Berberian Sound Studio

Teo Lorini



Siamo negli anni Settanta. Gilderoy (Toby Jones), un timido tecnico del suono inglese, abituato a lavorare su documentari dedicati alla vita agreste, arriva in Italia assunto da Gianfranco Santini, un maestro dell’exploitation nostrana, che lo vuole per sonorizzare un film sull’Inquisizione. Qui iniziano le stranezze: il regista che non si fa vedere, i tecnici che emarginano il povero Gilderoy, le improvvisate inopportune e chiassoso di un giovanotto tanto gaudente quanto privo del minimo talento che si scoprirà essere il figlio – raccomandatissimo – di un non nominato “re del cinema horror” (a chi si alluderà?), una minacciosa invasione di ragni…
Lasciato spesso solo nel cubicolo del suo laboratorio, Gilderoy deve mettere la sua arte al servizio di sequenze rivoltanti (teste mozzate, capelli estirpati, stupri a base di tizzoni infuocati) filmate con smaccato voyeurismo. Tutto questo orrore però passa solo sullo schermo di proiezione della sala doppiaggio, mentre noi ne scorgiamo appena il riflesso negli occhi di Gilderoy, che di smarrimento e terrore “son fatti uscio e varco”.

È il primo degli scambi tra vita, arte, cinema e realtà, di cui si sostanzia l’interessante film del 38enne inglese Peter Strickland. Che inizia come un appassionato omaggio all’artigianato del cinema italiano che fu (alcune delle sferzanti battute dell’aiuto regista – un monumentale Cosimo Fusco – sembrano prese di peso dalle interviste di Joe D’Amato Totally Uncut, il documentario di Roger Fratter sul lavoro di Aristide Massacesi) ma poi diventa una riflessione sul cinema in cui i livelli di lettura si stratificano progressivamente fino a fagocitare la piccola sala doppiaggio, il film di Santini, l’équipe, Gilderoy e tutto il suo mondo.

Berberian Sound Studio ha i suoi punti di forza (oltre, ça va sans dire, al sonoro) nella forza con cui pone lo spettatore in una condizione di spiazzamento, in cui sequenze disturbanti e claustrofobiche sono sapientemente contrappuntate da momenti di humor nerissimo (deliziosa la sequenza in cui, per sonorizzare i crani frantumati dagli inquisitori, due omaccioni macellano angurie offrendone infine una scheggia al pietrificato Gilderoy).

La determinazione con cui Strickland mette in scena il cannibalismo di un film fittizio (l’horror di Santini) su un film vero (il proprio) può risultare a tratti cervellotica e fine a sé stessa ma la complessiva riuscita di Berberian Sound Studio – opera cinefila (e cinefaga) – sta anche nella persistenza con cui le immagini e le suggestioni istillate da Peter Strickland riemergono a incalzare lo spettatore con la loro carica evocativa.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 6 agosto 2012