Il Gatto con gli stivali di Fabio Visintin e Angela Carter

Tiziano Scarpa



Questa è la mia postfazione al graphic novel di Fabio Visintin, Vita, amori, avventure veneziane di messer Gatto con gli stivali, tratto da una commedia radiofonica di Angela Carter. Nella sezione Biblioteca è possibile leggerne un estratto. Alle ore 18 di martedì 9 giugno, nella libreria Feltrinelli di Mestre, presenterò il libro insieme all’autore.


Sono stato a New York, ma l’Uomo Ragno che dondola da un grattacielo all’altro appeso alle liane di ragnatela non l’ho mai visto. Sono stato a Parigi, non ho visto neppure Fantomas scavalcare i tetti della città. Invece a Venezia il Gatto con gli stivali l’ho avvistato più di qualche volta. Si arrampicava su ogni tipo di architettura. Sul rococò è più facile, "il rococò è una barzelletta per un gatto", mentre lo stile palladiano offre meno appigli: sono i giudizi alpinistico-gatteschi della commedia radiofonica di Angela Carter, che per la verità non era ambientata a Venezia, ma in una Bergamo piuttosto astratta: assomigliava a un paragrafo di storia del teatro aperta al capitolo "Commedia dell’Arte", più che a una città vera.

Fabio Visintin ha avuto la visione di un gatto che stravolge il nostro uso della città. Le giravolte stradali e domestiche, le piroette del suo Gatto con gli stivali non sono acrobazie esibizionistiche (lo spettacolare triplo salto mortale gli riesce involontariamente), sono qualcosa di molto più serio, senza per questo smettere di essere irresistibilmente allegro: esprimono l’incontenibile, gioioso dinamismo della libertà. I gatti sono i veri trasgressori urbanistici, sanno come trasformare una facciata in una scala, un muro in un’occasione per aggirare i divieti. Il Gatto con gli stivali di Carter-Visintin è la parola infervorata che supera gli ostacoli, è il messaggio innamorato che trova la sua via di verità, fino alle zone intime degli animi reclusi, micragnosamente sottratti alla libera condivisione fra gli esseri umani.

Il Gatto di Carter-Visintin, come quello della fiaba di Perrault, è uno stratega infallibile. Il Gatto di Perrault era riuscito a far sembrare ricco e nobile il figlio spiantato di un mugnaio. Lì si trattava di impressionare il re e fargli concedere in sposa la principessa sua figlia. Il Gatto di Carter-Visintin è un complice di piccoli imbrogli al tavolo da gioco, che un giorno si trasforma in messaggero galante e inventore di piani per sottrarre una giovane malmaritata alla prigionia di un vecchio avaro e della sua laida governante.

Ma visto che questa è una postfazione, posso prendermi il lusso di partire dal fondo senza dover rinarrare a mia volta questa storia. Alla fine delle favole, infatti, si mette la morale. Mi trovo dunque nel posto giusto per addentrarmi nella morale della favola. Quella enunciata dal Gatto di Carter-Visintin è memorabile: "che tutte le vostre mogli, se dovete proprio averne, siano ricche e carine; e che tutti i vostri mariti, se volete proprio averne, siano giovani e virili". Il suo punto di forza retorico (che in letteratura è il vero accento etico) sta negli incisi: "se proprio dovete averne… se volete proprio averne".

La mia morale, assai meno brillante, deriva da una constatazione: i due piani del Gatto, ossia infestare la casa di topi e far scivolare sulle scale il vecchio Pantalone, riescono alla perfezione, tutte e due le volte. In altre parole, non c’è nessuno scarto fra ideazione e realizzazione. I fatti coincidono perfettamente con i progetti che li hanno immaginati. Non ci sono imprevisti: il giovane innamorato, a dispetto del vecchio marito e dell’orrida carceriera, riesce a entrare nella camera della giovane donna e a fare l’amore con lei. Le cose vanno esattamente come erano state pianificate. Non è la fortuna, quella che aiuta gli audaci. La volontà e l’intelligenza si aiutano da sé. Basta avere una visione lucida della situazione e un po’ di inventiva. Esattamente ciò che aveva il giovane seduttore con tutte le altre donne, prima di innamorarsi di questa giovane moglie. Ma l’innamoramento lo paralizza, tuttalpiù lo spinge a ridicole romanticherie. D’altronde, innamorarsi non rientrava nelle sue aspettative. L’amore, dunque, è l’unico vero evento di questa storia. Tutto il resto è tresca, manovra, truffa, progetto realizzato. L’amore è un evento in quanto non è progettabile. Accade, e questo è tutto. Ma quando ti succede, resti inerte. Non puoi farci nulla, non riesci a compiere niente di fattivo. Non puoi far altro che subire il tuo stesso desiderio, senza essere capace di metterlo in atto. Solo chi è fuori dall’evento (narrativamente: solo chi non è innamorato, solo chi è fuori dall’amore) può farlo veramente accadere. Ci vuole un Gatto con gli stivali. Ci vuole un pilota degli eventi, un ideatore di fatti.

Allora la morale è che noi possiamo vivere quel che ci sta veramente a cuore solo se riusciamo a uscire da noi stessi e farlo accadere con lucido cinismo. Così tutto filerà liscio, senza intoppi: niente complicazioni, e però niente esperienza. Niente trauma. Se proprio dovete fare in modo che tutto fili liscio, se volete proprio evitare di vivere esperienze e traumi, diventate il Gatto con gli stivali di voi stessi.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 9 giugno 2009