un paio di mesi per apportare al testo le modifiche che preferivo, quindi è andato in stampa senza che egli neppure lo rivedesse.

Per certi versi, anche un operato così blando può essere visto come ingerente. Si potrebbe dire che ogni volta che ho accolto una sua osservazione (ce ne sono state) ho dato una piccola prova di essere uno scrittore imperfetto. È vero, lo sono. Mi sono convinto della bontà di molte delle critiche che mi sono state mosse. Non si è mai trattato, però, di critiche "costruttive", che indicassero cosa scrivere. Si è sempre trattato di critiche negative legate, immancabilmente, a specifici passi testuali, che era comunque mia facoltà serbare intatti. Posso dirmi certo che il mio romanzo ne sia uscito migliore – più vicino a quello che io stesso avrei voluto che fosse. Ripensando agli interventi che ho fatto in seguito alle considerazioni del mio editor, non ne "rimangerei" neppure uno.

Devo confessare di aver imparato, sì, dal mio editing. Quello che ho imparato è forse qualcosa di ovvio, di implicito nella stessa decisione di scrivere qualcosa, e che era mia colpa non avere già ben solido dentro di me prima di iniziare a scrivere: ho imparato che ogni virgola, ogni aggettivo, ogni personaggio deve essere difeso, e in quanto tale deve avere, per me, una ragion d’essere. Ho imparato ad essere meno pigro. Ricordo un saggio (possibile che fosse in appendice a un vecchio Sellerio?) intitolato Il chiodo e l’impiccato, in cui si teorizzava che se in una pagina di un romanzo veniva descritto un dettaglio di una stanza come un chiodo era necessario che, prima dell’epilogo, qualcuno vi si impiccasse. Non è questo il tipo di ragion d’essere a cui mi riferisco. Esiste, però – o almeno, esiste in me, e forse è una dimostrazione di immaturità artistica o di inadeguatezza – una pigrizia che scopro di avere quando scrivo, una tendenza a rinunciare, alle volte, a riscrivere ancora una volta una pagina di cui sono scontento, ad abbandonarmi a certi artifici in fondo facili facili – e che magari so essere d’effetto – quando non so come cavarmela con l’immaginazione e la forza del linguaggio. Sono queste pigrizie e queste tendenze che ha scovato il mio editor – non tutte (anzi, rileggendo oggi il mio romanzo, uscito appena due anni fa, vorrei proprio cantarne quattro allo scalcagnato ventitreenne che l’ha scritto), ma alcune. Invitandomi a rifletterci non mi ha in alcun modo deresponsabilizzato a loro riguardo, poiché potevo mantenerle intatte. Ha semplicemente sostituito la sua voce alla mia quando quest’ultima ha omesso di ripetere, ancora una volta, "Sei proprio soddisfatto di come ti è venuta questa pagina?"

La mia esperienza è, più o meno, questa. Una questione, certo, resta intatta: cosa distingue un editing di questo genere, ammesso che si tratti di un genere "sostenibile", da quell’intervento sul lavoro autoriale che è contiguo con la riscrittura, o addirittura la commissione di un testo? La facoltà di chi scrive di rifiutare un certo intervento? Ma l’esistenza di agenzie di editing a pagamento dimostra, se non altro, che molti autori sono ben contenti di sottoporvisi. Come mai?

Quale idea di letteratura sembra diffondersi, se è questo il modello proposto? Si risolve tutto nella tensione economica, nell’aspirazione alle classifiche? Cosa spinge un autore ad accettare (o rifiutare) di sottoporsi a un certo tipo di editing? La sua segreta virtù? L’offerta economica come contropartita, la consistenza del conto in banca prima di firmare? Basta o basterebbe la presenza di una certa editoria di qualità per diminuire la frequenza di queste rese incondizionate e di questi crolli? E se no, cosa?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica in teoria il 16 luglio 2009