Fors’ we could

Helena Janeczek



(Questo articolo è uscito su "Nazione indiana". Lo riprendo con il permesso di Helena Janeczek, aggiungendo in fondo un mio commento. C.B)

Quando Barak Hussein Obama correva per le elezioni a Presidente degli Stati Uniti oppure subito dopo, i giornali erano pieni di sondaggi che dicevano che se si fosse votato in Europa, l’avrebbero scelto oltre l’80% degli elettori. La cosa che riporto a memoria e dunque in maniera non precisa, mi è tornata in mente oggi, guardando i risultati delle elezioni europee. In Italia e fuori dall’Italia dove si segnala il crollo della sinistra e, soprattutto, l’avanzamento della destra estrema e xenofoba/razzista. In quasi tutti gli stati membri dell’Est, ma anche in Austria (quasi 18% dei voti), in Olanda (quasi 17%) e persino nel Regno Unito, dove il British National Party per la prima volta riesce a mandare due deputati in parlamento. La Lega al 10,2% non è quindi un’eccezione scandalosa.

Scartata la triste e idiota reazione del "mal comune mezzo gaudio", viene da chiedere: ma noi europei siamo schizofrenici? Sdoppiati in un dottor Jeckyll che segue la corsa alla Casa Bianca come un reality tifando per il candidato più bello, alto e fico che quindi più permettersi pure di essere piuttosto nero e vagamente islamico, e un Mr Hyde che nel suo paese reale e/o nel giardino dietro a casa non vuole né negri né musulmani né rielaborazioni di "I have a dream"? Siamo semplicemente falsi? Ipocriti?

Magari un po’ sarà così, e poi è ovvio che Obama a noi piaceva perché prometteva di finirla con il "Secolo Americano" di George Bush jr., con le sue guerre, le sue Guantanamo, la sua strafottenza nel non voler firmare trattati internazionali come il protocollo sull’ambiente di Kyoto.

Ma forse c’era dell’altro mentre seguivamo ipnotizzati e commossi i suoi "yes we can" e il suo discorso inaugurale. C’era la nostalgia verso un paese che ha un sogno, c’era la malìa di sentire uno slogan (creato, tra l’altro, da un pubblicitario o esperto di comunicazioni) che diventa vero nel momento in cui milioni di persone lo pronunciano credendoci.

Per noi in questo momento la questione non è quanto sarà bravo a governare Barak Obama, quante cose realmente "progressiste" vorrà o riuscirà a fare. La questione è che ciò che Obama ha rappresentato e rianimato è un’idea di politica che qui in Europa, a sinistra, non si vede pressoché da nessuna parte. Non solo il Pd, ma nemmeno la Spd, il Psf, il Labour Party (e pure Zapatero logorato di governo) riescono a entrare in contatto con la realtà in cui si trovano i cittadini proponendo risposte che vi reagiscono non nel senso della chiusura, ma in quello dell’apertura e del rilancio. Perché per fare questo non bastano proposte concrete possibilmente nitide e coraggiose che comunque mancano (anche perché farle, spesso, è oggettivamente, ancor più in tempi di crisi, assai difficile), ma ci vogliono energia, speranza, fiducia.

Noi in Europa in generale e in Italia in particolare ne abbiamo poca, pochissima. E abbiamo, al contrario, molta paura. Quella su cui la controparte va all’incasso. Abbiamo pure ragione ad averne, pur essendo stati toccati meno dalla crisi degli Stati Uniti. Nell’Europa occidentale del dopoguerra abbiamo potuto godere per decenni di un benessere diffuso inaudito. Adesso, da un po’ di tempo a questa parte, la cuccagna sta per finire o è finita. Siamo un continente vecchio. Non siamo quasi mai all’avanguardia della ricerca, dell’utilizzo di nuove tecnologie ecc. Produciamo sempre meno e roba carissima (di cui gran parte delle componenti, incluse quelle di una Mercedes, vengono comunque fabbricate in outsourcing in Cina o altrove). La nostra valuta è troppo forte per l’esportazione e per il turismo (dalle mie parti, nel Varesotto, hanno ripreso ad andare a far benzina e shopping in Svizzera). Il costo della vita è troppo alto. Di che cosa camperanno i nostri figli? Come faremo noi stessi a mantenere i nostri più o meno precari posti di lavoro? Cosa ci daranno – se ce lo daranno- come pensione?

Non è facilissimo che arrivi qualcuno, possibilmente più di uno, che snoccioli l’elenco di tutti questi e altri problemi e alla domanda se sarà possibile affrontarli in modo equo e propositivo, risponda "yes, we can". Però non è impossibile. Leggo, ad esempio, del successo elettorale per il Pd di una donna con le sembianze di ragazza: Debora Serracchiani di Udine. Che si era segnalata per un discorso all’assemblea del partito più diretto, coraggioso e appassionato del solito. E bastano pochi esempi per poter pensare che "yes, we could"se solo riuscissimo a ritrovare un po’ di smalto e di grinta. Un po’ di voglia di alzare il culo e darci da fare. La destra, soprattutto l’estrema destra, vince perché sa a chi parla. E perché in quel che dice,- purtroppo- ci crede.

Qualcuno obbietterà che questo è un discorso troppo generico, retorico, romantico ecc. Che la politica non si fa coi buoni sentimenti, i buoni propositi, lo spirito da boy-scout (stavo scrivendo "ottimismo della volontà", ma questa è già un’altra storia) La politica si fa misurandosi coi problemi veri, concreti, pallosi. Sui dati, sui bilanci, sulle statistiche. Indubbiamente. Però se anche hai una macchina col tagliando della revisione e tutti i crismi, ma non ci metti la benzina, non ce ne metti abbastanza o ce ne metti una scadente, quella macchina non parte o non va lontano. La benzina per la politica è la passione per la polis, per la cosa pubblica. Nient’altro. Forse sarebbe il caso di cominciare a ricordarselo. Anche se i soliti funzionari ci diranno che il gasolio va benissimo, basta che sparandolo nel serbatoio predisposto per la benzina verde pronunci la parola "rinnovamento". Ma alla lunga si rovina il motore e l’aria si inquina. E l’idrogeno manco te lo sogni.

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Cara Helena, sono daccordo con te, su tutto. A volte basterebbe poco, basterebbe un po’ più d’energia, di fantasia e di libertà… Perché è vero che siamo sempre più liberi di quanto immaginiamo, e sempre troppo schiacciati dall’idea che non si possa, quando invece si potrebbe…

Ma da dove può venire oggi la passione per la polis? Quella che chiamiamo politica (la politica politicante) non riesce più a far passare quasi nulla di alto e di disinteressato. Lo vediamo e lo sappiamo da tempo. Allora potrà venire dalla cultura?

Se però guardi alla cultura ufficiale del nostro paese vedi che anche lì tutto versa in condizioni altrettanto disastrose, forse addirittura peggiori della politica. Basta aprire le pagine culturali di molti giornali per renderci conto che anche lì c’è il vuoto assoluto.

Prendi ad esempio "Repubblica", che in queste ultime settimane ha sostenuto una campagna lodevole contro le menzogne di Berlusconi per inchiodarlo a una verità mai così tanto vilipesa. Bene, questo stesso giornale, nelle pagine centrali, dove dovrebbe stare racchiusa la "cultura", ti offre quotidianamente un vuoto di idee e di pensiero desolante. O frivolezze o roba rifritta o banalità paludate o marchette . Sono spesso le pagine più tristi da leggere. Ed è così da tanti anni.

Mentre nelle pagine politiche trovi magari articoli agguerriti di D’Avanzo, che parlano di "giornalisti stipendiati dal capo dello stato, dimentichi di ogni deontologia e trasformati in agenti provocatori", di parlamentari "disposti a ogni calunnia" pur di difendere il leader ("Reubblica "del 1.6.09) nelle pagine della cultura cosa trovi? Quello stesso giorno c’erano due intere pagine di anticipazione del libro di Franceco Merlo intitolato "FAQ Italia", pseudo spiritose, superficiali e un po’ qualunquiste. Ecco cosa passa quotidianamente da questi canali: un’idea caricaturale di cultura. Non un’idea, non una scintilla d’energia.

Diciamolo allora chiaramente. La responsabilità del degrado è anche di questi canali culturali, che da tempo lasciano passare solo scemenze pseudo popular, ma nessuna idea forte o rigenerante. Uno schifo. Davvero peggio che in politica. Dalle maglie straselettive e autoreferenziali delle segreterie di partito riesce magari a passare la Serracchiani, perché ha raggiunto una popolarità in rete (tra parentesi è uno dei primi esempi di efficacia della rete sulle decisioni della politica). Ma da giornali di "sinistra" come "Repubblica" (e persino da quelli più piccoli e alternativi come il "manifesto") puoi star sicuro che non passa proprio niente (o quasi) di quello che di vivo si muove e ancora nasce in Italia.

Forse la passione per la polis, come la chiami tu, o una possibile rigenerazione, come la chiamiamo noi del "Primo amore", può solo venire dalle persone che fanno, da tutte quelle persone che già fanno qualcosa d’altro, nonostante il degrado, stando in un’altra dimensione, e che reggono miracolosamente il tessuto sociale e di sogno del paese… e ce ne sono tante sparse per l’Italia: associazioni di volontariato, centri di accoglienza, maestri di strada, piccole riviste, gruppi teatrali, scrittori e artisti liberi, non "incordellati". Dovremmo forse ricominciare da qui, dalle persone che si riconoscono in un comune fare e in un comune sentire.
Un abbraccio,
Carla








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 11 giugno 2009