Gran Torino

Sergio Nelli



Ho visto recentemente due film (uno decisamente antiquato, e l’altro non più una primizia, per i frequentatori di prime visioni) che narrano con grande forza vicende impregnate di eticità. Si tratta di A history of violence (2005) di David Cronenberg e di Gran Torino (2009) di Clint Eastwood. Il primo è un film bellissimo, forte e interrogativo. Racconta una storia che pone domande, la storia di un uomo che è stato un violento, un criminale e un assassino e che dopo una crisi e una rinascita, dopo aver messo su una bella famiglia e una vita normale, deve ritornare, per forza, almeno momentaneamente, a esercitare il vecchio se stesso. Quel se stesso gli risponde alla grande, esplosivamente, come se avesse sempre covato sotto la cenere una potenza inesausta. Egli vince ancora con quella violenza. Ma potrà tornare dopo alla vita di prima, essere riamato da una moglie che lo ha visto in altre vesti (il gioco dell’ambiguità tra i coniugi che si avverte nei rapporti sessuali è una delle cose più belle del film, insieme all’attrice Maria Bello) e dai figli che l’hanno sempre considerato un pacifico bottegaio, un mite barista? E lui, il protagonista interpretato da Viggo Mortensen, chi sarà ancora?
Il film si conclude su sguardi che ci dicono di concentrati di emozioni, di possibilità e di difficoltà. Niente di fattualmente preciso. Ciò che invece con nettezza quegli sguardi sanciscono è la caduta di un’illusione d’armonia, quella che nasce dalla convergenza di bello e buono, di giusto e utile. A history of violence è in questo senso, sul piano etico, proprio perché senza risposte, un emblema del disincanto e di una prospettiva insieme plurale e concreta.
Il secondo film si muove su un piano opposto. Parte dalla vita solitaria di un vecchio che ci appare politicamente scorretto, tutto rivolto ad un passato che lo ha visto anche feroce soldato della guerra in Corea, scosso da una vedovanza che gli rimette davanti la distanza abissale che lo separa dai figli, dai nipoti, dalle famiglie. Un vecchio polacco americano che, come gli dice il giovane pastore cattolico che gli sta alle costole, secondo l’ultimo desiderio della moglie morta: conosce più il male che il bene. Ora, per una serie di circostanze, questo razzista esplicito, si trova a difendere, come uno sceriffo western, due ragazzi di origine asiatica della comunità hmong tormentati da una banda di teppisti e delinquenti.
C’è una doppia escalation che prende lo spettatore: il processo di avvicinamento affettivo del vecchio ai due giovani asiatici e anche in qualche modo alla loro cultura (e viceversa), e la risoluzione che ancora una volta pone il problema della violenza.
Il finale è inaspettato e straordinario. Perché nonostante l’elogio (esplicito) della violenza, della necessità di farsi giustizia da sé e di non subire i torti (che ha il suo pendant buonista e comico nel linguaggio dei "veri uomini"che Walter Kowalski cerca di insegnare a Thao con l’aiuto di un barbiere italiano), alla fine il vecchio polacco diventa il tramite di un qualcosa di grande, colui che ristabilisce con il proprio gesto una giustizia lesa e una razionalità violata. E siamo, mi pare, con un colpo di scena narrativo - che rovescia l’adesione a un’etica ristretta e semplificatrice (che ci aspetteremmo dal buon uomo che segue principi rigidi) - alla riaffermazione di un’ etica deontologica, quella cioè di Kant e, anche di Rawls; un’etica del dovere e del principio di universalizzabilità in piena regola, con la bellissima faccia di Clint Eastwood a sostenerla, il quale ha determinato - alla lettera - quale sia il suo dovere anche all’interno di una complessa comunità multietinica . Dimodoché la Gran Torino possa alla fine procedere su un lungomare guidata da un hmong di nome Thao.








pubblicato da s.nelli nella rubrica cinema il 8 luglio 2009