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Mariasole Ariot



L’immagine è: un condominio affollato, prigioni blindate come celle di clausura e un buco sottile sul muro di ogni stanza. Per ogni stanza un uomo. Per ogni buco una cannuccia disinfettata ad ogni respiro da cui bere e sputare la saliva dell’altro. Di centottanta perlopiù sconosciuti. Succhiarne la bava e gli umori, cercare anche, a volte, di spiargli dal buco la gola e i denti marci, magari anche la traccia sporca lasciata dal succhiatore precedente. E poi sedersi, al centro della stanza a sfregarsi le mani fino a farle schizzare sangue.

Ed ecco affacciato questo bisogno – svuotato di senso proprio – di trattenere ogni filo. Diramazioni come tele di ragno che nascono al palmo della mano e spingono l’esterno a toccare miriadi di punti. Vuoti.
Perché l’idea generale non è quella di arrivare all’Altro, di toccarlo, di comunicare in un terreno unificato, che sa penetrare e lasciarsi perforare: al contrario lo scopo finale è la cristallizzazione della propria presenza nel vuoto dell’altro. Esserci in quanto traccia morta depositata sul corpo di chi sta al capo opposto della tensione, sul filo dell’altro.
Siamo i disperati della falsa comunicazione, della testimonianza in diretta: devo dirti ogni istante, lasciare segno per ogni singola imperfezione e sapere che tu, a distanza (a debita distanza, là, dove io ti ripongo), puoi fare la stessa cosa. Basta un messaggio, una chiamata breve. Sono in contatto con tutti, posso tutti e tanto più chi non c’è: all’autobus, fermi ad attendere, quindici persone senza volto comunicano con quindici assenti. Tra loro, neppure una parola.

Perché questa necessità? Perché questa smania di intrecciare reti a maglie fitte restando però a guardare solo dall’esterno? Innanzitutto è una questione di controllo: avendo perduto me stesso o non essendo mai riuscito ad avermi, l’alternativa più semplice è quella di possedere un controllo anche blando, anche irrilevante su un reticolo sempre più numeroso di altri esseri umani, nell’illusione e nel conforto di avere finalmente la situazione in pugno -e i pugni chiusi alla situazione. L’Altro come manifestazione frammentata dell’Io,un me stesso esteso, frastagliato e incontrollabile – come io stesso sono – e che però mi evita di precipitare nell’angoscia di quella perdita iniziale. Io sono ingovernabile, gli altri anche. Ma almeno, sono gli altri.
In secondo luogo è una questione di comodità. Nel corso di un’esistenza riusciamo a gestire rapporti veri, intensi, empatici, duraturi, liquidi ed evolutivi con un numero ridotto di persone: due, quattro, una decina forse, non di più. L’affetto non è smisurato, è sformato, forse, è disordinato, altalenante, ma non illimitato.
Tessere rapporti e restare intrecciati a cento, duecento, trecentottantasette persone è umanamente impossibile vivendo a fondo e col proprio fondo ognuna di queste. E’ però possibile fare un salto nemmeno tanto pindarico che anziché avvicinarci a solo un gruppo selezionato con una scelta d’amore, ci allontana da tutti. Un salto all’indietro, nel Vuoto, per essere ovunque e contemporaneamente distante da tutto avendo però su quel tutto gli occhi ben aperti, vigili. Come il salto nel vuoto di chi ha preparato il proprio suicidio con impalcature ad inchiostro: andandomene, da un lato mi sottraggo all’impotenza e all’impossibilità di scendere in campo, dall’altro ottengo che sia quel campo a venire a me, restandomi indissolubilmente legato in quell’istante unico: nel momento in cui ci sono per tutti-e resterò inciso come cicatrice sulla pelle di ogni maledetto.

Da qualche giorno ho gettato a mare uno di quegli aggeggi che servono a spargere bave di ragno per le belle ragnatele. Gettato per falso errore nel cartone delle pizze, tra croste e scarti bruciati. E se un tempo passavo giorni interi a (trat)tenere salde tutte le maglie come fosse cibo e disfarmi invece del cibo vero, oggi ho un desiderio che scuote e parte contrario: riuscire a masticare la cena fino all’ultimo boccone e gettare nel cesso i resti di un tempo malandato, di un’epoca di disperati che non sanno più far l’amore se non a quattro e che per masturbarsi hanno bisogno di impiccarsi. E poi tornare a giocare in strada.








pubblicato da s.baratto nella rubrica dal vivo il 29 giugno 2009