Padroni di casa

Teo Lorini



L’unico film italiano selezionato per il concorso internazionale alla 65a edizione del Festival di Locarno porta la firma di Edoardo Gabbriellini alla regia e quella di Luca Guadagnino come produttore. Padroni di casa sfoggia poi un cast ricchissimo in cui, accanto alla sorpresa di Gianni Morandi che torna a recitare per il cinema a 40 anni da La cosa buffa (1972), spicca per affiatamento e chimica la coppia composta da Elio Germano e Valerio Mastandrea (la cui carriera decollò proprio con il Pardo per il migliore attore conquistato qui a Locarno nel 1997 con Tutti giù per terra).
Fratelli e proprietari di un’aziendina edile, i due vengono assunti per pavimentare il terrazzo della villa di Fausto Mieli (Morandi) un cantante che da anni si è ritirato nel suo paese natale. Mieli è testimonial dell’oasi naturale che costituisce la principale attrazione del posto e da anni vive accudendo Moira, la moglie severamente menomata da un grave ictus (ruolo che consente a Valeria Bruni Tedeschi di attingere a vette di istrionismo ancora inesplorate). Quando il film inizia però, scopriamo che il cantante sta preparando la sua rentrée sulle scene.

Non ci vuole molto perché questo quadro idilliaco lasci intravedere le prime crepe.
Nemo propheta in patria, e infatti Morandi/Mieli è tutt’altro che amato dagli abitanti del paesino (tutti, dalla ninfetta sedicenne all’ultimo beone del bar, non perdono occasione – o brindisi! – per augurargli la morte). I due fratelli sono molto meno affiatati di quanto si sforzano di dimostrare. Mieli stesso lascia trapelare, dietro i grandi sorrisi e l’aria paciosa, cinismo e disprezzo per gli altri. Le tensioni montano in maniera sempre più incontrollabile e l’antipatia collettiva per la grande star si estende ai due operai-padroncini arrivati dalla grande città. Il climax arriva nel giorno dell’esibizione: poco prima di partire per il suo grande concerto, Mieli trova la moglie (inspiegabilmente abbandonata dalla badante) in preda alle convulsioni. In una scena che omaggia a ruoli invertiti il culmine di Piccole volpi (William Wyler, 1941), il cantante la lascia morire e se ne va. Al ritorno della badante dalla sua lunga (e incomprensibile) assenza, la colpa cadrà su uno dei due operai, innescando un’esplosione di violenza destinata a travolgere tutti.

Parte bene l’opera seconda di Edoardo Gabbriellini, tratteggiando un microcosmo in cui tutti sono disperatamente aggrappati all’immagine di sé che si sono costruiti (il mini-imprenditore Germano ossessionato dalla precisione e dalla puntualità, la ragazzina di paese che dice “Io appena posso vado a Londra”, il cantante in pensione concentrato sull’evento che dovrebbe rilanciargli la carriera…) e, pur di mantenerla integra, sono pronti a combattere con una ferocia a cui si allude sin dalla scena iniziale con l’apparizione di un lupo ringhiante (subito freddato da un giovane bracconiere). Allo stesso modo, gli istinti naturali – la paura in primis - trovano il modo di irrompere nella routine dei rapporti sociali codificati, con imprevedibilità analoga a quella con cui le convulsioni si impadroniscono del corpo offeso di Moira Mieli.
Se Padroni di casa appassiona per tutta la prima ora, il merito va anche a un casting decisamente azzeccato in cui tutti, dai protagonisti all’ultimo dei personaggi del paese, hanno la faccia e la postura giuste. (sarebbero state perfette anche quelle del rugoso e dinoccolato Morandi, se l’eterno Ragazzo di Monghidoro, troppo abituato al sorriso pacioso da Festival di Sanremo, fosse riuscito a trovare le espressioni per rendere la cattiveria e il cinismo del suo personaggio). Gabbriellini dirige con piglio sicuro e il duo Mastandrea / Germano lo ripaga trovando i tempi con precisione millimetrica, tanto da compensare abbondantemente la recitazione sovraccarica della Bruni.
Quando però la Bruni ha un attacco epilettico e muore, il film precipita verso un finale stracarico di citazioni (in poche inquadrature si passa da Un tranquillo weekend di paura a Cane di paglia) che pesta sull’acceleratore di una violenza poco plausibile. Ma ancor meno plausibile è l’interminabile iato fra l’attacco di convulsioni che porta alla morte Moira Mieli (in teoria affidata alla badante, in pratica lasciata sola per un tempo inverosimilmente lungo) e l’attimo in cui Mastandrea si imbatte – per una coincidenza telefonatissima – nel suo cadavere. Altrettanto irreale è la sequenza in cui i carabinieri danno in pasto ai brutaloni del villaggio il sospetto di un possibile omicidio. Resta infine un mistero il motivo per cui Mastandrea, scoperto il cadavere, decida di andarsene a spasso nei boschi, facile preda dei facinorosi sguinzagliati sulle tracce dei due forestieri.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 5 agosto 2012