Patria 1978-2008

Andrea Tarabbia



Aldo Moro, il caso Sindona, Bologna, l’Irpinia, Alfredino Rampi, Dalla Chiesa, Calvi, i Mondiali, Bettino Craxi, la morte di Berlinguer (di cui ricorre proprio in questi giorni il 25° anniversario della morte), Cosa Nostra, Andreotti, l’ascesa della Lega, il Muro di Berlino, la Bolognina, gli sbarchi dei primi albanesi sulle coste della Puglia, Tangentopoli, Falcone e Borsellino, Raul Gardini, Riina e Provenzano, l’ascesa di Berlusconi, il primo governo «di sinistra», Vincenzo Muccioli, la cura Di Bella (ve lo ricordate, quel medico farfuglione che per alcuni mesi sostenne di poter curare il cancro?), Padre Pio e la sua frettolosa santificazione, il G8 di Genova e l’11 settembre, l’arrivo dell’euro, le nuove Br, i movimenti, il delitto di Cogne, Coscioni e Welby, l’immondizia.

In mezzo, a intervallare un anno dall’altro, piccole, didascaliche antologie di alcuni dei libri e delle canzoni più significative di questi ultimi trent’anni del nostro paese: la scelta è spesso opinabile, ma tutto concorre, in Patria 1978-2008 (Il Saggiatore), a raccontare l’Italia agli italiani con un tono e una gioia enciclopedici che fanno del libro di Enrico Deaglio un’opera da consultazione monumentale e per molti versi imprescindibile sulle vicende del nostro paese. Un’opera che è una ricostruzione storica condotta con piglio giornalistico e citazionista, e che sfogliare è per me impressionante: dei trent’anni che vi sono descritti, io ne ho vissuti con piena coscienza forse soltanto una metà, eppure mi ricordo (quasi) tutto: i nomi, i cognomi, le atmosfere. Per me Raul Gardini è stato un nome su un giornale, come mi sono stati lontani gli anni del governo Craxi, o il mondiale dell’82. Ma tutto, leggendo, in qualche modo mi ritorna, e io ricostruisco un colore, un’immagine che in qualche modo mi riconducono a quelle tappe – che non ho «vissuto», ma al cospetto delle quali io ero vivo.

La cosa che mi impressiona, di Patria, è che tutto questo è successo mentre io ero qui, mentre c’ero. Se poi penso che, inevitabilmente, quella di Deaglio, per quanto esaustiva, non è che una selezione, mi accorgo che la storia dell’ultimo trentennio di questo paese che oggi sembra fiacco, incancrenito e postumo, è una storia vibrante, drammatica e velocissima. Penso ad esempio a come, in certe pagine, viene descritta l’attività di Cosa Nostra in Sicilia, all’affresco che ne viene di un’isola dove il brigantaggio non è finito, ma si è tecnologizzato ed è riuscito a penetrare nell’ordine economico del mondo: penso a quello che ci dicevano a scuola su quello che succedeva nell’isola più di un secolo fa, dipingendocela come una terra di predoni, di razzie, di morte certa, e poi paragono il tutto a quello che Patria dice e mi rendo conto di come tutto, oggi, sia più veloce, più violento e in qualche modo e per assurdo più lontano.

Non ho mai creduto all’«anomalia italiana» (ogni paese si sente anomalo rispetto agli altri), ma ecco cosa scrive Deaglio, in un’introduzione breve e sconvolgente:

«(…) la nostra storia di questi ultimi trent’anni è stata molto feroce, senza paragoni con quello che è successo nel resto d’Europa. Una repubblica è crollata sul discredito, un’altra è nata con le stragi. Un paese è stato colpito come l’11 settembre, nove-dieci anni prima dell’11 settembre. Un "proprietario" è diventato l’uomo politico più popolare proprio in quanto proprietario. Del vecchio mascellone e dei suoi metodi oggi si dice che aveva inventato la formula politica più adatta per un paese di refrattari. Cardinali, uomini con le sottane, dicono che spetta a loro decidere come nascono i bambini, come si fa l’amore e come si muore. La criminalità e la corruzione godono di ottima salute.»

E poi, commentando la fine della «Prima repubblica»:

«E così la Prima repubblica se ne va, nella peggiore maniera possibile: tra stragi, bombe, processi televisivi, suicidi, proposte costituzionali di separazione, neppure tanto consensuali, crisi finanziarie…»

…poi passa al passato remoto:

«C’erano due tipi di violenza. La prima, quella politica, vide come protagonisti la "lotta armata" e venne messa in atto da gruppi che speravano di instaurare in Italia un regime comunista. (…) Numerosi gruppi fascisti (…) agirono invece, soprattutto con il terrorismo, ma anche con le uccisioni singole, in genere alle dipendenze dei servizi segreti italiani. (…) Ben più imponente e sanguinosa (e senza alcun paragone negli altri paesi d’Europa) fu la violenza economica che ebbe come base di partenza la Sicilia, la Calabria e la Campania. (…) Le conseguenze economiche cambiarono il volto e i pesi del capitalismo italiano. (…) Il potere politico prese atto dell’avvenuta trasformazione.»

«(…) l’Italia del 1993 sembrava pacificata dal punto di vista dei conflitti di lavoro: le ore di sciopero furono appena 21 milioni, ossia all’incirca un’ora e mezza-due in media per lavoratore dipendente. Nel 1975 le ore di sciopero erano state ben 181 milioni, ossia una quindicina di ore per lavoratore dipendente.»

«Come sempre, l’Italia continuò a consumare il doppio del cemento di tutti gli altri paesi europei (801 chili di cemento pro capite), con la sola eccezione della Spagna.»

E, per finire, una citazione di Federico Fellini:

«Io continuo a pensare che fascismo e adolescenza continuino a essere stagioni storiche permanenti delle nostre vite, rimanere bambini per l’eternità, lasciando la responsabilità agli altri, vivendo la confortevole sensazione che c’è qualcuno che pensa a te e, nello stesso tempo, usufruendo di una libertà limitata, ma che ti permette di perdere tempo, e di coltivare sogni assurdi».

Enrico Deaglio, Patria 1978-2008, Il Saggiatore, pp. 939, euro 22
www.patria1978-2008.it








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 14 giugno 2009