Depressione

Carlo Piazza



Proponiamo l’intervento di Carlo Piazza, psichiatra e psicoterapeuta, al convegno veronese del 6 giugno scorso sul tema dello Smarrimento.

Depressione: crisi del presente tra amnesia del passato e negazione del futuro

Il mio titolo è un tentativo di tradurre in parole ciò che sento e penso da uomo a ciò che vivo tutti i giorni da psichiatra e psicoterapeuta, nella crisi e nella depressione di un sistema sanitario ostaggio di politici, tra varie forme di depressioni cliniche, maggiori minori e reattive, esistenziali, attraverso la mia, nella tonalità d’umore preferita ma anche nel pessimismo di un presente spaventoso, e di fronte alla società fantasma che mi circonda. La considero una Crisi da intendere soprattutto nel significato originario di Passaggio. Molti potranno non concordare, perché ottimisti in cerca di felicità, amore, ricchezza e soddisfazione, o perché hanno già trovato tutto questo; io non li invidio, e li trovo anche un po’ superficiali, al limite tra la negazione e la sublimazione, difese dalla sofferenza che deriverebbe dal guardarsi intorno con gli occhi e la mente aperta, perchè a me sembra che, se ci fermiamo a sentire e a pensare, un po’ in crisi, depressi, smarriti lo siamo tutti, e allora gli inguaribili ottimisti mi scusino se insisto.

Sono smarrito, voglio comunicarlo con decisone, da subito. Dalle persone con cui ho discusso di queste righe non ho avuto critiche, semmai molti silenzi, e credo sia perché, che lo ammettiamo o no, smarriti lo siamo un po’ tutti. Una persona mi ha risposto in modo consolatorio che la via rispetto allo smarrimento sta nelle certezze, lei ce l’ha nella fede, e le ho risposto che infatti tutti cercano vie semplici e molto certe per stordire il proprio disagio: pillole, alcool, droghe, ma anche le varie e diverse forme di fede, di esoterismi, o ancora le televisioni. Dappertutto cerchiamo le parole che vogliamo sentirci dire per lenire la sofferenza, come ci spiegano molti nuovi soloni della felicità, anche tra psichiatri televisivi famosi che ci sollazzano coccolandoci l’Io.

Ma sono smarrito anche come padre, oltre che come psichiatra: i sensi di colpa che ho combattuto clinicamente per decenni nelle persone ora mi assalgono. Cosa ho preparato per i miei figli, isolato tra le mura ospedaliere e degli studi, coltivando salute tra malattie e buone relazioni? Intanto infatti, come tanta buona cultura silenziosa ed elitaria, lasciavo scardinare tutto dall’esterno dai nuovi barbari, democratico buonista disposto a fidarmi e a credere che si sarebbero fermati. Vedevo l’incredibilità di un processo annichilente, di un adattamento alla fiction sempre più squallido. Ora abbiamo e usiamo tutto intorno a noi, fuorché alcune cose che possono salvarci, ma ci costano troppo e sono molto faticose: il pensiero e la sofferenza.

Ascoltandomi, in qualità di padre e di psichiatra, psicoterapeuta tra i giovani della Scuola, mi sento un po’ paternalista, e mi risuona alla memoria quanto mi urtava, da giovane, sentire parlare i vecchi dei giovani, quanto oggi mi urta sentire i giovani parlare da soli e in gruppo tra di loro, credendo già di sapere cosa non hanno da dirgli i vecchi. Ma ci sono occasioni di incontro, come questa, in cui le età contano solo fino ad un certo punto; qui vogliamo comunicare, ma in quanti altri ambienti si può fare? Ci sono locali e ambienti, di ritrovo e culturali, solo per fasce di età, ove il silenzio raggruppato e omologato giovanile si contrappone all’occupazione di comando delle generazioni precedenti. Qui ho il piacere di trovarmi, ultracinquantenne, tra Barbara D’Aumiller, Mirco Bortolusso, Teo Lorini, da un lato, e Gabriele La Porta ed Antonio Moresco, dall’altro lato delle quattro decadi che noi, riuniti, rappresentiamo.

Quando sono nato professionalmente, giovane allora, erano i tempi della cultura psichiatrica di Basaglia e Jervis, ci si incontrava sui temi della civiltà, del diritto, della libertà, della salute mentale, e lo si faceva aldilà delle età di ognuno; oggi dobbiamo chiamarla controcultura perché l’atteggiamento critico e la voglia di cambiamento, che sono alla base dei processi evolutivi della storia, vengono ormai trascurati per privilegiare il conformismo, la rassegnazione, l’odierno quieto vivere qualunquistico, come questa fosse la cultura dominante, e il pensiero critico soltanto contro, di conseguenza, e quindi da isolare.
La violenza delle diagnosi prima di allora, nei manicomi, era anche un modo per esprimere un giudizio totalitario su una persona; se un individuo non era conformista veniva etichettato, introducendo un dubbio sociale che gli restava incollato addosso togliendo significato a tutto ciò che faceva; in giro per il mondo si continua a farlo, salvo che da noi, tutelati per legge, ma la crisi dell’applicazione di una delle migliori leggi dell’Occidente riapre scenari di quel tipo, verso chi pensa in modo eccentrico, o forse solo pensa, o comunque dissente o protesta; non si sa molto, ma se si dà in escandescenze anche solo per protesta la polizia può portare a consulenza psichiatrica, può giudicare l’alterazione come psichica, e poi per l’agitato dipende da chi incontra. Qualcuno ha visto diagnosi di qualche persona alterata, impunita, al potere, di cui magari qualche familiare ha accennato alla disturbata salute mentale? Per ora no, ma siamo già partiti più tranquillamente ed al sicuro dal basso, con molte nuove e moderne deportazioni; il passo verso altre forme di reclusione o di esclusione può essere molto breve : per il "pensiero" oggi dominante, meglio la reclusione della cura e dell’emancipazione: indifferenza e intolleranza verso il disagio sociale, dall’immigrato al senza tetto, dal drogato al sofferente mentale, dai rom agli omosessuali, è tutto già successo, senza nemmeno molte opposizioni.

Ma come ci siamo arrivati, quali dinamiche hanno agito, cosa schiaccia così pesantemente questo presente? Una revisione storica che soffre sempre più di amnesie, dà calci alla storia, ridicolizza il pensiero e la cultura dei padri, (restando alla psichiatria, nel maggio 2008 in Parlamento si discusse della legge 180, ed i partiti di governo sostennero che tale legge fosse da dimenticare, non solo da cambiare), ridisegna statuti e costituzioni, tenta cancellazioni della memoria in una sola direzione anche con deliranti negazionismi di tragedie come l’olocausto, stravolge la sofferenza di chi questo mondo ci ha lasciato e vive ancora nell’angoscia della memoria di ciò che ha vissuto; tutto viene compiuto da chi oggi non riconosce nella propria cultura un derivato ricco e fortunato di tante altre, dicendo che la cultura italiana non di sinistra non è multietnica, da chi oggi è ricco e stanziale dopo aver migrato nel mondo in cerca di fortuna e disonora il proprio padre, la figura archetipica ed alchemica del Cercatore d’oro, del Nomade esploratore; un potere che dimentica o rimuove, ma soprattutto finge di dimenticare e stravolge, allo scopo di riconfezionare un passato a propria somiglianza da offrire come una caramella drogata a chi è già sfinito. E, soddisfatto di avere creato un iperpresente virtuale su misura per la gente che ritiene innocua o cretina, o che ha anestetizzato con sottoprodotti culturali, per imbambolarla del tutto le nega anche il futuro: si nega il lavoro e la pensione, si mantengono persone da rottamare ma utili per risparmiare, e si offrono prese in giro come contratti capestro e collaborazioni continuative ma solvibili in ogni momento, il precariato del lavoro giovanile senza futuro, alla giornata, finchè dura.
Credo che tutti condividano l’attualità di questa frase, in questo tempo finto e disperato:

"Per cambiare in meglio le cose, coloro che pensano si uniscano a coloro che soffrono."

È di Karl Marx, ma sarebbe utile non sapere chi l’ha scritta, perché già saperlo ne cambia la potenza, nel nostro tempo mediatico in cui anche solo l’appartenenza di una persona ad un logo, un partito, un manifesto di pensiero, influenza il nostro modo di giudicarla. Sarebbe un piccolo giochino per fare un’autoironia di noi stessi, di quanto poco coraggiosi siamo nel portare avanti un pensiero potente, e questo lo è, per tutti.
Parlando di sofferenza e pensiero comunque non mi riferisco ad una etica fustigazionista del cilicio, o di un crogiolo di pensiero autoriflessivo narcisista, ma all’ascolto profondo dell’opporsi alla finzione, l’ascolto di sensazioni, sentimenti, sogni che ci fanno soffrire ma ci svelano; l’opposizione a quello pseudopiacere che ci seduce e ci abbandona di continuo, quella piacevole noia dell’abbandono sul divano ad endorfine interne che solo la televisione sembra stimolarci; la ribellione al riconoscerci manipolati, globalizzati, utilizzati; l’indignazione dello scoprire che il nostro pensiero addormentato genera mostri in chi li vuole utilizzare solo per potere e denaro….

Tornando ai nostri saggi, ahimè comunisti (la sinistra sparisce, ma ciò che ha pensato e scritto sembra che resti ), "il pensiero è scomodo", si diceva spesso, e sappiamo che ogni dittatura se ne è liberata prima di insediarsi. Dicendo questo, più che di politica, parlo proprio della nostra depressione esistenziale del diniego espresso mentre stiamo a guardare e ci lamenteremo poi, solo a cose fatte, dando la colpa "agli altri". Già in altri scritti ci ho citati tutti come professionisti della pace e del dialogo, e infatti non possiamo, tra filosofi insegnanti medici e psicologi tacere su cosa si è fatto della Scuola e del movimento a sua difesa, e dell’Università, abolendo la ricerca scientifica e chiudendo molte cattedre umanistiche.
Rispetto a questo, se siamo portatori di cultura, dobbiamo indignarci e ritrovarci insieme in una resistenza etica per superare lo smarrimento. Karl Popper, un altro grande sapiente inascoltato e deriso dai nostri grandi funzionari televisivi, nel 1993 scriveva Cattiva maestra televisione e lanciava la proposta di una patente per chiunque faccia la televisione, dopo aver pensato ad una censura etica, poi scartata perché non abbastanza democratica. A distanza di 15 anni non c’è nulla di fatto, ma qualcuno la patente se l’è presa da solo, partendo proprio allora in modo sprezzante e attuando nello stesso tempo la censura, ma non dal basso, come Popper auspicava, bensì dall’alto, col bavaglio al dissenso e con la disinformazione.
Popper allora paventava l’insegnamento della violenza in televisione ai bambini, e dopo tanti anni è finalmente un fatto riconosciuto ma su cui si continua a chiudere gli occhi, mentre nel frattempo i bambini di allora, anestetizzati alla violenza, oltre ad avere paura del proprio dolore perché non lo conoscono e credono di essere supereroi ne infliggono da bulli agli altri, come tanti eroi del male, e ancora dopo, diventati giovani e poi adulti, ancora incoscientemente sottoposti a violenza ma molto più sottile e mascherata, sotto forma di bellezza e facilità edulcorata, a portata di mano ma finta, e solo per pochi (mi riferisco ad esempio alle pubblicità dorate, alle veline, alle "grandi firme",… )

Cosa vedo in giro, e in tv ? Vedo dappertutto tanti pollici in fuga su microtastiere, nell’autoisolamento della comunicazione silenziosa cellulare, inviare e ricevere messaggi in silenzio, nella ricerca di farsi accarezzare in modo ossessivo ferite da solitudine.

Vedo gente smarrita vagare la domenica nei centri commerciali in un insano godimento della ricerca dispendiosa di uno sconto, vedo persone silenziose e sofferenti portarsi il televisore da casa quando si ricoverano, convinti di essere bisognosi più di quella forma di sollievo virtuale che di una relazione medico-paziente: forme di dipendenza annichilita, di pensiero represso, di autoconsolazione, di negazione interna del disagio, di pseudosublimazione al ribasso.

Vedo in tv veline attraenti e mortificanti, vivo le mie pseudoattrazioni subito frustrate al solo loro aprire bocca, smarrimenti dal sorriso impostato e dalla sofferenza arrampicata su supertacchi obbligatori.

Vedo impossibili semplicità truccate da superdotate, pronte a sciogliersi come neve al sole dopo l’abbuffata di successo, vedo le vite bruciate di oggi che non hanno nemmeno una briciola dell’eroismo di James Dean, ma passano in un lampo da una luce abbagliante e non conquistata ad un buio incomprensibile e non meritato. E anche qui, depressione, penosa, incoscia.

Vedo dietro questo il gusto sadico di tanti pedofili più o meno potenti, furbamente abili nel soffiare sui propri e altrui istinti più repressi, in una perversa fagocitazione di gusto del piacere effimero e consumato rapidamente, con l’aggressività della sopraffazione maschilista.

Vedo programmi televisivi finti chiamati reality e alcuni spaccati di realtà edulcorata chiamati fiction; vedo giovani osannati da altri giovani in improbabili case chiuse in cui il sesso più che a pagamento è onanisticamente e avidamente immaginato dai teledipendenti affetti da voyeurismo, tutti intrappolati da un grande sistema che li sfrutta per l’audience; vedo bellissimi e bravissimi giovani artisti strapazzati da giudici fintamente implacabili e appositamente preparati ad inveire artatamente l’un l’altro sapendo che subito dopo si spartiranno le mazzette che quegli stessi ragazzi gli hanno ingenuamente permesso.
E mi viene in mente Zygmunt Bauman, che nella sua Società Liquida traccia l’analogia tra i rifiuti materiali industriali e i rifiuti umani generati da processi storici; siamo un po’ tutti da rottamare.

Vedo insomma un girone kafkiano di adulti sfruttatori, conniventi nel dolo (il potere corrotto) e nel silenzio compiacente (i concussi) o perplesso e smarrito (io e tanti altri "pensieri critici passivi, attendisti") manipolare menti, inebetirle, ingannarle, illuderle, lusingarle, e poi abbandonarle (i nostri giovani).

Vedo cioè una società della finta disciplina, come quella descritta da Alain Ehrenberg in La fatica di essere se stessi. Depressione e società, una società della disciplina parziale, unilaterale, che si ammanta di pulizia, securismo, epurazione, ma che non sembra più in grado di contenere ed interpretare la storia passata e le proposte per il futuro, discriminando culture, proponendo classi speciali, riscrivendo classici, ripristinando grembiuli e voti in condotta.

L’importante è il controllo, in una burocrazia esasperata, di una civiltà del sospetto, in cui la prima regola è non fidarsi, e l’allontanamento del disturbo, per rendere fintamente felici le persone sporche dentro, pulite fuori, nella città ideale.
Una città ideale come per esempio Verona, che manda la polizia in assetto antisommossa contro una chitarra e contro i cosiddetti bonghi, che si chiamano invece -più nobilmente- djambé. Anche questi stanno diventando un simbolo da eliminare come i codini di due anni fa e tanti altri diversi disturbanti… Non sarà un caso nemmeno che ogni volta che abbiamo un’occasione di un congresso come questo succedono cose così, come due anni fa, o varrebbe dire che accadono di continuo… Devo sempre aggiornare le mie relazioni, stavolta con l’aggressione al Procuratore della Repubblica Schinaia da parte di un minorenne estremista, ma nello stesso tempo per fortuna si tiene uno spettacolo come il recente "Razze", organizzato da "Madri Insieme", sorte due anni fa dopo l’uccisione di Nicola Tommasoli a Verona.
E infatti: dopo Genova (G8), Roma (l’onda studentesca), e Torino (G8 Universitario), migliaia di giovani in difesa non violenta e in resistenza passiva del diritto allo studio ed alla musica; gli stessi giovani spaventati e indignati di Verona descritti dai giornali di questi giorni, armati solo della resistenza passiva delle loro chitarre, in una sorta di piccola Woodstock veronese, mentre gli schiamazzi afterhours tra dj, karaoke, feste cantate di auguri, davanti ai bicchieri di ogni locale a tutte le ore proseguono impuniti, perché probabilmente la tipologia degli avventori è più omologata, senza djambé.

Un chitarrista da solo, a Verona come a Montmartre o nelle capitali europee, se mai ti concilia il sonno, certo non attenta al nostro ordine perbene, ma magari pensa se canta, magari canzoni ribelli, e allora è meglio eliminarlo per evitare subito problemi; del resto l’anno scorso, 40 anni dopo, si è tentato anche di criminalizzare il ’68 di assimilarlo a una sorta d’escalation di terrorismo, e non al vento di cambiamento che è stato.
La disciplina ritorna oggi a ridare poteri forti, desiderati da chi non pensa più, non dà spazio al diritto della persona ma solo al proprio tornaconto, delega il dialogo trasformandolo in repressione; con il silenzio del suo bisogno di stordita tranquillità del non-pensiero dà spazio all’uomo forte, che penserà lui a tutto, e allora viene il polso duro coi deboli, e l’impunità per i poteri forti…
Ma contemporaneamente prendiamo a respirare una polvere sottile, così l’ha chiamata Marco Paolini al Teatro Romano nella serata organizzata da "Madri Insieme", in ricordo di Nicola Tommasoli, sottolineando come tutte queste facce di realtà non si possono nascondere ed entrano dentro di noi, con le più varie reazioni, dialogo, musica, ironia, spettacolo, leggerezza, invece che violenza e imposizione,

Sento in tutto questo depressione, nel modo più tristemente reattivo e meno malato, meno curabile se non con mezzi culturali, quando né i farmaci né le parole di uno psicoterapeuta possono sostituirsi al deserto dello svuotamento. È una depressione da frustrazione, abbandono, inganno (quella dei ragazzi). Ma anche la depressione della ex maggioranza silenziosa, oggi forse minoranza cogliona, discreta perbene e buonista, fallita (la mia). E ancora quella della delinquenza al potere, quando immagino (o almeno spero) che davanti allo specchio miliardario la mattina si debbano pure far schifo, almeno qualche volta.

Ma allora chi non è depresso? gli ipersicuri, ma quelli non ascoltano nessuno, e stanno bene solo con se stessi, quindi alla lunga deprimono gli altri e ricadono dopo il loro tentativo di compensazione, o gli Unti del signore, depressivi anch’essi perché ti impongono anche il tipo di preghiera. Mi resta così l’impressione che l’unico antidepressivo sia il pensiero, la protesta, l’indignazione, la partecipazione (la "Libertà" di Gaber), in una parola la responsabilità di essere se stessi nell’autenticità, al di fuori del compromesso. In questa ipotetica liberazione c’è quindi spazio per le creatività singola e collettiva, ma guardandosi bene dal lasciarla imbrigliare da qualche falco ipocrita e ingannatore.

Da anni sento la necessità di un laboratorio , il bisogno di unirsi tra chi ha il coraggio del pensiero e della sofferenza, nella motivazione circolare al benessere di cui ho parlato anche altrove, ma non per il piacere fine a se stesso, bensì per la motivazione a continuare a resistere e a sperare attivamente e in modo creativo e intraprendente in un futuro di opportunità e libertà espressiva e di pace: non ci sono molti protagonismi possibili in questa società occupata da poteri politici ed economici, si può procedere solo o con l’onanismo della sopravvivenza impersonale o con l’autoricarica; ma per ricaricarci abbiamo bisogno di richiami e conferme continue, come nella metafora telefonica (se mi chiami mi ricarico), e di resistenza collettiva….

Zygmunt Bauman nei suoi libri sulla liquidità (società, paura, vita, amore, modernità, sono tutti liquidi, non più solidi, dispersi, in un mondo precario), ci fa riflettere sul contrasto tra velocità e durata, tra numeri e qualità, tra dati e persone, tra prodotti e pensiero, tra fretta efficiente e lentezza efficace; i primi sfuggono, sono effimeri, gli altri durano, sono stabili, solidi…
Seguendolo, dovremmo prendere coscienza della nostra paura, rallentare, forse ammettendo ed accettando di deprimerci, ma solo per dare più spazio e profondità ad una riflessione per rigenerare il cambiamento, dal pensiero e dalla sofferenza.

Ieri riflettevo sul fatto che mia figlia, invece di dirmi che ha paura, usa l’espressione: "ho le gambe molli". Dire di avere paura fa paura, come diceva Roosvelt ("l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa"). Forse da qui si deve ricominciare, da un mondo che fa paura ma non per questo non va affrontato lasciandolo impunemente a chi lo ha reso così. Contro la paura c’è solo il pensiero e il coraggio della parola, e quindi della sofferenza, che non dobbiamo reprimere con qualsivoglia analgesico narcotizzante, prodotto apposta per il nostro silenzio. Trattenere il pensiero e l’emozione fa molto male; le energie emotive inespresse si trasformano, e se si accumulano rabbie ed aggressività represse sono una bomba sul piano collettivo. Ne percepiamo la portata nelle adunate silenziose, sempre più pronte allo scatto; forse è una spiegazione di tanta violenza, apparentemente incomprensibile.

Dobbiamo, noi specialisti della comunicazione non mediatica, e cioè quella sottoponibile alla critica del dialogo senza censura, ridare solennità alla parola, dopo la fiera delle ritrattazioni continue a cui ci hanno quasi abituato. Non è possibile tutto: la libertà di dire e ritrattare, insultare e vittimizzarsi, non è da scambiarsi con la democrazia del diritto di parola, ci deve essere un calmiere etico in cui qualche forma di contenimento può funzionare, una nuova disciplina che regoli non gli djambé e i panini sui gradini del Comune, ma la serietà delle affermazioni e la responsabilità delle scelte, si tratti giovani arrabbiati, musicisti trasgressivi o vecchi potenti affetti da disinibizione senile, tanto per fare esempi casuali.

Se anche qui, nel nostro piccolo di una resistenza culturale e di pensiero trasversale, intergenerazionale, siamo una minoranza, mi piace concludere con un pensiero di minoranza di trent’anni fa, per dare onore e spazio ad uno psichiatra che si sta tentando di far dimenticare, Franco Basaglia:

"Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare." (F. Basaglia, Conferenze brasiliane).

Vale per tutti. L’ascolto e il dialogo devono convincere, per rendere più innocua possibile la sopraffazione della violenza del potere; vincerà sempre, e va lasciato vincere per i pochi che ci credono: la loro felicità beota non sfiorerà la potenza del pensiero profondo.
Cosa posso dire io per concludere, dopo un discorso -mi rendo conto- depresso e depressivo ma -ne sono altrettanto convinto- profondamente realista? Per portare un minimo di speranza per un domani altrimenti buio e spaventoso?
Che la trasformazione di cui parlava Basaglia, il germe del cambiamento, quel qualcosa che "una volta nato non si può più nascondere", come dice un operaio nero tra i bianchi di un’azienda del Nordest nel bellissimo film omonimo sull’integrazione, è la dinamica della storia che riconosce se stessa nel rispetto dei padri per il rispetto dei figli, vivendo un presente che dovrebbe avere il solo compito di traghettare il passato al futuro arricchendolo di pienezza e di pensiero.








pubblicato da t.lorini nella rubrica a voce il 9 giugno 2009