Bocciare, bocciare, bocciare

Giuseppe Caliceti



Lo dico subito: per me bocciare un ragazzino – che è ancora all’interno di un processo di apprendimento – è come sparare sulla Croce Rossa. È un autogol. È come dichiarare che si è fallito. Figurarsi cosa posso pensare di chi è felice se i bocciati aumentano perché così ci sarebbe più rigore! C’è niente di più misero? Eppure da un po’ di tempo, anche a scuola, il vento è cambiato.

Andiamo con ordine. Estate. Invece di mandare in vacanza la sua bocca, il ministro Gelmini si dedica al suo sport preferito: cavalcare per l’ennesima volta la parola "meritocrazia". Come si fa infatti, dopo aver tagliato selvaggiamente fondi e docenti della scuola pubblica, a tentare di giustificarne un finto miglioramento? Semplice: prendendosela con i ragazzi. Punendoli. E, indirettamente, con le loro famiglie, con i docenti, con se stessi. In una parola: bocciando.

Come dimostrano tutte le vicende di Papi-Berlusconi con le sue veline, il Governo in carica non è minimamente interessato né alla democrazia né alla meritocrazia. Eppure nel Paese dei Balocchi di un premier-Pinocchio, la fatina Turchina – scusate, la fatina Gelmini, – seguendo l’esempio di Mangiafuoco Brunetta, continua a raccontarci la favola bella – e che ancora illude tanti italiani, troppi – di una meritocrazia che tutto dovrebbe salvare. Fuori e, quel che è peggio, anche dentro alla scuola pubblica.

L’occasione retorica? I recenti dati sull’aumento del numero dei bocciati nella scuola pubblica italiana – i dati delle private e dei vari corsi a pagamento naturalmente non fanno testo, lì i diplomi hanno un prezzo. Possiamo parlare di un record: 15000 bocciati. Alle superiori oltre il 3% in più rispetto allo scorso anno scolastico (erano il 2,5%). Il maggior numero negli istituti professionali, dove il 23% degli studenti non passa all’anno successivo. Seguono gli istituti tecnici con il 16,3% e gli artistici con il 16%. I più bravi sono i ragazzi del liceo classico (ma va?), seguiti da quelli del liceo scientifico e linguistico.

E per chi non è stato bocciato, la parola d’ordine resta una: recuperare. Sono infatti 30 mila gli studenti in più (sospesi) che hanno riportato almeno una insufficienza. E dovranno, quindi, recuperare entro l’inizio del prossimo anno scolastico il "debito formativo" (e fa un po’ ridere questa parola, "debito", in bocca a chi ha solo saputo "tagliare". E alle medie? Stessa musica: 12 mila respinti in più, un vero record. E magari quest’altro anno, se siamo fortunati, si migliora ancora e si fa una bella strage di innocenti modello Erode anche negli asili e nelle scuole elementari.

Beh, di fronte a questi dati catastrofici, che fa la fata Gelmini? Un minimo di autocritica? Qualche dubbio? Neppure per sogno! Anzi, per lei questi sono numeri magici che si prestano a imbambolare mamme e papà italiani con nuove e raggianti frasi di propaganda per la scuola del Paese dei Balocchi. "Una scuola che promuove tutti è una scuola che non fa il bene del ragazzo", commenta visibilmente soddisfatta la fatina. E aggiunge: "Non fa mai piacere quando il ragazzo viene bocciato, ma la scuola deve assumere il compito di educare e anche segnalare quando ci sono delle lacune. Bisogna quindi premiare chi si impegna durante l’anno. Perchè ci deve essere una differenza tra chi si dedica allo studio e chi invece no".

Sono parole così ovvie che a prima vista potrebbero apparire sensate. Non lo sono. Chi è bocciato è un asino: questo sostiene la finta fatina. Troppo poco per un Ministro all’Istruzione di una scuola pubblica. E chi fa propaganda sulle bocciature? Non è un asino ma un eroe? Ma non scherziamo! La verità è che le bocciature sono la classica foglia di fico che evidenzia le vergogne della riforma Gelmini.

Non potendo conciliare qualità dell’insegnamento con i tagli selvaggi, la finta-fatina fa retorica d’accatto senza ritegno. La meritocrazia è solo un riflesso condizionato di un’impostazione di società e di scuola tipicamente economicista: lo Stato-Azienda, la Scuola-Azienda. La formulazione è lapalissiana: dare più soldi e prestigio a chi lavora meglio, darne meno a chi lavora peggio. Crea consenso, certo. Tutti sono d’accordo. Finché riguarda gli altri. Quando poi si inizia a indagare su cosa sia il meglio o il peggio, soprattutto nella scuola, le cose si complicano.

Prendiamo i docenti. Don Milani, Loris Malaguzzi o Gianni Rodari, oggi, sarebbero considerati studenti o docenti meritevoli? O, piuttosto, facinorosi? Insomma, patetiche rassicurazioni della Gelmini a parte, le domande su una scuola italiana sempre più tartassata rimangono. Sempre più drammatiche e urgenti. Soprattutto quelle riguardo alla qualità, sempre più scadente. E alle difficoltà sempre più grandi, sia per chi sta da una parte e sia per chi sta dall’altra parte della cattedra.

Per esempio, quante volte un docente riuscirà a fare il giro delle interrogazioni con più di 30 alunni in una classe? Risolvere tutto con i quiz come accade con l’Invalsi? Optare per una Maturità a punti come con la patente? E se i nostri figli non imparano ad esporre le loro argomentazioni? A parlare in pubblico? Con tutti i tagli di personale della scuola pubblica Gelmini come conta di garantire la continuità didattica? I tagli sono per caso un regalo alle scuole private che avranno manodopera a basso costo?

Ormai lo sappiamo: la finta fatina Gelmini, quando parla di qualità della scuola, ha in mente solo un modo per tenere in riga gli studenti con bocciature e voti in condotta – come fossero tanti soldatini, tante bamboline. Non vi ricorda nessuno?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 16 luglio 2009