Dentro il sogno del padrone

Tiziano Scarpa



Vi voglio raccontare una cosa che mi è successa. E un’altra che è successa a Silvio Berlusconi. In tutti e due i casi, si tratta della stessa cosa.

L’anno scorso scrissi una pièce per il Napoli Teatro Festival. Si intitolava L’inseguitore.

Lo spettacolo è andato in scena al Ridotto del Mercadante di Napoli, in una sala larghissima e poco profonda: il pubblico era seduto su un’unica fila di una ventina di metri. Gli attori recitavano in bocca agli spettatori.

Sette mesi dopo, lo spettacolo è stato ripreso in alcuni grandi teatri del Veneto. Non disponendo essi di ridotti né di altre piccole sale secondarie, il regista ha deciso di riproporre comunque l’esperienza molto intensa del Mercadante (pochi spettatori a ridosso degli attori), con un espediente: facendo sedere il pubblico sul palcoscenico.

È stato in queste condizioni che mi sono ritrovato ad assistere di nuovo, dopo un bel po’ di tempo che non lo vedevo, alla messa in scena dell’Inseguitore: entravo in teatri molto grandi, dove la platea era una distesa deserta, e il boccascena sembrava davvero una bocca, una bocca spalancata con una fila di denti, gli schienali delle poltroncine montate direttamente sull’orlo del palcoscenico. L’effetto, visto dalla platea, era di una scena che avesse risucchiato fisicamente il pubblico dentro di sé.

Ho rivisto L’inseguitore così, aspirato dal palcoscenico, imbevuto dalle luci di scena che lambivano anche me: allucinato dal mio stesso sogno.

Mi sono messo un po’ in disparte, dietro gli spettatori, li vedevo risucchiati dentro questa mia storia, dentro questo mio sogno (per di più, il protagonista in questo dramma si addormenta due volte e sogna, quindi l’effetto di assorbimento onirico era ancora più forte). Ho ammirato fino alla commozione la messa in scena di Arturo Cirillo e dei suoi attori. E sono stato scosso da questa forza risucchiante della scena, che ha ingoiato gli spettatori dentro di sé.

Ma mi sono sentito anche la causa di una strana violenza. Che diritto avevo, io, di risucchiare le persone dentro una mia invenzione, dentro un mio sogno? Quale forza faceva sì che quella cinquantina di spettatori fossero stati aspirati fisicamente lì sopra, sul palcoscenico, dentro un mio fantasticamento, dentro la scena mia e di Arturo, dei suoi attori e scenografi e direttori delle luci?

Quello che avevo sempre pensato, riguardo alla televisione, e in particolare la televisione privata, le reti berlusconiane, la loro irresistibile ascesa, la loro conquista del predominio dei gusti del pubblico, era che fossero il frutto di una competenza specialistica, di oculate strategie di mercato, sondaggi sulle preferenze e le debolezze profonde della gente. Archetipi condivisi, esperienza commerciale, estetica dei media…

Stangone, bellezza, gioventù, culi, sorrisoni, femmine, grandi tette, dentature smaglianti, cosce in movimento: marketing. Nient’altro che marketing. O, se si vuole, populismo: assecondare i gusti triviali della maggioranza, colpire al basso ventre con una carezza vellicata. Dare alla gente robaccia, spettacoli triviali, perché, ahimè, è quello che in fin dei conti la gente vuole, anche se il padrone avrebbe ben altri gusti e desidererebbe offrire tutt’altra qualità. Doppia verità. Doppia estetica.

Quello che è venuto fuori in queste settimane è molto più semplice. Molto più umano. Le feste di Capodanno in Sardegna, i dopocena a palazzo Grazioli, le vacanze circondato da belle ragazze, il gelato gratis per gli ospiti, le donne fresche, sorridenti, dappertutto, la caricatura scadente della canzone napoletana, le barzellette in ogni occasione…

Lo spettacolo televisivo che ci ha proposto Berlusconi, da trent’anni a questa parte, il sogno in cui ci ha risucchiati, non era una strategia di marketing. Era quello che piace veramente a lui. Era il suo sogno. Quello che, appena può, lui allestisce scenicamente per sé stesso, dal vivo, intorno a sé, a casa sua, a palazzo, nelle sue ville, facendolo recitare in carne e ossa dalle sue giovani invitate, i suoi suonatori di chitarra, gli ascoltatori delle sue barzellette.

La tivù con cui ha conquistato l’Italia è esattamente la realtà che allestisce per sé. Nessuna discrepanza fra lo spettacolo riservato al principe e quello offerto ai sudditi. A ridosso della scena, dentro casa, con la tivù che ci recita in bocca, imbevuti dalla sua luce, siamo stati risucchiati dentro il sogno del padrone.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 23 giugno 2009