Due o tre cose che ho da dirti sul mondo

Vincenzo Latronico



Voi non ci sarete è un’antologia di cronache della fine del mondo uscita di recente per Agenzia X e curata da Alessandro Bertante. Include racconti di Violetta Bellocchio, Alessandro Beretta, Giorgio Fontana, Peppe Fiore, Vincenzo Latronico, Giusi Marchetta, Flavia Piccinni, Simone Sarasso e Andrea Scarabelli.
Questo che segue è l’incipit del racconto di Vincenzo Latronico. Il testo completo in PDF si trova nella sezione Biblioteca.

"Darwin, se non altro, offre qualche incoraggiamento. [...] Le creature che sbagliano inveteratamente le proprie previsioni sul futuro hanno una patetica quanto lodevole tendenza a morire prima di riprodurre la propria specie." Willard Van Orman Quine, Generi naturali

Il massimo esperto mondiale in fatto di apocalisse era il professor Alfredo Cannella, nato e cresciuto a Venezia ma vissuto negli ultimi anni della sua esistenza nel sottoscala di un dormitorio della Penn State University, a Schuylkill Haven, Pennsylvania. Fino al 1998, il professor Cannella era stato titolare della cattedra di Biologia Evolutiva presso la stessa università; aveva trentanove anni, alcune pubblicazioni molto citate e una reputazione piccola ma consolidata di bevitore di rum; contava di sposarsi con una studentessa di dottorato prima dell’avvento del millennio nuovo. Il professor Cannella aveva problemi a dormire. Tormentato dall’insonnia, dalla schizofrenia paranoide, molte notti aveva speso Alfredo Cannella a chiedersi quale destino sarebbe toccato all’umanità come specie, se in tempi di prospettate catastrofi ambientali e guerre nucleari, in tempi di prossime migrazioni planetarie, ci sarebbe stato davvero da attendersi la fine dell’umanità e del pianeta.
"C’è da attendersi la fine?", chiedeva a se stesso, striando il cuscino di forfora, rum.
"Sì", si diceva ancora, e poi, "no". L’idea che una specie potesse portare in sè, al calduccio fra miliardi di pagine di codice genetico, quello che alla fine avrebbe distrutto tutte le altre; l’idea di avere una piccola bomba cromosomica conficcata giù, giù, fra l’aorta e il senso civico, gli pareva imperfetta e improbabile. Ma anche altre cose turbavano il professor Cannella, che pur di non pensarci presto si riaddormentava.
Uno di questi turbamenti era la convocazione di fronte al Rettore e al Senato Accademico, che gli avrebbe tolto cattedra e tenure il 18 gennaio 1999. Il fratello della studentessa di dottorato che voleva sposare, in seguito a una lite con la sorella in qualche modo legata a questioni economiche, aveva denunciato la sua relazione con lei. Sosteneva anche di avere un filmino, ma era una menzogna, non lo aveva. E tuttavia non fu al contenuto del filmino che pensò Cannella, quando quel mattino, "Capisce, professore, che è molto difficile che lei possa restare qui", gli disse il Rettore, no, né a questo pensò né all’appartamento da lasciare né allo stipendio: pensò all’estinzione del genere umano.
Ed ecco cosa pensò Cannella: che le specie animali, al contrario delle cattedre e delle storie d’amore, tendono ad estendersi nel tempo. E che, se una specie in particolare aveva la tendenza a distruggere tutte le altre, allora per la stessa spinta evolutiva quella specie si sarebbe estinta prima di farcela. Era solo questione di qualche anno prima che l’umanità la facesse grossa. Era quindi solo questione di qualche anno prima che l’umanità si estinguesse, senza fare a tempo a combinate guai, lasciando la fiaccola dell’evoluzione in mano a fratelli più affidabili, come gli scimpanzé, o i cardi. Cannella stimò che mancassero cinque, o sei anni.
"Mancano cinque, o sei anni", disse, soprappensiero, al Magnifico Rettore.
"L’appartamento di servizio dovrà lasciarlo entro febbraio", fu la risposta, e così fu. Cannella si trasferì in un sottoscala, concessogli da una bidella indulgente che conosceva da anni, Maud Herrera Rosewater. Non vide più la dottoranda, e si dedicò interamente alle passioni che gli erano rimaste: il succo di zucchero fermentato, e lo studio delle bombe cromosomiche annidate nel codice genetico umano. Nel giro di pochi anni divenne il massimo esperto mondiale in fatto di apocalisse.
Oltre ad essere estremamente fantasiosa, la sua teoria aveva un’altra particolarità: era vera. Sbagliava solo di qualche anno. Era proprio così che sarebbe finita l’umanità. Purtroppo nessuno ne venne mai a cono-scenza, a parte il figlio dodicenne di Maud Herrera Rosewater, Arturo, che la madre lasciava alla distratta custodia di Alfredo Cannella quando aveva i pomeriggi impegnati. Prima di riuscire a diffondere la sua teoria, il 10 giugno 2004, mentre portava Arturo a mangiare un gelato sul lungoceano di Schuylkill Haven, Alfredo Cannella gli indicò un autobus col motore ad idrogeno, commissionato da un’illuminato amministratore pennsylvano.
"Vedi, Arturo", gli disse. "Questo autobus ha un motore ad idrogeno. Inquina pochissimo e consuma il materiale più comune nell’universo. È stato progettato per ridurre l’impatto negativo dell’umanità sulle altre creature che meritano il loro posto sulla terra, come gli scimpanzé e i cardi."
"Vedo", disse Arturo.
"Purtroppo, però", proseguì Cannella, "non servirà a niente, perché come sai l’umanità si estinguerà fra pochissimo."
"Già", disse Arturo, proprio mentre l’autobus, per evitare una macchia sull’asfalto che sembrava proprio un cane, sterzava di colpo andando a collidere con un palo della luce.
Quel palo della luce era composto di una resina plastica ad alta biodegradabilità, recentemente brevet-tata da un’azienda italiana di nome Smic S.p.A., con sede a Busto Arsizio, in provincia di Milano. Nel codice genetico di quella resina c’era scritto che quando gli autobus la colpivano si spezzava. Il palo si spezzò.
"Cado", disse il palo, precipitando sul cranio del massimo esperto mondiale in fatto di apocalisse.
"Muoio", disse lui, e morì. Arturo Herrera Rosewater, dal canto suo, ne uscì illeso.

[Continua qui.]








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 9 giugno 2009