Il vettore forza e il vettore spostamento

Vincenzo Latronico



Questo è un testo autobiografico che parla di lavoro, scritto all’interno, più o meno, di un workshop teatrale legato al lavoro, incentrato su una drammaturgia che parla di lavoro, promosso dal Napoli Teatro Festival, che dal canto suo fra artisti e organizzazione dà lavoro a più di tremila persone. L’idea, credo, è di Franklin Delano Roosevelt, che nel ’35 varò il Federal Theatre Project per dare lavoro a chi lo aveva perso nella grande depressione. Persino a settant’anni di distanza è un’idea che torna utile: fra le tremila e più persone che hanno ricevuto lavoro dal festival ci sono anche io.
Non è sempre stato questo il mio lavoro – quando ho ricevuto la telefonata in cui mi hanno proposto di partecipare, lavoravo in università, e lavoravo al mio secondo romanzo. Un uomo molto gentile mi ha invitato in un bar à la page del centro di Milano per propormi di scrivere un testo teatrale legato al lavoro. Il mio testo, diceva, sarebbe stato pubblicato, e messo in scena da un gruppo di giovani attori sotto la guida di un regista di fama mondiale. Il progetto, mi diceva mentre ordinavamo analcolici, era partito da una domanda, che lui e il direttore artistico del festival si erano posti, immagino durante una cena. E la domanda era questa: "Come mai i giovani scrittori italiani non scrivono per il teatro?". La risposta del mio interlocutore, e del direttore artistico, era questa: "Perché nessuno li paga, e nessuno li mette in scena". Mi ha proposto di pagarmi, e di farmi mettere in scena, e abbiamo finito il nostro tè, ed io ho accettato.

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Non mi sono mai trovato a mio agio a scrivere su un tema specifico. Il testo di partenza del laboratorio, scritto da un maschio bianco morto alcuni anni fa, collegava al lavoro tutta una serie di significati positivi, sulla linea, mi sembra, di una certa tradizione di pensiero filosofico e politico nei cui esiti non mi rispecchiavo del tutto. Il lavoro mi era sempre sembrato qualcosa di dispensabile, dovuto a una piega sbagliata presa dalla nostra società in seguito alla rivoluzione industriale, o a un rapporto gerarchico subottimale fra strumenti e manovratori di strumenti. A pensarci bene mi auguravo, e mi auguro ancora, che un giorno potremo davvero meritarci che non ci sia più lavoro. Ma ho comunque tentato di pensarci. Mi sembrava che, se la fisica sociale fosse stata una scienza e non il sogno malinconico di un restaurazionista ubriaco di progresso, una buona definizione scientifica del lavoro sarebbe stata: dare a qualcuno il proprio tempo in cambio di denaro. Mi pareva che questo valesse tanto per gli avvocati quanto per i centralinisti dei call center, tanto per i venditori provvisori di collant quanto per i pubblicitari. Vale anche se nel tempo ceduto non viene richiesto di fare nulla in particolare: non c’è alcunché di assurdo in un lavoro che consiste nello stare seduti e zitti su uno sgabello per ore – questo, in realtà, è il lavoro che avrei fatto io stesso il 7 giugno 2009, in una chiesa sconsacrata di Napoli, in cambio di 40 euro. La definizione valeva anche di me, che sono o vorrei essere uno scrittore – che, secondo la fisica sociale, è una persona che in cambio di denaro passa tempo a scrivere. Di denaro ce n’è poco. Di tempo, no.
Il tempo che ho scambiato con il Napoli Teatro Festival era, più o meno, un mese e mezzo. Non poteva essere molto di più, dal momento che il mio contratto stabiliva che dovevo consegnare il testo entro la fine di febbraio. Questo perché, a quanto mi era stato detto, a inizio marzo sarei dovuto andare a Berlino per un giorno (e non di più, per contratto) per presentare il mio testo al regista di fama mondiale e ai partecipanti al suo laboratorio. Questi, in seguito, si sarebbero divisi in tre gruppi, per seguire i testi di altre due scrittrici ed il mio, e avrebbero iniziato a pensare a una mise en espace, qualunque cosa significasse. La mise en espace sarebbe stata realizzata a Napoli, quest’estate, quando io e le altre due scrittrici saremmo stati ospiti del festival, proprio così, per seguire il lavoro sui testi in vista della rappresentazione.
Mi pareva strano che un regista accettasse a scatola chiusa un testo, commissionato a un giovane scrittore che col teatro non ha nulla a che fare. È per questo che ho scritto un’e-mail al direttore artistico del festival. La mia poca esperienza bastava a farmi suggerire, più cautamente, di scrivere, magari, dei materiali di lavoro (brani, prologo, appunti). Il direttore si è mostrato molto cordiale, ha appianato ogni mio dubbio, ha detto "No". I testi dovevano essere pronti per poterli pubblicare. Magari, magari, non sarebbero stati messi in scena esattamente com’erano, ma ci si poteva lavorare una volta a Napoli. Il direttore si è detto felicissimo di lavorare con degli scrittori e sicuro del buon esito del progetto.

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A marzo sono andato a Berlino, dove ho conosciuto le due scrittrici con cui avrei condiviso la pubblicazione, e ho presentato il mio testo a una platea divisa fra scherno, irritazione e scetticismo, che non aveva nessuna intenzione di farsi presentare un testo. Erano i partecipanti del laboratorio – capitanati, in esso e nello scetticismo e nell’irritazione e nello scherno – dal regista di fama mondiale. Il loro lavoro era studiare il testo di partenza, analizzarne la struttura, metterne in luce la forma e capire lungo quali direttrici trasportarlo nell’attualità. A quanto ne sapevano loro, in questo lavoro sarebbero stati affiancati da tre scrittori italiani. Io ero uno di quei tre, e, mentre il laboratorio analizzava, metteva in luce e trasportava, non stavo affiancando proprio nessuno. Io, secondo le istruzioni del festival, avevo già scritto un testo, che invece, secondo le istruzioni dei partecipanti del laboratorio e del regista, avrei scritto dopo. Il festival ci ha mandati a Berlino l’ultimo giorno.
C’è una storia che ho cominciato a raccontare in quel periodo – gratis. Parla di un ragazzo i cui genitori chiedono a un’agenzia matrimoniale di trovare loro una nuora. Dopo alcune ricerche il ragazzo riceve una lettera, intrigante e maliziosa, da una candidata. Colpito dal suo modo di ragionare e dalla leggiadria delle sue metafore, intraprende un fitto scambio epistolare con lei, che culmina nella decisione di combinare un incontro. Quel pomeriggio in casa del ragazzo si presenta la candidata, accompagnata dai genitori. Chiacchierano, bevono il tè, e solo casualmente il ragazzo viene a scoprire, prima del matrimonio, che la persona che ha di fronte è, in realtà, un uomo. Chi è il colpevole? Il responsabile dell’agenzia matrimoniale, ovviamente – l’unico che, quel pomeriggio, non si era fatto vedere.
L’unico che a Berlino non si era fatto vedere era il direttore artistico del festival. Al ritorno, tutti e tre abbiamo riletto i nostri contratti, che dicevano di fare esattamente quello che avevamo fatto. Un testo chiuso entro marzo, un giorno a Berlino. Abbiamo scritto all’organizzazione, lamentandoci dell’accoglienza. Abbiamo scritto all’organizzazione, chiedendo del futuro. Abbiamo scritto all’organizzazione, minacciando di dare lavoro a un avvocato. L’organizzazione, per un po’, non ha risposto. Alcune settimane dopo abbiamo ricevuto una telefonata dal direttore artistico del festival, che si rendeva conto delle difficoltà incontrate, dovute, nelle sue parole, ad alcuni fraintendimenti, sì, a certi problemi di comunicazione. Ma le cose ora erano chiare, sì: anzi, quell’incontro a Berlino aveva finalmente dato forma al progetto: una forma definitiva. Il testo di una delle due scrittrici sarebbe stato messo in scena da alcuni partecipanti al laboratorio; quello dell’altra sarebbe stato rilavorato dall’autrice con i due drammaturghi che avevano ideato il workshop. Per quanto riguardava me, così diceva la lettera che ho ricevuto dal direttore stesso, ero "invitato a Napoli a partecipare a due settimane di laboratorio incentrato sul mio testo", incentrato, diceva, che è un tecnicismo attestato sin dal quattordicesimo secolo che significa "concentrarsi su".

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A Napoli ho lavorato un giorno solo, il 7 giugno. Sono entrato, al mattino, in una chiesa sconsacrata, sedendomi in cerchio in una stanza a destra del transetto. Nella stanza erano i partecipanti al laboratorio e il regista, che riprendevano i lavori sospesi a Berlino. Io sono rimasto lì seduto per quattro ore, senza essere interpellato. Era quello il mio lavoro. Il tema di quel primo incontro erano i testi da adottare per le rappresentazioni. I partecipanti hanno discusso di alcuni scritti proposti dal regista, che tempo prima aveva inviato una e-mail collettiva, dettagliando i suoi progetti sul lavoro da svolgersi a Napoli. Nell’e-mail, il regista compendiava i risultati raggiunti a Berlino e indicava i concetti cardine e le linee di sviluppo di quello che sarebbe successo a Napoli – spiegava, insomma, su cosa si sarebbe incentrato il laboratorio. Io non avevo ricevuto quell’e-mail, ma non credo fosse un caso, perché del mio testo non si faceva proprio menzione, no. L’agenzia matrimoniale doveva avergli detto che ero una donna.
Uno dei partecipanti al laboratorio, quella sera, ha riassunto benissimo la mia situazione di quel momento, così come la percepivano loro e come la percepivo io: "Qualcuno che arriva a una festa senza sapere di essere in ritardo, e trova tutti già ubriachi". Mi ha detto che quella era la faccia che avevo. Quella mattina, in chiesa, mentre lavoravo, ho pensato a cosa avrebbe potuto fare, nel seguito della mia storia, il responsabile dell’agenzia matrimoniale. Credo che avrebbe scritto al ragazzo, scusandosi per il disguido. Sono cose che capitano, non sa in primavera quante persone si vogliono sposare. In compenso, stavolta abbiamo una moglie fantastica per lei, gli avrebbe scritto. Gli avrebbe parlato del suo profumo, e gliela avrebbe presentata come oziosa e portata all’amore. Gli avrebbe mostrato alcune foto, e la cartella clinica, e l’estratto conto della ragazza. Lui, scettico sulle prime, si sarebbe fatto convincere da tutte quelle immagini. Avrebbe magari interrotto una relazione con una vecchia compagna di liceo, sperando in questo nuovo futuro. Si sarebbe profumato il mento e le ascelle prima di incontrare lei. All’appuntamento, avrebbe scoperto con un misto di disappunto e disperazione che la sua moglie promessa era, in realtà, lo stesso uomo dell’altra volta. Si sarebbe adirato, senza pensarci, gli avrebbe urlato contro, "Che cosa ci fai di nuovo qui?".
Il responsabile dell’agenzia matrimoniale, ovviamente, non sarebbe stato nei paraggi. È a lui che sarebbe andato, in quell’istante, il pensiero accusatorio del ragazzo, e del suo promesso, lì fermi sull’uscio, un uscio così logoro. Sì, ma i colpevoli si trovano dopo, quando la colpa si è stemperata nella rabbia o l’ira è morta nell’indulgenza o più non sussiste il fatto commesso. Non so quando i fatti smettano di sussistere; credo però di sapere cosa avrebbe risposto l’uomo, prima di tornare di nuovo a casa, al ragazzo di nuovo deluso. Gli avrebbe risposto: "Scusami. L’agenzia mi ha detto di tornare da te. Anche io sulle prime non ci credevo, ma poi ho pensato che avessi cambiato idea. Questo ho pensato. Scusami."

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Immagino che anche molti matrimoni felici siano stati organizzati dal Napoli Teatro Festival, che come il Federal Theatre Project dà lavoro a migliaia di persone. Lo dà anche a me, di nuovo, in queste due settimane in cui lo Stato mi offre un appartamento ed una diaria in cambio del mio tempo, perché il festival è un’occasione di sperimentazione culturale nel panorama nazionale, e una prova dell’attenzione riservata dalle istituzioni ai giovani scrittori italiani. Questa è la seconda volta che scrivo qualche cosa sul lavoro. La prima volta era per rispondere a una domanda, rivoltami in un bar del centro di Milano: "Come mai i giovani scrittori italiani non scrivono per il teatro?". Non ho un’opinione chiara circa la teoria avanzata inizialmente a riguardo. Ora credo che avrei più strumenti per rispondere a questa domanda, ma non vorrei dedicarmici troppo. Ho ricominciato a scrivere il mio secondo romanzo. È il mio lavoro.








pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 6 luglio 2009