I Visitatori

Giovanni Spadaccini



Anch’io sono spaventato. Anch’io ho paura. Forse perché non sono un analista finanziario, o l’editorialista di un’importante testata giornalistica o il responsabile alla sicurezza di un piccolo o medio partito in una piccola città di provincia. O forse, più semplicemente, ho paura perché non sono razzista, perché non sono ossessionato dalla sicurezza, dal controllo, dall’intervento protettivo del potere sulla mia vita. Ma forse sono anche spaventato dall’idea di diventare razzista, di perdere il controllo sulla mia ragione e sulle mie emozioni e di lasciarmi travolgere. Sento che molte persone, come me - ma anche più rigorose e radicali di me - condividono questa stessa mia paura, questo terrore e questo spavento. Sentono di essere portatori sani dell’orrore, inoculato segretamente, ma con costanza implacabile, per mesi e anni; un orrore che improvvisamente affiora sul filo della coscienza come richiamato da chissà quale formula magica che lo teneva in sonno. E ora eccolo lì: superbo e saldo, l’orrore mi ha preso e mi tiene prigioniero: non son chi fui, perì di me gran parte.

Non sono mai stato una persona particolarmente speranzosa, dall’avvenire ben immaginato e sereno, fiducioso del proprio essere e del mondo. Fino ad ora mi sono limitato a fantasticare su ciò che avrei potuto essere o che sarebbe potuto succedere nella mia vita e in quella di tutti. Gli scenari possibili non sono tanti, purtroppo.
A un certo punto, però, cominciano a succedere delle cose, piccoli avvenimenti senza clamore a cui quasi nessuno attribuisce molta importanza. Succede che nel paese in cui sciaguratamente sono nato e cresciuto, qualcuno, molti anni dopo la fine della scuola dell’obbligo, voglia darmi lezioni di educazione civica e farmi sentire più sicuro e protetto. Nella mia stessa città, che non brilla per sincerità ma che di certo non si potrebbe dire pericolosa o allo sbando, alcuni decidono di organizzarsi in gruppi e di uscire per le strade, travestiti come colonnelli delle SA.

Ancora in giro non li ha visti nessuno, ma solo perché queste persone riunite sono – cito testualmente dal loro sito – «in attesa di diventare formalmente operativi con la pubblicazione del decreto legge governativo sulla Gazzetta Ufficiale» . Il decreto è, naturalmente, il cosiddetto decreto sul «Presidio del Territorio», il via libera alla costituzione di associazioni di volontari in uniforme (qualsiasi uniforme, persino una semplice pettorina fluorescente. E chissà perché loro hanno scelto proprio quella?) con facoltà di pattugliare le strade e segnalare alle forze di polizia eventuali situazioni di pericolo o di rischio dell’incolumità personale. Si definiscono patrioti e servitori dello stato e, al contrario della Guardia Nazionale Padana – da loro definita «secessionista e quindi contro la Costituzione della Repubblica, l’ordine costituito, la sicurezza pubblica e lo Stato» - si ritengono i difensori della millenaria storia del popolo e della nazione italiana: «camicia color kaki / senape con l’effigie dell’aquila Imperiale Romana sul braccio sinistro, bandiera Italiana sul braccio destro,ruota solare incandescente con fascia sul braccio sinistro».

Altri gruppi della stessa appartenenza politica, da loro non esplicitamente rivendicata sebbene piuttosto palese, da decenni operano in una condizione di semi-clandestinità e anche quando lavorano alla luce del giorno lo fanno senza troppo clamore e, in ogni caso, in opposizione al governo in carica e al sistema politico ed economico italiano e occidentale.
Questi no.
La cosa che salta agli occhi da subito è come, superato lo sgomento iniziale per la quantità di anacronismi e semplici idiozie da esaltati fascistoidi, questi si propongano come i buoni, quelli che vengono in soccorso alle persone in difficoltà, promotori di iniziative culturali e sportive e di tante altre belle e nobili cose:

«Il nostro impegno è finalizzato alla salvaguardia, tutela ed assistenza dei cittadini Italiani. Per far questo ci siamo strutturati in diversi settori di attività:

* protezione civile;
* protezione eco-ambientale;
* protezione ittico-faunistico-venatorio;
* protezione zoologica;
* promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane; con particolare riferimento all’Impero Romano.
* promozione e coordinamento di iniziative di responsabilizzazione civica, di moralizzazione e di convivenza tra gli Italiani, anche prestando la propria assistenza ai cittadini al fine di garantire agli stessi la possibilità di partecipazione democratica a manifestazioni pubbliche, convegni e congressi organizzati da movimenti, partiti ed associazioni;
* agevolare la partecipazione e l’aggregazione dei cittadini alla vita civile, sociale e culturale, contribuendo alla formazione dei progetti di sviluppo civile e sociale della comunità Italiana attraverso la partecipazione attiva dei suoi soci»

Chi sono questi visitatori che finalmente arrivano ad insegnarci come convivere? Alcuni sospettano che siano benefattori, venuti da chissà dove. Altri, più cauti ma non meno grati, aspettano qualche giorno prima di applaudire. Altri ancora fanno strani segni sui muri delle città, per segnalare che in quel palazzo periodicamente ci sono persone che si riuniscono e ragionano tra loro su cosa fare e come farlo. Inizialmente è un segnale che in pochi capiscono ma la voce si sparge e tanti altri accorrono, per curiosità e per convinzione.
Eppure non succede niente. Tutto è calmo, in ordine. Sono diventati tutti buoni.

Questa mattina, all’alba, mi sono affacciato alla finestra nella speranza che quello scroscio che sentivo fosse un temporale venuto a dar tregua al caldo infernale che per tutta la notte ci aveva perseguitato. Nonostante non si vedesse una goccia di pioggia cadere, continuavo a sentire il rumore scrosciante di piccoli oggetti che precipitavano sui tetti. È stata con grande sorpresa che, alzando gli occhi al cielo, ho capito di che si trattava: uno stormo di uccelli appena svegliati dal sole nascente scaricavano in libertà, come un pacifico e derisorio bombardamento, la loro merda sui tetti della nostra bella e pulita cittadina e se ne partivano per andare altrove. Avevano di sicuro passato la notte appollaiati in cima ai palazzi, a qualche trave sporgente o in qualcuna di quelle vecchie piccionaie di cui il centro è pieno. Non dev’essere stata una notte particolarmente serena ad aver loro ispirato un arrivederci così poco cordiale. Avranno forse sognato tutti lo stesso sogno, o forse lo stesso incubo, quasi telepaticamente in contatto per qualche caratteristica ancora non presagita dagli scienziati nella loro specie. Si saranno dati un segnale al risveglio, per concordare un degno ringraziamento ai tetti che li avevano ospitati e poi via, in volo, insieme.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 19 giugno 2009