Tempi bui (artificialmente illuminati)

Fabio Donalisio



Da Mantova a Milano, sempre aprile e sempre pioggia. Antonio Moresco mi porta nel suo sottotetto, il suo laboratorio che domina i palazzi intorno a Porta Romana. Il luogo dove prende vita la materia organica che coagula nei suoi libri. Discutiamo dei tempi (bui anche se artificialmente illuminati), di libri, di letteratura, di editori ("Lettere a nessuno" non è un vittimario, anzi la mia fortuna vera è stata l’essere rimasto sotto terra per vent’anni) e, ovviamente, dei Canti del caos, romanzo autogenerante che tenta disperatamente di raccontare cosa succede all’uomo oggi. E, forse, domani.

Canto come poesia e caos come scavare. Per sottrazione nella poesia e per addizione nella prosa. Perché Canti del caos?
I "canti" all’inizio non erano previsti, sono stati una scoperta dinamica. Un romanzo, secondo i principi della logica della scrittura, dovrebbe avere una trama, pensata fin dal principio. Poi si muovono le fila di una narrazione. Questa è la teoria. Nella pratica, è un inganno. Il mondo non è così, l’universo non è così. La proliferazione sta nell’abbandono alle forze più potenti che ci sono nella vita. E quindi il canto è un ulteriore vettore che sposta e deraglia il libro stesso. È il filo lirico che scardina le strutture, inattese orbite. Ricordiamo bene che un tempo nella letteratura (che parola!) prosa e poesia erano tutt’uno. L’elemento lirico, elegiaco c’è dentro alla prosa e alla poesia. Solo successivamente, e con un processo razionale, sono state create suddivisioni. Nella lingua italiana convivono tutti questi elementi. Di fatto nelle fasi iniziali e finali della letteratura c’è questa sorta di contro-big bang che riconnette tutto ciò che artificialmente era stato separato. Questa è il filo conduttore del libro che comprende in sé storie poliziesche, fantascientifiche, di genere. Tutte queste parti convivono in una sorta di poema. Il libro ha solo liberato le parti che c’erano già dentro di me, ossia la tensione verso l’elemento lirico e verso la fattibilità operativa della prosa. Quindi "canti" come poesia o lanterna magica leopardiana e "caos" come mondo, come vita. Sono due parole che esprimono la particolare natura del libro. I Canti del caos sono un organismo, un embrione dentro al quale ogni cellula ha un suo codice genetico per diventare un organo diverso da un altro, ma tutti vitali. Viene alla vita, alla luce. È il più serrato e nucleare dei miei libri.

Vedo comunque un insperato ritorno al fondamentale. Come, in tutt’altro contesto, le storie di frontiera di McCarthy che amo molto. Storie di sesso, di male, di morte. Storie. Grandi.
A un certo punto mi sono reso conto che se dovevo parlare della mia epoca era fondamentale che parlassi di ciò che la domina: l’economia, la pubblicità, la moda, la pornografia. Tutte quante fessure attraverso le quali guardare. La pornografia, per esempio, contiene dentro di sé potenze fisiche che ancora possono definirsi umane. È una finestra, per quanto forte, di quest’epoca. Dante osservava attraverso la fessura religiosa, Cervantes attraverso quella cavalleresca, Omero attraverso la guerra. Nella nostra epoca, le dimensioni per far scoppiare la bolla del mondo sono precisamente queste: pubblicità, sesso, pornografia. Separare è mettere in moto il controllo, parcellizzare per controllare meglio. L’estetica di Aristotele, uno dei libri più attuali che esistano, fotografa dall’inizio un processo che ora è compiuto. Mentre Platone si limita a mandare via i poeti dalla città ideale perché esercitavano un dominio (e seppellendoli misurava invece la loro potenza destabilizzante), Aristotele sposta ancora il limite. Dividendo inventa la categoria del bello, operazione che poi proseguirà nei nostri giorni con Hegel e altri. Questa categoria che separa la bellezza dalla forza della verità, è oggi l’intrattenimento. La potenza della letteratura (su questa parola sulla quale bisognerebbe aprire un capitolo a parte) è immensa, ma è tale solo quando è libera. La religione una volta e altre forze ora la vogliono controllare per condizionare la potenza di chi scrive, la potenza della vita, nel bene e nel male. La letteratura come tale è grande solo quando è libera, quando si libera da tutte queste tutele. La sua forza sta tutta in una penna e un foglio bianco, ma è così pericolosa da suscitare reazioni che mirano a farla tacere…

I tentativi di fare ritratti del mondo (Bolaño con 2666, per esempio) sono rari forse perché l’altro aspetto della libertà è la sua scomodità. Non sempre la si vuole e spesso è più facile farsi gestire dagli altri.
La libertà ha un prezzo molto alto, ma non è scambiabile con niente. Nei prossimi secoli se ne accorgeranno che ai nostri tempi sta avvenendo quasi un cambiamento della specie, uno sdoppiamento. Le logiche che guidano il mondo sono suicide. Allo scrittore corrisponde, con lo strumento del pensiero, la difesa della libertà. È una sua responsabilità, il suo compito. In Italia poi è particolarmente difficile perché l’ambiente della vita culturale è meschino e territoriale. Negli Stati Uniti, per esempio, la responsabilità degli uomini di cultura è più sentita. In ogni caso i tentativi di fare i ritratti del mondo, e cito ancora il Chisciotte di Cervantes, sono mosse libere. Il Chisciotte oltrepassa la sua epoca perché fa un discorso che va al di là del suo tempo. Utilizza la fessura del cavalleresco, ma non è solo cavalleresco, non secondo i canoni. L’imprevedibilità dell’opera, di dove potrà arrivare, è come la vita. Imprevedibile, appunto.

Sempre "cani sciolti"…
"Il vento soffia da dove vuole", dice la Bibbia. Infatti un contemporaneo di Cervantes, lo scrittore "ufficiale" Lope de Vega disse che Don Chisciotte era l’opera più brutta degli ultimi tempi. Era imprevedibile, incontrollabile.

Nei Canti ci sono i conflitti tra giovani e vecchi che mi hanno ricordato Il diario della guerra al maiale di Bioy Casares. Nella vita oggi questo conflitto sembra non esistere…
I conflitti ora ci sono, ma vengono frammentati e scaricati in microconflitti. Le ultime generazioni sono state ridicolizzate e umiliate al massimo, basti pensare al precariato. C’è una grande frustrazione nei trentenni di oggi che avvelena le loro vite in ogni aspetto. Le inadempienze della società si sono spostate nelle famiglie che sono diventate le pattumiere dei conflitti. Penso che tra le cose più atroci della società di oggi ci sia la ridicolizzazione dei giovani, costretti a mascherarsi per vendere prodotti, per esempio. E mi riferisco a quelle povere ragazze vestite da pagliaccio che sponsorizzano vendite per strada. Quello che mi colpisce è la solitudine. Per combatterla ci si svende, invece la si dovrebbe contrastare e cercare di trovare altri simili per essere meno soli. Mi colpisce anche che si abbassi sempre di più la soglia di età dei miei lettori. Ora, a 61 anni, mi leggono i trentenni, soprattutto. La generazione dei quarantenni si è arresa, sono cattivi e persi. Se vado avanti di questo passo diventerò uno scrittore per bambini! Non per niente l’unico premio che ho vinto in assoluto è stato il Premio Andersen, nel 2008 con Le favole della Maria! Comunque sì, questa generazione, addirittura considerata di "bamboccioni" come qualcuno ha detto è dimenticata da Dio e persino dai sindacati.

Quindi il destino di un giovane scrittore è doppiamente solitario…
Gli scrittori di tutte le età hanno una strada solitaria. La logica di quest’epoca è inclusione o esclusione. O sei dentro o sei fuori. La ricerca della visibilità attraverso i media e i meccanismi interni del giro è il disperato tentativo di saltare dentro. Detesto i guru, i critici blasonati che con due righe, con un gesto umorale e spesso cattivo, danno la vita e la morte agli scrittori. Davanti a un prato, nessuno decide che filo o fili d’erba sono tali, la loro esistenza è un fatto indipendente dalla mia volontà, da quella di chiunque. Così chi decide chi può essere uno scrittore e chi no, fa un atto del tutto gratuito. Nessuno può dare o togliere questa condizione ad altri.

Pensi che pubblicare in internet possa cambiare qualcosa?
Io ho pubblicato tardi, ma da quando l’ho fatto la solitudine e l’ostilità non sono cambiate. Ho pagato il prezzo della libertà di cui parlavo prima, ma nessuno mi ha chiuso la bocca. Ci sono delle fessure, e lo dimostra il fatto che io possa pubblicare una cosa come i Canti per Mondadori. Su internet penso che non cambi niente. Cioè internet riproduce al suo interno le stesse strutture che in apparenza vuol combattere. Poi a me sembra oscena la pratica dell’anonimato. L’anonimato è la prima e sostanziale perdita della libertà dell’individuo perché io ho il diritto di mettere tutto me stesso in quello che faccio: la faccia e il culo. La nostra libertà è insieme corpo e mente poiché dall’unione scaturisce la sensazione di coscienza. L’utilizzo dell’anonimato in internet è la negazione di tutto questo. In realtà internet è un gran parco giochi dove dirottare un’intera generazione e levarsela dai coglioni. Il potere sembra invincibile, ma malgrado questo va contrastato, è la responsabilità dello scrittore di cui dicevo prima. Ogni dimensione, per potente che possa sembrare è superabile. La forze di un sistema è nella sua reputazione di inviolabilità. Questo fornisce alibi ai circoli viziosi. Se per pubblicare devi fare il paraculo, e lo fanno tutti, allora faccio anch’io così e se posso fotto il mio prossimo. Questo è il sistema. La dignità e la grandezza di uno scrittore sta proprio nell’andare oltre. Nel credere che tutto ciò non sia inevitabile. Fare la rivoluzione con la carta e la penna (e una buona dose di pena). Il tempo non è così stretto né così piccolo come te lo vogliono far vedere. A lui ti puoi sottrarre con la libertà che è verticale. Io non ho ceduto.

Quali sono i tuoi libri cosmici, fondativi?
Da piccolo andavo malissimo a scuola, ho cominciato a leggere tardi perché avevo difficoltà. Forse dislessia, non si sa. I primi libri li ho letti da ragazzo, nell’esperienza in seminario. Leggevo i Salmi, Il cantico dei cantici e le poesie di Leopardi che mi accompagnano tutt’ora. Verso i 18 anni ho scoperto Stendhal, Dostoevskij, gli storici greci e latini, Erodoto, Senofonte, Omero che danno quell’idea della storia, quella visione profonda, ampia. L’Iliade, Don Chisciotte, L’idiota, I viaggi di Gulliver, ma anche Goethe, Melville, Shakespeare e, come no, Céline.

È ora di andare, già ho perso molti treni. Antonio mi congeda con questa sentenza: il potere teme la pericolosità dell’uomo libero, con le sue idee in testa, una penna in mano e un foglio bianco davanti. Ogni potere cede, prima o dopo, a questa forza. È la forza della vita. È quanto basta per fare la rivoluzione. E mentre lo dice sembra che le sue mani abbiano fatto un patto il diavolo: mani bianche da ragazzo, sottili, con un pennarello arancione al posto del fucile.

Pubblicato su "Blow Up." n.133 (giugno 2009).








pubblicato da t.lorini nella rubrica a voce il 10 luglio 2009