A Moresco e Giovannetti il premio L’albatros

(estratto dalle motivazioni, di Carmine Fotia)



Questo di Antonio Moresco (e di Giovanni Giovannetti, perché le foto sono parte integrante del racconto) è un libro bellissimo.
È una narrazione vivida, struggente, talvolta spietata e talaltra analitica, mai fredda. È un viaggio al contrario, seguendo le tracce di un gruppo di Rom sgomberati dalla Snia di Pavia fino in Romania, nel cuore dell’inferno da cui sono fuggiti.
È l’oscuro viaggio nel cuore oscuro di quella parte d’Europa che preme per ottenere un po’ della civiltà e del benessere che noi abbiamo promesso loro dopo la fine ingloriosa dei regimi comunisti orientali, dispotici e retti da veri e propri satrapi come nel caso di Ceausescu e che le nostre televisioni quotidianamente mostrano come a portata di mano. Ma quando essa ci si presenta col volto sporco e dolente di questi Zingari di merda scatta immediata la repulsione e la rappresaglia che spesso unifica, in un comportamento simile a quello di quei «fascisti dell’Illinois» giustamente odiati dal grande John Belushi in The Blues Brothers, destra Lega e sinistra.
«C’è tutta una fascia di miseria che attraversa il ventre d’Europa e che di qui si ramifica, venuta dagli spostamenti e dalle migrazioni antiche, spinta avanti o messa in fuga dalle masse barbare in guerra che premevano le une contro le altre, incalzate dai popoli selvaggi usciti dalle steppe come dal nulla. Queste migrazioni non sono avvenute solo in un lontano passato che non potrà più ripetersi. Avvengono continuamente, in modi e in forme diverse, sotto i nostri occhi. Gli uomini non stanno mai fermi. Vanno avanti, ritornano indietro, vanno ancora avanti, ogni giorno un metro in più, un chilometro in più, mille chilometri in più, a piedi, a cavalcioni degli animali, sulle macchine scalcagnate che corrono in piena notte sulle autostrade, sopra l’orizzonte curvato, dentro la nube gastrica dell’atmosfera, lungo i cerchi di questo piccolo pianeta rotante illuminato di tanto in tanto dalla stella del sole» (p. 36).
Pare di vederle, queste masse di diseredati percorrere le vie della disperazione (l’ossimoro de «l’orizzonte curvato»), vengono innanzi, con i loro bimbi cenciosi e spesso da loro stessi venduti perché – ci dice Moresco con spietata capacità analitica senza alcuna compiacenza buonista – il degrado non produce riscatto ma solo degrado e violenza e oppressione (basta leggere le pagine in cui Dumitru racconta come i Rom trattano le loro donne; pp. 58-59).
Ma Moresco usa anche il registro del reportage vero e proprio: snocciola cifre, cita dati, racconta fatti. Ma quando pensiamo che il libro viri verso l’approfondimento giornalistico (che non sarò io a denigrare essendo il genere cui indegnamente mi dedico da qualche decennio e di cui avvertiamo oggi acuta l’assenza, ma che in questo caso non rende la complessità della scrittura di Moresco) ecco tornare il racconto impressionante, quasi dark, delle persone che vivono sepolte sottoterra, di quei «morti viventi» che protendono le loro braccia, sospinti dalle grida ancestrali delle loro donne, ad afferrare Moresco e il suo picaresco gruppo di compagni di viaggio. Da lì comincia il viaggio di ritorno. Ma in questo libro disperato e perciò – come dicevo all’inizio – bellissimo, non c’è lieto fine, non c’è speranza, non c’è consolazione. C’è una domanda che inquieta sul mistero di questo popolo migrante da sempre e per sempre e perciò spesso perseguitato.
E così il sipario si chiude su Leonard, un Rom ucciso mentre percorreva in bicicletta nel gelo le strade della notte padana, travolto da un’auto che non si è fermata a soccorrerlo. L’avesse fatto sarebbe sopravvisssuto. Ma a chi interessa la sorte di un Rom? «Uno zingaro di merda in meno».
Il premio di questa serata non è solo agli autori, ma anche alla piccola casa editrice che ha compiuto un gesto di grande coraggio, pubblicando un libro talmente controcorrente da essere assolutamente necessario.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 29 giugno 2009