La palude

Irene Campari



Fino a un mese fa, il blog di Beppe Grillo era al primo posto nelle classifiche italiane, poi è finito al terzo; da qualche giorno è al secondo. La tornata elettorale del 6-7 giugno era l’ultima chance di Grillo per entrare nell’agone sottoponendosi alla verifica del consenso con il coinvolgimento di persone esterne ai Gruppi, e agendo sul terreno invece che in rete. Quel che sta accadendo non mi stupisce; anzi, mi offre strumenti per rileggere un’esperienza personale e le sue asperità.
Con la richiesta di iscrizione al Pd Grillo ha scoperto un po’ di carte: un azzardo simile a una frustata che va oltre il ricevibile, e getta nella già melmosa e degradata politica un paradosso pericoloso. Parte di coloro che lo seguono – politicamente pochi mediaticamente tanti – non si porranno il più elementare degli interrogativi: qual è la dimensione politica e culturale dei protagonisti dell’operazione, della sua sostanza e del contesto? Ho letto dichiarazioni entusiaste di alcuni attori. Crozza ha dichiarato: «almeno lui qualche idea ce l’ha». Non stiamo parlando delle elezioni della segreteria del partito dell’anguria in un paesino di 300 abitanti, ma di quelle a capo della segreteria del maggior partito di opposizione di una delle 8 potenze economiche del pianeta, una delle economie e società che dovrebbero sostenere anche quelle dei paesi derelitti, una delle società che dovrebbe essere faro civile a quelle in bilico momentaneo o perenne, quelle democrazie a cui dovrebbe idealmente far riferimento il nuovo saggio di Amartya Sen sulla Giustizia, uno dei Paesi-miraggio per milioni di persone dell’Africa e dell’est europeo. Ci troviamo invece a lodare chi «ha qualche idea» per il fatto di averne (ammesso che sia così), mentre sull’altro fronte c’è lo sbeffeggiato internazionale che usa il terremoto in Abruzzo come foglia di fico – questa volta letteralmente –, colui che pentiti di mafia dal cognome sinistramente celebre indicano come destinatario di lettere di boss-calibro novanta. Colui al quale Craxi ha steso il tappeto rosso della Milano da bere, dei viaggi in comitiva pagati dallo Stato, delle feste in, della politica cortigiana delle amiche e degli amici. Lo stesso Craxi che Veltroni ha definito più innovatore e à la page di Enrico Berlinguer. Per favore, dite quello che ne avete voglia, ma la Storia lasciatela stare. Era rimasto un vuoto nel programma educativo della politica istituzionale italiana rivolto ai giovani, già riempito al 70 per cento dal premier, e andava colmato con il richiamo all’eredità aristocratica della politica nazionale di fine secolo. Veline, letterine, la Ferrari e Craxi. Che fa il paio con la dittatura dal basso di grilliana memoria. La dittatura delle aspiranti veline, letterine, e manigoldi che le usano? Perché questo è il basso. Come il basso è una società individualista fatta di «gente» che pensa per sé, a cavarsela come può e con mezzi anche i più discutibili per tirarci fuori gambe e portafoglio. Perché su quel "basso", bisogna intendersi bene. Temo però che lasciarlo nell’indistinto serva meglio lo scopo. "Cittadini" non è «gente» e non è «popolo». In democrazia quest’ultimo è sovrano se non accetta sovrani, altrimenti è solo massa di manovra.

La sciagura e il disastro

Osservo da fuori Grillo e il Pd. Se il primo insisterà con la nomenklatura Pd e la incastrerà nell’incapacità di trovare un modo nobile, non burocratico o vile di dirgli "No", sarà una sciagura. Sul fronte Pd siamo già al disastro. Non è però un disastro che possa compiacere. È solo da questa parte, e dalle sollecitazioni sincere che gli saranno riservate, che – onestamente – potrebbe venire la salvezza di questo disgraziato Paese. Mi rendo perfettamente conto di ciò che sto dicendo. Non faccio sconto alcuno, e non ne farò, ad un partito di cui si sa da tempo cosa pensi. È una semplice presa d’atto riconoscere che è il maggior partito di opposizione di centrosinistra (viste le leggi elettorali e lo stato in cui versa la sinistra). "Potrebbe": i verbi al condizionale sono d’obbligo. Perché mi impressiona vedere intere prime pagine di quotidiani dedicate – con la collaborazione energica del centrosinistra – alla boutade grillesca (e alle altre che si susseguono con ritmo impressionante in questi giorni) piuttosto che alla gravissima crisi economica, alla globale ingiustizia sociale o all’illegaltà diffusa. Se la classe dirigente del Pd attuale non è in grado di far fronte a colpi d’ariete assestati in pieno processo di reclutamento della nuova leadership, diventa un problema serio per tutti, che si somma a tutti gli altri problemi seri. Mi ha provata leggere sulla prima pagina di "La Repubblica" l’iscrizione al Pd di Grillo e solo molte pagine dopo i retroscena corleonesi della stagione delle stragi mafiose del 1993-94 in primis quelle di Via dei Georgofili a Firenze. Chi, tra la «gente», in questi tre giorni, ha avuto ben presente ciò che si sta scoprendo circa quel periodo e le implicazioni nell’attualità?

Lo statista che non c’è

Se almeno saltasse fuori uno statista dal Pd! Perché noi abbiamo bisogno di statisti veri, dimensione che né Grillo né Di Pietro hanno. Grillo non la può nemmeno invocare; uno statista non è antipolitico. Ma da un partito che ha una percentuale di consenso elettorale a due cifre lo si dovrebbe pretendere. Sembra una parola troppo grossa per la piccineria e untuosità della politica segretariale, ma dobbiamo cominciare a riusarla. Eppure, vedete, e mi rivolgo al Pd, di fronte alla minaccia di una sciagura mediatica (e quindi serissima: Berlusconi docet) condotta da una figura che propone argomenti delicatissimi quali mafia, ambiente, corruzione, aiuto ai disabili, senza però porli in un contesto di Stato e Democrazia formale e sostanziale chiare, occorre fare solo una cosa: che sia il Pd a far proprie quelle battaglie nel contesto dei valori originari del centrosinistra e della sinistra. Restituendoci quell’idea di Stato in frantumi da vent’anni, a causa di un’egemonia politica e popolare della destra priva di senso dello Stato, e con la presenza da girone degli ignavi del centrosinistra. I diritti, cari signori del Pd, non i privilegi. Le rinunce, non i vantaggi. L’onestà, non la furbizia. La cittadinanza, non i grandi imprenditori. I piccoli risparmiatori, non i grandi speculatori. Dovrete mettere in atto sacrosante sostituzioni, richieste silenziose della grande Politica, ma che il populismo urlato pretende di far proprie con le boutade. Non vi è populismo di destra e di sinistra; vi è il populismo che parla alla pancia piuttosto che alla mente, che sollecita indignazione e che fa bestemmiare senza che l’una cosa o l’altra incidano sugli eventi prodotti da un sistema avverso ai cittadini. Non è plausibile affrontare Grillo sul terreno della burocrazia di partito (è offrire pane per i suoi denti), piuttosto il terreno è quello dei valori, della cultura, dei princìpi e della prassi quotidiana delle decisioni giuste, del linguaggio. Gli argomenti di Grillo sono i derivati della deriva della vostra politica, non sono La Politica. La corruzione, la mafia, il degrado ambientale sono conseguenza della terrificante assenza di Politica giusta e di senso dello Stato, della Cosa pubblica e della legalità di intere classi dirigenti. Tuttavia, lo Stato non si gestisce solo con argomenti giudiziari, ma avendo un’idea ben chiara del futuro e una visione del mondo. Quando Beppe Grillo è venuto a Pavia il 26 maggio scorso portando in Piazza tremila persone, ho scambiato con lui poche battute ma significative. Ho detto che il programma elettorale proponeva una visione di città. Mi ha risposto alzando la mano nel gesto di chi ritiene la cosa non importante, aggiungendo: le cinque stelle sono importanti. Eppure banalmente Pavia non è Bergamo né Brescia, né Follonica. Sono i modelli forti di gestione trasparente dello Stato, della Cosa pubblica e delle relazioni internazionali che fanno la Politica. Altrimenti si rischia un altro periodo post-Tangentopoli in cui ha prevalso lo slogan, la mischia, la pancia piuttosto che la mente, non offrendo i partiti alternativa alcuna a ciò che era stato affossato dalla corruzione. Se, caro Pd, avete ancora qualche modello di statista in giro, invece di riservargli lo spazio nelle pagine culturali di "La Repubblica", fatelo entrare nella Vostra Segreteria. Tirateli fuori adesso. Lo dico senza ridere: Obama ha tenuto un discorso epocale in Ghana e prima ancora a Il Cairo. Se il presidente degli Stati Uniti d’America trova il coraggio di parlare di corruzione, di malavita, di trafficanti di droga e di esseri umani, di petrolio e di capi di stato corrotti, ma perché non lo potete fare anche voi che siete all’opposizione in un Paese che ha appena accolto Obama il quale ha lodato per tre pagine intere Napolitano ex comunista e dei vostri? In più non avete nemmeno la Exxon tra i piedi come ce l’ha lui! Se non trovate al vostro interno chi ne sa parlare e comunicare il messaggio, andate a cercarli altrove, tra quelli che avete nauseato in questi anni di affari fallimentari.

La burocrazia della paura

Mentre trovo corretto non concedere la tessera a Grillo, trovo sbagliate le motivazioni, almeno quelle conosciute. Non accettare il nuovo tesserato perché ha parlato male del Pd (il Pdsenzapidielle?) non è motivazione nobile né democratica come lo sono quelle dettate dalla paura e dalla perdita di senso del proprio ruolo e della propria storia. Veltroni ne sta dando prova seppur non richiesta. La motivazione doveva essere – se la storia del Pd fosse stata un’altra – «Siamo convinti che Lei condivida per ora solo superficialmente il nostro progetto politico costituzionale, i nostri ideali di equità, democrazia, mondialità, antirazzismo, costituzionalità, diritti di cittadinanza, antifascismo, rispetto delle istituzioni e dei ruoli, valore del merito, pace, avversione al populismo e alla demagogia; la ricchezza ingente potrebbe condizionare il processo interno al partito stesso e questa doveva a nostro parere essere una valutazione preventiva dello stesso richiedente, ci spiace doverlo ricordare in questa nota; La stimiamo per il suo impegno e il suo seguito, tuttavia meglio sarebbe per il partito che lo sprone rimanga esterno, più efficace e libero; abbiamo bisogno di cittadini liberi o presunti tali che ci restituiscano un’immagine di noi stessi che noi non possiamo avere. La ringraziamo dell’attenzione con la speranza che la mantenga sempre ben viva su di noi e che Lei sia di stimolo anche ai tanti cittadini che possono aiutarci a superare questo periodo difficile di trasformazione. Guardiamo al Suo progetto con interesse e proprio per questo la costituzione in rete è stata un’idea da non depotenziare, anche a vantaggio della stessa sinistra e della democrazia in generale». Sciaguratamente sono cose che la commissione di Garanzia del Pd non può nemmeno permettersi di scrivere, essendo la sua storia viziata alle origini. E se ne fosse stata in grado non ci sarebbe stato nessun Grillo a tentare di scardinarne le articolazioni. Per poterselo permettere avrebbe dovuto selezionare fin da subito la nuova classe dirigente tra coloro che hanno senso dello Stato, piuttosto che tra chi ha svenduto la cosa pubblica pezzo per pezzo accordandosi quando poteva con il centrodestra e i gruppi finanziari di grande potere.
Localmente si dovrebbero mettere persone competenti nei posti chiave, persone indipendenti, in grado di tutelare l’interesse collettivo. Sono piccole buone azioni quotidiane che tuttavia garantiscono il Paradiso. Costa troppo ribaltare la mentalità corrente?Ad esempio, a Pavia il Pd potrebbe battersi pubblicamente in sostegno della Commissione comunale antimafia o pretendere che le banche tirino fuori i soldi promessi per il microcredito per darli a chi ne ha bisogno e a chi vuol far sul serio.

Gli eguali

Grillo è il leader dei suoi gruppi, e deve rimanere indiscusso. Tutto legittimo e entro una media stabilita a priori: indignazione, preparazione personale, visibilità individuale, impegno e coinvolgimento. Andare oltre quella medietà e in modo critico non è possibile, e l’impressione è che certe riflessioni non potessero essere colte. Molte sono state le perplessità provocate dall’osservare una generazione di giovani cimentarsi con una pratica per certi aspetti tutt’altro che improvvisata anche se non appare tale. E con una cultura politica che porta a un’infinità di equivoci, confusioni, inesattezze, ambiguità, ribaltamenti di ruoli. Lasciar fare – come spesso facevo – è stato importante e interessante, visto che alla luce del poi le cose si stanno illuminando meglio. Come rendersi conto della facilità con cui, oggi come oggi, migliaia di persone possano credere che l’assenza di cultura politica e la deformazione dei principi democratici siano la vera novità politica. Una persona senza il fondante vocabolario della cultura democratica e costituzionale può pretendersi uguale a chi quella cultura l’ha conquistata in una vita intera. È ciò che vorremmo definitivamente lasciarci alle spalle con il secondo millennio. Un computer sulle ginocchia non fa la differenza. Dipende da ciò che si scrive e da ciò che si riesce a far arrivare. La rete è uno strumento potentissimo e preziosissimo, ma non ha né colpe né responsabilità. E allora alle cinque stelle (ambiente, acqua, connettività, rifiuti, trasparenza) andavano aggiunti antifascimo, antirazzismo, legalità e antimafia, equità, conoscenza, valori che se mancano fanno smettere di brillare qualsiasi stella del firmamento liquido, come nel caso mancasse la credibilità dei portatori, credibilità che costa sacrifici enormi. Ci si può connettere gratuitamente a una rete a banda larga, ma se il governo emana un pacchetto sicurezza equiparato a nuove leggi razziali, e non si usa la banda larga per avversarle, posso smettere di lottare per essa poiché quell’aria in cui i bit si muovono è già inquinata dal silenzio. Tuttavia io ragiono spesso in termini simbolici, quando l’era nuova è contrassegnata dalla totale assenza di significati simbolici. A proposito, qui in fondo pubblico la lettera – già semipubblica – che ho inviato ai membri della lista il 13 giugno scorso, sentendomi legittimata a farlo dal comunicato stampa con cui la lista a cinque stelle ha dichiarato che io avevo collaborato con loro da candidato sindaco. Questa è una verità che avevo già colto da mesi. Con questo ringrazio tutti coloro che mi hanno permesso di fare un’esperienza che comunque rimarrà importante per la mia vita sia per le positività che per le sofferenze provocate da più parti. Le valutazioni che faccio sono esclusivamente politiche e in questo contesto devono essere collocate.

Il partito con la rete

Avendo a disposizione già molti circoli, Grillo potrebbe ufficializzare la fondazione di un partito. Sono circoli che si muovono già come i più tradizionali partiti, pur non ammettendolo. È bizzarro il fatto che un partito voglia entrare in un altro partito, di solito ci si allea. Ma l’alleanza localmente è stata lasciata fare all’Idv. Avere tessere dei circoli equivale – in quel contesto – a essere in un partito dove c’è chi decide, chi deve adeguarsi, chi diffonde comunicati stampa, chi pensa di decidere chi deve fare cosa, chi prende accordi o si mette nei panni di chi lo potrebbe fare, e dice a chi sa già bene cosa fare che cosa fare, senza gerarchie apparenti quando in realtà sono granitiche. Ufficializzare, depotenzierebbe la propaganda e in cambio si sarebbe costretti ad accorgersi che reggere uno Stato con antipartiti è un guaio grosso, tanto quanto reggerlo con un partito unico che sia la rete o il maelstrom. È come una frittata rivoltata tanto velocemente che chi guarda non s’accorge che il lato che sta cuocendo non è più lo stesso. Quella in atto è una lotta per il potere che dura, temo, da tempo, condotta in modo capillare, che non esclude l’indebolimento e isolamento di coloro che, a sinistra, in modo indipendente ed incisivo, hanno consenso e vanno per la loro strada. Grillo sostiene di voler rifondare la sinistra, quando molti suoi seguaci si dichiarano convintamente di destra. Cosa ci farebbe in un partito di centrosinistra, dopo aver supportato la trasversalità ideologica (e non quella dei valori fondanti della democrazia costituzionale) al grido di «destra e sinistra pari sono», per «rifondare la sinistra»? Il movimento di Grillo si è mostrato come il bacino di pescaggio di militanti per l’Idv il quale, tramite alleanze elettorali impossibili per Grillo, sarebbe entrato nelle istituzioni. Non mi stupisce quindi che l’Italia dei Valori sia diventato il loro referente e viceversa. Mentre a livello nazionale Di Pietro si opponeva al Pd, l’Idv dava indicazioni di sostenere localmente il Pd. A Pavia L’Idv ha sostenuto Albergati (Partito democratico), e così ha raggiunto il quorum ed eletto un consigliere. Diventa però tutto più chiaro sapendo che il gruppo locale di Grillo aveva già espresso volontà di vicinanza all’Idv immediatamente dopo le elezioni del 6-7 giugno, quando ufficialmente in consiglio comunale Idv era schierata con il Pd; un accordo reso evidente dalla lettera – che non conoscevo – fatta pubblicare sul quotidiano locale tre giorni dopo le elezioni, a firma "Cittadini in Comune" (la lista per la quale ero candidata sindaco), in cui si diceva più o meno che avevamo perso le elezioni – senza valutare i quasi 1.300 voti ricevuti – ma con De Magistris e Alfano si erano vinte le europee; fatto in sé assolutamente meritorio, ma temo strumentale al messaggio che doveva arrivare a chi di dovere. All’Idv non hanno chiesto la certificazione o di dismettere la tessera del partito o garanzie di condotta trasparente... Nel frattempo il problema politico pavese sembra essere il vicesindaco ’razzista’ Centinaio (sul quale il mio giudizio è comunque netto e la faccenda è tutt’altro che chiusa) e non la mafia o la mancanza di un progetto che innesti Pavia nel mondo e viceversa. Perché il neoconsigliere comunale dell’Idv Vincenzo Vigna non punta i piedi per chiedere l’insediamento della Commissione antimafia,, magari presentando un’interrogazione contestualmente a quella contro Centinaio?

I "Cittadini puri" e la storia vecchia

Il vuoto lasciato dalla Politica e dalla sinistra, da ciò che il populismo della Lega non è riuscito a imbarcare, ha generato alcune superbie, mentre la Sinistra storica ha lasciato una voragine di impegno e di idee clamorosa e vissuta con un orgoglio verbale che non ha più senso. L’homo politicus è stato sostituito dal mito del "cittadino puro", il soggetto che dovrebbe costituire la Rete politica nazionale, formata di persone non iscritte ai partiti ma che appoggiano chi aspira a iscriversi al Pd appoggiando Di Pietro. È il "cittadino puro" che si sacrifica sull’altare della Patria? Una democrazia non può esistere a lungo se non è retta da rappresentanti che sentano le regole formali e sostanziali sotto pelle. E dove "basso" non sia la stessa cosa dell’egualitarismo omologante della notte grigia dove le vacche sono tutte grigie, già bocciato dall’elettorato più e più volte. E il Pd invece di temere i "cittadini puri" senza tessere (che in sé non dice nulla delle qualità politiche e umane) dovrebbe temere quelli con indipendenza di giudizio, che vogliono conoscere, che sanno e che si cimentano nel confronto su questa base. E con tutta la considerazione per alcune battaglie che Grillo ha condotto e conduce, c’è altro che in un momento così dev’essere detto. Se non c’è differenza tra chi ha combattuto per anni e chi ha fatto altro, e quest’ultimo è annoverato tra i "cittadini puri" e l’altro tra i potenziali corrotti o compromessi, allora un certo allarme è giustificato. Se la Politica diventa una cosa sporca sarà facile tenere alla larga alcuni per far posto ad altri, separando solo di un passo la denigrazione dell’impegno individuale, consapevole e informato, da quella delle istituzioni politiche e civiche. "Democrazia dal basso" non può significare l’esaltazione della mancanza di cultura politica a favore dei "bisogni della gente"; eppure quella cultura diventa sospetta pur rimanendo un bagaglio da sfruttare con il quale però non confrontarsi per non sobbarcarsi l’onere di riconoscere la fondante ipocrisia. Il 20 dicembre 2008 a Milano, è stato dedicato il pomeriggio alla lettura di Gomorra di Saviano; sono stata invitata a leggere un brano. Tre giorni prima mi informano che «ci spiace ma i politici non possono salire sul palco». Mi sono sentita "equiparata" ai politici corrotti, mafiosi e poltronari. Conservo quella mail in una casella apposita. Se non si distingue è perché fa comodo non farlo. Lo stesso desiderio serpeggia profondo nella volontà di equiparazione verso la medietà, confusa con partecipazione ed eguali opportunità. Sono cose che in un Partito comunista tradizionale si danno per scontate. È però stupefacente scoprirlo in un contesto autodefinitosi antipolitico e antipartitico. Chi ha passato una vita a guardare il mondo è uguale a chi si è accorto solo ieri di come giri. Il sistema lo aveva già spiegato Orwell in La fattoria degli animali. Il tema della conoscenza è un altro cruciale per giungere all’equiparazione, ma mentre la conoscenza è condivisibile, la sua mancanza no e nemmeno si può pretendere che lo sia. E intanto il medium è il messaggio, ancora una volta, proprio come lo aveva intuito Marshall McLuhan.

Lettera inviata alla Lista civica "Cittadini in Comune" il 13 giugno 2009

Cari,

Vi scrivo questa lettera per chiarirvi la mia personale posizione in questo momento, lettera che vuole evitare pettegolezzi e piccole strumentalizzazioni sui quali, vi assicuro, non vale la pena perder tempo, e quindi non lo farò.
Abbiamo ottenuto alle elezioni quasi il 3%; un sondaggio del Pdl mi assegnava un gradimento personale pari al 43%, con notorietà pari al 38%, ed essendo frutto di un lavoro lungo e senza contropartita – che ha fatto bene a Zingari e lavoratori – è per me motivo di orgoglio personale. Il risultato è di quelli che ci hanno posti al primo posto tra le formazioni civiche, e di sinistra. Alla riunione dell’Italia dei Valori hanno dato una spiegazione alla loro debacle con il fatto che gli argomenti tipici di Di Pietro sono stati portati ai confronti non da Albergati, ma da me e dal nostro programma. Ma qualcosa non è andato per il verso giusto, e su questo occorre essere crudi; elettoralmente, per esempio, i candidati hanno avuto poche preferenze. E non vale in questo caso – essendo elezioni comunali – la giustificazione che si è fatto propaganda per la lista. In tutte le altre liste, il capolista ha avuto almeno una buona percentuale di voti. Le firme raccolte in poco tempo avrebbero dovuto lasciar presagire qualcosa di più. Le propagande personali servono molto, soprattutto per i primi della lista, ma devono essere propagande anche pubbliche. Per una lista che si propone costituita da candidati che "ci mettono la faccia", il prerequisito era farsi vedere, sempre. Tutti hanno dato il loro contributo, grande o piccolo e importante, sarebbe stato però decisivo dare all’esterno un’impressione forte di competenza politica e di presenza. L’immagine che invece si è spesso data all’esterno è che ero pressoché sola. So che in parte non era vero, ma se l’impressione c’è stata e forte vuol dire che non si è comunicata l’unità, e trovare l’unità in una lista trasversale è difficile, ma non impossibile. E a proposito di unità: il non far apparire troppo il candidato sindaco – fin a comunicargli come ha fatto *** che non eravate contenti che io vincessi i confronti con i candidati o facessi pubblicità sui giornali perché trattasi di personalismo, mi ha tolto forza ed energia, che a malapena Grillo mi ha restituito quella sera del 26 maggio. Con la riforma delle elezioni amministrative, è il candidato sindaco la figura centrale. Scambiare questa ovvietà con "personalismo" ha creato attrito ad un percorso che doveva essere banalmente quello di far vincere il candidato sindaco e il programma, come hanno cercato di fare tutte le altre liste. Mi sembra che si sia instaurato un falso egualitarismo di cui ho però già avuto esperienza in Rifondazione comunista: siamo tutti uguali, quelli che lavorano venti ore al giorno da anni nel sociale, quelli che non fanno vacanze da anni per l’impegno politico, coloro i quali hanno acquisito tramite l’attività diretta credibilità e visibilità, e coloro che invece scrivono programmi e quelli che li fanno propri. Ma su quell’egualitarismo, Orwell ci ha scritto La fattoria degli animali: c’è sempre qualcuno più uguale degli altri. Più avanti, nella vostra esperienza politica, sono sicura che saprete valutare anche questo.
Personalmente valuto invece le persone sulla base dell’impegno, dell’onestà. della lealtà, del tempo e dell’intelligenza che dedicano ai temi che hanno fatto centrali per la loro vita. Non basta essere parte di un gruppo per avere quelle caratteristiche, e come non voglio più entrare nei partiti che supportano chi fa loro comodo, a prescindere, così non posso accettare la vecchia mentalità egualitaria ma discriminante che ho visto all’opera in queste settimane, a volte inconsapevolmente a volte no. La cultura politica democratica è altra cosa, e include anche il rispetto per chi da anni ci mette la faccia ed ha acconsentito a mettercela per tutti, anche per voi. Non ho notato io che sul sito di Grillo ci fossero solo due foto di candidati, che il mio intervento era stato tagliato, non l’ho scritto io il pezzo (brutto; non abbiamo perso, abbiamo avuto più di molte altre liste!) apparso sulla Provincia di due giorni fa e firmato da Cittadini in Comune. Non mi era nemmeno stato sottoposto. Qualcuno poi aveva deciso di chiudere la campagna elettorale postando – come "ultimo post" – un intervento (brutto e non condivisibile) firmato da un candidato e da un non candidato. È stato risposto con un comunicato che ho contestato (ma non considerata) ad una lettera aperta diretta solo a me personalmente da ***! Forzature, nella migliore delle ipotesi, francamente antipatiche che lasciavano chi leggeva in preda ad un senso di profonda perplessità. A volte non sono intervenuta, quando vedevo lasciavo fare; tuttavia giudicavo e valutavo. L’attrito nei miei confronti l’ho visto da più parti ed è durato ben due mesi. Io non sono una grillina e mai lo diventerò, disposta a combattere battaglie vere insieme a chi in Grillo crede, come con qualsiasi altro cittadino disposto a battersi. Sono una persona che ha già una identità politica ben definita, sono contenta di aver con questa contribuito alla visibilità di alcuni di voi, che ne hanno non solo diritto, ma, per le idee di cui sono portatori e portatrici, meriterebbero in futuro uno spazio adeguato. E lavorerò anche per questo. La campagna elettorale era per far vincere il programma e il candidato sindaco. Chi ha pensato che Beppe Grillo potesse essere la figura centrale ha, strategicamente, sbagliato, non potendo egli inquadrare in liste omologate le tematiche locali, ed è su queste che si vince. È un errore che altri partiti non hanno fatto: chiamano i segretari nazionali per i comizi ma non improntano le liste su questi, perché le persone che i cittadini eleggono per le comunali sono volti locali. Inoltre, il personalismo in realtà c’era, ma era rivolto verso Grillo; sarebbe bastato osservare alcuni banchetti elettorali. Inoltre mi è stato anche scritto che c’erano solerti candidati consiglieri che cercavano di convincere cittadini a non votare me!! Che senso abbia una cosa del genere non lo so e ho deciso di non chiedermelo più. Preferirei stendere un velo su tutto questo, in un momento in cui le energie dovrebbero essere spese per contrastare l’ondata montante del conservatorismo e perbenismo. Conservatorismo e un misto di sentimenti contrastanti che ho visto spesso albergare anche in alcuni di voi, pur proponendosi come la novità. Avendo però un’esperienza politica che comincia dagli anni Settanta, so fare comparazioni ed esprimere su certe operazioni il mio dissenso. L’esperienza – che voi vi ostinate a sottovalutare annegandola nell’omologazione strumentale – porta anche a comprendere ciò che si pensa non sia compreso. Ma il passato è per me passato. Sto pensando a domani. Un domani in cui vedo molti di voi. Tuttavia, la trasversalità ha ormai poco senso se non è fondata su principi solidi da non rimettere in discussione ognivolta. E il linguaggio conta molto. Per esempio, nessun tipo di dittatura mi sarà mai propria, né quella dal basso né quella del dittatore "buono". Per me sono discriminanti cruciali. E prima di chiarirsi queste posizioni in pubblico occorre che ciascuno se le chiarisca con se stesso, se lo ritiene importante. Ho già subito – durante questa campagna elettorale – un momento tra i più brutti della mia vita politica e sociale: quando, nonostante il mio rifiuto a farlo, sono stata costretta a rispondere alla domanda: «Perché sei stata dalla parte dei Rom? », con la chiosa finale dopo il mio intervento: «È stata convincente? ». Spero per tutti voi che non dobbiate vivere – dopo anni di battaglie – un momento del genere. Evitatelo ad altri e cercate di evitarlo a voi stessi, come non sono riuscita a fare io. Pensate solo per un momento se io avessi, componendo la lista, fatto la stessa cosa con ciascuno di voi. Eppure ne avrei avuto, visto il mio passato, qualche diritto in più. Ma non l’ho fatto.
Non so chi stia decidendo cosa in questo momento; rispetto la vostra volontà di incontrarvi e discutere, fa sempre bene e vi incoraggio a farlo. La lista civica – e qui sta anche l’errore di quella lettera alla PP – era uno strumento in vista delle elezioni e come tale non può più darsi, tanto più se si chiama Cittadini in Comune e in Comune non ci siamo. Personalmente, ho già ripreso l’attività politica, tramite il blog e i giornali. Ho anche già preso una posizione personale e del Circolo in merito a sollecitazioni di collaborare con la minoranza consiliare che ho respinto. Sto riflettendo – cercando anche di recuperare una dimensione di normalità – su di una proposta politica e tematica che, nei tempi e modi che riterrò adeguati, sottoporrò all’attenzione della città e di coloro i quali vorranno lavorare e approfondire i temi della libertà di informazione, della corruzione, della cementificazione, dell’antimafia, dell’antirazzismo e antifascismo, dell’antidiscriminazione, dell’ambiente. Un gruppo di persone che vogliano mettersi in gioco come e più di quanto abbiano avuto la possibilità di farlo finora. La propaganda fine a se stessa, il pettegolezzo, le piccole rivendicazioni e revanscismi non solo non mi interessano, ma tolgono fiato alle priorità, proprio ora che si ha un Consiglio comunale blindato. Eppure temo che ciò che alcuni di voi hanno nel cuore siano proprio quegli aspetti, che non portano da nessuna parte se non a costringermi a pormi alcune domande che preferirei decisamente non pormi. Molti di voi sono giovani, con una libertà di movimento e tempo incommensurabilmente più grande rispetto a madri di famiglia, vi esorto quindi a pensare a come si possano declinare a Pavia i temi del nostro programma, a come fare inchieste, a essere liberi nella mente, sempre; a conoscere il passato del nostro Paese, ad avere anche una dimensione politica di coraggio che implichi anche scelte personali poco gratificanti ma generose, a vedere nella democrazia non l’antipolitica ma la Politica, a distinguere tra egualitarismo e omologazione, ad essere protagonisti di quello che fate, a costruire con onestà strumenti di comunicazione buoni e per tutti, a farvi portatori delle vostre idee senza usare mai la via più breve.

Irene Campari








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 16 luglio 2009