Mentre morivo

Teo Lorini



Dopo anni che ci giravo intorno e un paio di tentativi non troppo convinti attorno ai venticinque anni, finalmente, seduto nel diretto affollatissimo che mi riportava da Torino a Milano, sono entrato nell’universo narrativo di William Faulkner e l’ho fatto iniziando con un libro che avevo appena acquistato.
Mentre morivo è stato composto, durante i turni di notte in una centrale elettrica, da un operaio trentaduenne che si dedicava a questo romanzo nelle ore prima dell’alba, quando il lavoro diminuiva sino quasi a cessare, servendosi come piano scrittorio di una carriola rovesciata. A raccontarlo è lo stesso Faulkner, il quale ricorda che il romanzo, pubblicato nel 1930, fu accolto dallo stesso insuccesso e sostanziale disinteresse che già erano toccati a Sartoris e a L’urlo e il furore e che lo avrebbero accompagnato fino allo scandalo (e al conseguente exploit di vendite) di Santuario (1931), libro poderoso e meritatamente celebre, ma senza dubbio inferiore alla profondità straordinaria e dolente di Mentre morivo.

Questo romanzo narra la storia di una numerosa famiglia di miserabili contadini e del loro grottesco viaggio verso Jackson, la capitale della contea. Addie, moglie del patriarca Anse e madre dei cinque ragazzi Bundren, muore proprio alla vigilia di un uragano. L’unica concessione chiesta in tutta la sua vita al marito che l’ha sempre trattata alla stregua di una serva o di una bestia da soma, è quella di essere sepolta nella sua città natale, Jackson appunto. Sul carretto che porta la bara costruita da uno dei figli, la famiglia intraprende un viaggio grottesco e interminabile. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, mentre un nugolo sempre più numeroso di avvoltoi si avvicina, attratto dal tanfo di putrefazione che nella calura lancinante filtra dalla cassa di Addie, ciascuno dei Bundren riepiloga la propria vita, fra angosce segrete e illuminazioni impossibili da comunicare.
Mentre morivo è in primo luogo il romanzo che dà voce –come mai prima– a un’America proletaria ed emarginata. E lo fa letteralmente: ciascun capitolo infatti ha come narratore e protagonista un personaggio diverso, in un ricco mosaico di voci e pensieri che costituisce forse l’azzardo stilistico maggiore di questo libro (e una menzione ammirata va a Mario Materassi, che s’è impegnato a tradurre tutto Faulkner per l’edizione integrale in via di pubblicazione presso Adelphi). Tuttavia sarebbe un errore limitarsi al dato sociale o antropologico per Mentre morivo, che anzi trova la sua forza più lacerante e dolorosa nell’ impavida esplorazione delle spire inestricabili di cui sono intessuti i legami familiari.
Una lettura simile fa riflettere a come ciò che chiamiamo letteratura americana del Novecento sia percorsa da vene diverse. Quella hemingwayana è la più visibile, e infatti è risultata vincente, ripresa e riprodotta fino all’eccesso da innumerevoli discepoli ed epigoni di valore molto diseguale. Ma accanto ad essa se ne trovano almeno altre due, riconducibili a Fitzgerald e a Faulkner. Almeno nel caso di Faulkner, si assiste a a un sogno di letteratura più possente e nel contempo più scomposto e diseguale negli esiti. Di certo è un’eredità meno manifesta e riconosciuta, ma anzi carsica eppure ancora vivissima e fruttifera in opere spericolate come ad esempio il ciclo dei Sette sogni di William Vollmann.
Brucia, lì dentro, la stessa ambizione che ha animato Faulkner quando, nelle pause notturne tra un carico di carbone e l’altro, si è spinto al fondo della violenza e della sopraffazione, fino a toccare il nucleo incandescente dell’egoismo e della crudeltà del genere umano come fa nel beffardo, desolato e poetico finale di Mentre morivo.

Comme d’habitude nelle anticipazioni del Primo amore, copio qui di seguito alcuni brani di questo romanzo straordinario.

Una vicina in visita descrive il capezzale dove Addie Bundren giace in silenzio, vegliata dall’unica figlia, Dewey Dell:
"Sotto la trapunta non fa più gobba di quanta ne farebbe una traversina, e l’unica cosa che ci fa capire che sta respirando è il rumore dei gusci di pannocchia del materasso. Nemmeno i capelli lungo la guancia si muovono, nemmeno con quella ragazza lì sopra che le fa vento col ventaglio."

Appena fuori dalla finestra della stanza dove Addie si spegne in silenzio, lavora Cash, il figlio rimasto storpio in seguito a una caduta. A lui la madre ha dato l’incarico di assemblare la cassa in cui sarà sepolta. Jewel, il Bundren più ribelle, segnato da un segreto che lo rende il reietto della famiglia e assieme il prediletto di Addie osserva suo fratello:
"È perché s’è messo lì fuori, proprio sotto la finestra, a smartellare e segare quella maledetta cassa. Dove lei lo vede per forza. Dove ogni respiro che tira è pieno di lui che batte e sega così lei lo vede che dice Vedi. Vedi come te la faccio bene. Gliel’avevo detto di andare da un’altra parte. Gli ho detto Sant’Iddio proprio non vedi l’ora di vedercela dentro. […] E adesso quelle altre là sedute come tanti avvoltoi. Che aspettano, si fanno vento. Perché ho detto Se la piantassi di segare e batter chiodi che uno non riesce nemmeno a dormire e lei lì con le mani sulla trapunta come due di quelle radici tirate fuori e ho cercato di lavarle ma non c’era verso di pulirle. Lo vedo, il ventaglio, e il braccio di Dewey Dell. Ho detto Se tu la lasciassi in pace. Sempre lì a battere e segare, e a tenerle l’aria in movimento sul viso che quando uno è stanco non riesce a respirarla, e quella maledetta ascia che fa Un colpo in meno. Un colpo in meno. Un colpo in meno che chiunque passa per strada deve fermarsi e venire a vedere e dire Ma che bravo falegname che è. Se ci fossi stato solo io quando Cash cascò da quella chiesa e se ci fossi stato solo io quando Pà era a letto con quel carico di legno che gli cascò in testa, non succederebbe che tutti i bastardi della contea arrivano e le sgranano gli occhi addosso perché se c’è un Dio che diavolo ci sta a fare. Sarebbe solo io e lei in vetta a una collina e io che gli faccio rotolar giù le pietre sulla faccia, giù per la collina, le prendo e gliele tiro giù per la collina, facce e denti e tutto quanto perdio e allora lei se ne stava in pace e senza quella maledetta ascia che fa Un colpo in meno. Un colpo in meno e potevamo starcene in pace."

Ecco il passo in cui Anse, il capofamiglia, riflette sugli ultimi giorni della moglie e sulle conseguenze della morte di Addie:
"Lei stava bene, era sana come un pesce, che non c’è mai stata una donna più sana, non fosse stato per quella strada. Solo lì distesa, a riposarsi nel suo letto, senza chiedere nulla a nessuno. «Ti senti male, Addie?» dicevo. «No, non mi sento male» diceva lei.
«Resta lì e riposati» dicevo io. «Lo sapevo che non ti sentivi male. Sei solo stanca. Resta lì e riposati».
«No, non mi sento male» diceva lei. «Ora mi alzo».
«Resta lì tranquilla a giacere e riposati» dicevo io. «Sei solo stanca. Ti alzi domani». E stava lì a giacere, sana come un pesce, che non c’è mai stata una donna più sana, non fosse stato per quella strada.
«Non l’ho mai mandato a chiamare» ho detto [a Peabody, il medico]. «Lei mi è testimone che io non l’ho mandato a chiamare».
«Lo so, lo so» ha detto Peabody. «Ci potrei giurare. Dov’è?»
«È a letto» ho detto io. «È solo un po’ stanca, ma…»
«Levati di torno, Anse», ha detto lui. «Vattene a sedere per un po’ sul portico».
E ora mi tocca anche pagarlo, io che non ho un dente in bocca, che speravo di fare quanto bastava per rimettermi la bocca a posto visto che non posso neanche mangiare il cibo del Signore come si dovrebbe, e lei fino a quel giorno sana come un pesce, che non c’è mai stata al mondo una donna più sana. Mi tocca pagare perché ho bisogno di quei tre dollari. E ora vedo come ce l’avessi davanti la pioggia che viene giù per quella strada neanche fosse qualcuno, maledetta, come se su tutta la terra volesse proprio questa di casa, per pioverci sopra.
Ne ho sentiti che maledicevano la loro scalogna, e avevano anche ragione, perché erano dei peccatori. Ma io non dico che ho una maledizione addosso, perché non ho fatto nulla di male da esser maledetto. Non sarò religioso d’accordo. Ma ho la pace nel cuore, lo so che è così. Avrò fatto delle cose, ma né migliori né peggiori di tanti che fanno finta di nulla, e so che il signore si prenderà cura di me come di un qualsiasi passero che cade".

Qui invece parla il dottor Peabody:
"Anse, le braccia ciondoloni e i capelli arruffati e schiacciati come un galletto bagnato, gira la testa e mi guarda, sbattendo le palpebre.
«Perché non mi hai mandato a chiamare prima?» dico.
«Sa, tra una cosa e l’altra…» dice. «Quel mais che io e i ragazzi si voleva mettere a posto, e poi c’era Dewey Dell che se ne occupava lei, e gente che veniva, offriva di aiutare e roba del genere, sicché io pensavo…».
«Al diavolo i soldi» dico io. «Hai mai sentito che io sia stato dietro a uno prima che fosse in grado di pagare?»
«Non è che non volessi tirare fuori i soldi» dice lui. «È che pensavo sempre … Se ne sta andando, eh?»
«Gliel’ha detto, a lei?» dice ancora Anse.
«E perché» dico io. «Perché diavolo?»
«L’avrà capito da sé. Lo sapevo che quando vedeva lei l’avrebbe capito, neanche l’avesse visto scritto. Non c’era bisogno che glielo dicesse lei. Se l’è messo…».
Dietro di noi la ragazza dice: «Pa’». La guardo, la guardo in viso. «Sarà meglio che tu vada dentro, presto», dico.
Quando entriamo nella stanza lei sta guardando la porta. Mi guarda. I suoi occhi sembrano due lampade che avvampano prima che il petrolio finisca. «Vuole che lei esca» dice la ragazza.
«Su, Addie» dice Anse. «Quando è venuto fin qui da Jefferson per farti guarire?». Lei mi guarda: sento i suoi occhi. È come se con gli occhi mi stesse spingendo via. L’ho visto altre volte, nelle donne. Le ho viste cacciare dalla stanza quelli che portano compassione e partecipazione, quelli che portano un vero aiuto, e aggrapparsi a qualche animale buono a nulla per il quale non sono mai state altro che un cavallo da soma. È questo che intendono per l’amore che sorpassa ogni intelligenza: l’orgoglio, il desiderio di nascondere quell’abietta nudità che ci portiamo dietro, qui, ce la portiamo dietro nelle sale operatorie, ce la portiamo dietro ancora una volta, testardamente, furiosamente, sottoterra".

Dopo il catastrofico guado del Mississippi in piena, i Bundren sono costretti a fermarsi in una fattoria. Cash ha una gamba rotta, la cassa che contiene Addie è fradicia di acqua e fango, i muli sono perduti e per trascinare il carro non basta l’unico cavallo residuo, quello di Jewel, il suo bene più prezioso, che è costato al più indocile dei Bundren, quattro mesi di lavoro ininterrotto presso un altro fattore, sarchiando un ettaro dopo l’altro, di notte, alla luce della lanterna, senza quasi dormire. Alla mattina il vecchio Anse si avvia alla fattoria di un possidente per contrattare una pariglia che già sa di non potersi permettere. La scena che si verifica al suo ritorno, affidata al racconto del contadino che li ospita è forse una delle pagine più intense e laceranti di tutto il libro.

"Anse è arrivato a cavallo proprio mentre io uscivo sul portico, dove c’erano tutti. Aveva un che di strano: con un’aria più contrita del solito, e allo stesso tempo quasi orgogliosa. Come se avesse fatto qualcosa che secondo lui era una furberia ma non era poi tanto sicuro di come l’avrebbero presa gli altri. «Ho trovato una pariglia» ha detto.
«Hai comprato una pariglia da Snopes?» ho detto io.
«Mi sa che non c’è solo Snopes, da queste parti, che sa fare un affare» ha detto lui […]. «Gli ho dato un’ipoteca sul mio coltivatore e la sgranatrice» ha detto.
«Ma non arrivano neanche a quaranta dollari. Quanta strada pensi di fare con una pariglia da quaranta dollari?»
Adesso tutti lo stavano guardando fisso, in silenzio. Jewel era fermo là a metà strada, che aspettava di tornare verso il suo cavallo. «Ho dato anche delle altre cose» ha detto Anse. Ha ricominciato a biascicare, lì fermo come se stesse aspettando che qualcuno gli desse una botta in testa, con lui che aveva già deciso che se la sarebbe presa e tenuta senza fiatare.
«Quali altre cose?» ha detto Darl.
«Al diavolo» ho detto io. «Prendete i miei muli. Poi me li riportate. In qualche modo mi arrangio».
«Ecco cosa facevi stanotte attorno ai vestiti di Cash» ha detto Darl. L’ha detto così, come se lo stesse leggendo sul giornale. Come se non gliene importasse un accidente in una maniera o nell’altra. Adesso Jewel era tornato fin lì e si era piantato davanti ad Anse, guardandolo con quegli occhi che sembrano delle palline di vetro. «Con quei soldi Cash ci voleva comprare quella macchina che vende Suratt» ha detto Darl.
Anse se ne stava lì fermo a biascicare. Jewel lo fissava, sempre senza battere le palpebre.
«Ma sono solo otto dollari» ha detto Darl, con quel tono come se stesse solo ascoltando e per quanto lo riguardava non gliene importava un accidente. «Anche così una pariglia non ci si compra».
Anse ha guardato Jewel, rapido, come facendo strisciare gli occhi in quella direzione, poi ha guardato di nuovo per terra. «Lo sa Iddio se ce n’è mai stato uno» dice. Ancora non avevano detto nulla. Lo guardavano e basta, aspettando, e lui che faceva strisciare gli occhi verso i loro piedi e su per le gambe, ma non più su di quello. «E il cavallo» ha detto.
«Quale cavallo?» ha detto Jewel. Anse se ne stava lì fermo e basta. Che mi venga un accidente, ma se uno non è capace di tener sotto controllo il suo figliolo, allora dovrebbe cacciarli di casa, anche se sono grandi e grossi. E se non riesce a cacciarli di casa, che mi venga un accidente se non dovrebbe pigliare e andarsene lui. «Vuoi dire che hai cercato di barattare il mio cavallo?» dice Jewel.
Anse se ne sta lì, le braccia ciondoloni. «È da quindici anni che non ho un dente in bocca» dice. «Lo sa Iddio. Lui lo sa: sono quindici anni che non mangio il cibo che lui ha inteso che l’uomo mangi per tenersi in forze, e io a mettere da parte cinque centesimi di qua e cinque centesimi di là perché la mia famiglia non ne abbia a soffrire, per comprarmi quei denti da poterci mangiare il cibo che Dio comanda. Anche quei soldi ho dato. Pensavo che se io potevo fare a meno di mangiare, i miei figli potevano fare a meno di andare a cavallo. Dio m’è testimone».
Jewel se ne sta lì con le mani sui fianchi, a fissare Anse. Poi guarda via. Si è messo a guardare verso il campo, il viso immobile come una pietra, come se fosse stato qualcun altro che parlava del cavallo di qualcun altro ancora, e lui neanche stava a sentire. Poi ha sputato, lento, ha detto «All’inferno» e si è girato e se ne è andato al cancello, ha slegato il cavallo e è montato. Quello era già in movimento mentre lui saliva, e quando si è messo in sella erano già in fondo alla strada che correvano come se avessero avuto la polizia alle calcagna. Sono spariti così, che fra tutti e due sembravano una specie di ciclone pezzato. […] Io son tornato a casa e continuavo a pensare a quelli laggiù e a quell’altro che se ne è scappato via col suo cavallo. E che quella sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevano. E mi venga un accidente se potevo dargli torto. Non di non voler rinunciare al suo cavallo, ma di liberarsi di quel maledetto idiota di Anse.
O meglio è quello che pensavo in quel momento. Perché mi venga un accidente se non c’è qualcosa in quel maledetto disgraziato di Anse che sembra ti costringa a dargli una mano anche se sai benissimo che di lì a un momento ti prenderesti a calci da solo. Perché la mattina dopo Eustace Grimm, quello che lavora da Snopes arriva con una pariglia di muli in cerca di Anse.
«Credevo che lui e Anse non si fossero trovati d’accordo» ho detto io.
«Sicuro» ha detto Eustace. «L’unica cosa che gli andava era il cavallo».
«Il cavallo?» ho detto io. «Il ragazzo di Anse ieri sera ha preso quel cavallo e se l’è filata, probabile che ormai sia a metà strada tra qui e il Texas, e Anse…».
«Chi l’ha portato non lo so» ha detto Eustace. «Io non li ho visti. So solo che stamattina quando sono entrato nel fienile per governare ce l’ho trovato, e l’ho detto al signor Snopes e lui ha detto di portar qui la pariglia».
Be’, non lo vedranno mai più, poco ma sicuro. Magari per Natale gli manderà una cartolina dal Texas, mi sa. E se non lo faceva Jewel, mi sa che lo facevo io. Mi venga un accidente se Anse non riesce a incantarti, non so come. Mi venga un accidente se non è uno spettacolo da vedere".








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 13 giugno 2009