Punti di vista: a colloquio con Don DeLillo

Silvio Bernelli



Don DeLillo è stato ospite del Festival Collisioni di Barolo, in Piemonte, il 14 luglio 2012. Ecco i temi che ha affrontato, in pubblico e in privato, secondo la mia trascrizione.

Patti Smith
Proprio vicino alla Great Jones Street del mio romanzo, la strada di New York dove si rifugiava la rock star Bucky Wunderlick protagonista del libro, c’era il leggendario rock club CBGB’S. Ma non ci sono mai andato e non ho mai visto suonare Patti Smith e neanche l’avevo mai incontrata di persona prima di conoscerla oggi, qui a Barolo. Una cosa strana se pensi che a metà anni ‘70 vivevamo nella stessa zona di New York.

Essere un vero scrittore
Dagli anni ’70 di Great Jones Street a oggi sono molto cambiato come scrittore. Anzi, posso dire di avere scoperto solo in quegli anni di essere un vero scrittore. Prima ero troppo veloce, troppo frenetico. Leggevo i racconti di Ernest Hemingway o quel grandioso libro che è Ulisse di James Joyce e scrivevo senza sapere se sarei stato pubblicato o no. Tanto meno sapevo se quello che forse un giorno sarei riuscito a pubblicare sarebbe piaciuto o no a qualcuno, anche se la possibilità di avere successo come scrittore non mi ha mai interessato granché. Poi ho imparato a rallentare perché per scrivere ci vuole moltissima pazienza, moltissimo impegno. E quell’impegno volevo usarlo al meglio per esplorare tutte le possibilità insite nell’inglese-americano, la mia lingua.

Rumore bianco
È probabilmente il romanzo con l’inizio più impegnativo che abbia mai scritto. Stavo scrivendo il libro lentamente, ambientazione dopo ambientazione, pagina dopo pagina, e non avevo alcuna idea precisa su quale direzione stesse prendendo il protagonista del libro. In questo senso, Rumore bianco è molto diverso dagli altri romanzi che ho scritto. In un modo curioso, mentre scrivevo stavo aspettando che succedesse qualcosa. E poi ho capito cosa stavo aspettando: una fuoriuscita di materiali tossici, che sembra possa accadere ovunque. Come dopo una collisione tra treni che libera nell’aria una sostanza chimica pericolosa. Improvvisamente i giornali di tutto il mondo si sono riempiti di fatti analoghi. E ho inventato questa definizione di “evento tossico mobile”. Una definizione che mi sembrava andasse bene anche per descrivere l’attitudine dei governi a propagare notizie tridimensionali terribili, ma mitigandone l’impatto attraverso una definizione che è anch’essa sfuggente. È stato quello il giro di boa del mio lavoro di scrittore.

Libra
Quando è stato ucciso il presidente Kennedy, quasi cinquant’anni fa, è cambiato il punto di vista che gli americani avevano del mondo. C’era così tanta confusione, così tanto disaccordo sullo svolgersi degli eventi, dell’assassinio stesso. Per esempio su quanti colpi erano stati sparati, quanti erano i cecchini e quanti gli assassini, da dove proveniva il colpo mortale, quali erano le dimensioni e la profondità della ferita sul corpo del Presidente? Insomma, c’erano un sacco di interrogativi, e le risposte hanno causato una serie di disaccordi e polemiche ancora maggiori. Subito è spuntata la teoria della cospirazione, un profondo senso di paranoia concernente le bugie del governo. La gente ha cominciato a pensare che la storia autentica fosse stata sovvertita e questo sentimento è andato via via prendendo terreno nel resto degli anni ’60 e ’70. E poi ci sono stati altri omicidi importanti, la guerra del Vietnam, e a quel punto stavo scrivendo un racconto breve, neanche pensavo che potesse essere un romanzo. Non mi rendevo neanche conto che quello che stavo scrivendo avrebbe poi plasmato il resto del mio lavoro. Vivere in epoche pericolose ha significato impegnare tre anni a scrivere questo romanzo, ma all’inizio neanche mi rendevo conto, neanche lontanamente, che ci sarebbe voluto così tanto tempo. La cosa è stata curiosa. Dopo l’omicidio di Kennedy tutti sapevamo com’era stata la vita di Lee Harvey Oswald, l’uomo accusato di aver ucciso il presidente. Ci ho messo poi diversi anni a scoprire che Oswald era cresciuto in una strada del Bronx vicino a casa mia, lui aveva 13 anni io 16, e questo mi ha fatto pensare alla possibilità di scrivere di lui. Per Libra ho fatto un sacco di lavoro di documentazione, ho letto tutti i ventisei volumi redatti dalla Commissione Warren, la commissione d’inchiesta governativa sull’omicidio del Presidente. Sono stato fortunato a ottenere in modo illegale una copia dell’intero filmino di Zapruder che dura ventidue secondi, quello con la scena dell’assassinio del presidente. Poi sono tornato nel Bronx a camminare nelle stesse strade della mia infanzia e ho deciso di cominciare il romanzo proprio da Oswald nel Bronx, a com’era quel quartiere negli occhi di un ragazzino di tredici anni. Poi, tre anni dopo, ho scritto l’ultima pagina del libro e la fotografia di Oswald che tenevo sulla libreria è caduta. Lì ho capito che quel libro l’avevo davvero finito.

Mao II
Ci sono scrittori, ma io non sono tra questi, che sembrano prevedere quale forma avrà il futuro. Nel caso del terrorismo, non era un segreto, non era difficile prevedere cosa sarebbe successo, solo che negli Stati Uniti dei primissimi anni ‘90 non si conosceva, anche se nei decenni precedenti il terrorismo era una realtà in Europa e in altri Paesi del mondo. Ho cercato di prendere nota e di capire cosa stesse succedendo. In Mao II lo scrittore protagonista del libro dice che il terrorismo è una delle forze del mondo, ma ciò non significa che io come autore condivida questo punto di vista. Potrebbe essere un errore considerare questo due forze, la scrittura e il terrorismo, come simili, analoghe. Noi tutti abbiamo vissuto a lungo sotto la minaccia della guerra fredda, ma poi il terrorismo si è sempre più diffuso, ha cominciato ad avere un effetto diverso su ciascuno di noi, come singoli individui. Ricordiamo tutti cosa significava salire su un aereo subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 e superare tutte le barriere di sicurezza. Il terrorismo è diventato qualcosa che ha effetto sulla nostra mente, noi americani non dobbiamo più avere a che fare con una nazione che è il nostro nemico ma con piccoli gruppi, in qualcosa caso addirittura singoli individui.

Underworld
Il romanzo nasce da una famosa partita di baseball del 1951 tra New York Giants e Brooklyn Dodgers, non so perché ma sentivo di voler scrivere di questo. C’era un enorme giubilo alla fine della partita, una gioia incredibile, irrefrenabile, e questa forza mi ha fatto scrivere con vigore, e in un modo abbastanza curioso, se mi perdonate l’espressione, con un’enorme conoscenza, visto che il baseball mi scorre nel sangue. Avevo la sensazione che scrivendo un romanzo sul baseball non avrei commesso neanche il minimo errore. Ho scritto circa cinquanta pagine con tutti i dettagli della partita che c’era stata circa quarant’anni prima e poi iniziai davvero il romanzo dal capitolo 1. Scrissi felicemente per tre settimane, poi capii che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. Tutto era troppo convenzionale. Allora tornai indietro e compii un salto con la narrazione dal 1951 alla metà degli anni’90 e scrissi il resto del romanzo procedendo a ritroso. È qualcosa che uno scrittore deve avere la fortuna di scoprire. Era un po’ come se il romanzo mi chiedesse di essere scritto così. Nel corso della partita, nella prima parte del romanzo, c’è un punto in cui c’è gente che fa a pezzi i giornali per tirarli sul campo da gioco, come coriandoli. Alla fine del romanzo c’è un lungo passaggio relativo agli effetti delle scorie nucleari. In altre parole, nel mio romanzo si descrive l’evoluzione della storia dei rifiuti. Dagli innocui stralci di giornale alle sostanze terribilmente pericolose delle quali ancora non abbiamo imparato a liberarci in modo sicuro.

Cosmopolis
Questo romanzo è nato guardando tutte quelle limousine bianche che avevano cominciato a percorrere le strade di Manhattan, nel momento in cui denaro e alta finanza dominavano la città, alla fine degli anni ‘90. Era un’immagine che faceva pensare. Il vecchio concetto “Il tempo è denaro” era stato sostituito da una nuova filosofia: “il denaro è tempo”. Ho cercato di raccontare questo cambiamento nel libro. Ho molto apprezzato la trasposizione cinematografica del romanzo che ha fatto David Cronenberg. Un regista che non accetta compromessi, ma che è riuscito a fare un film molto immaginifico da un racconto che si svolge quasi tutto all’interno di una limousine. All’inizio del libro il protagonista Eric Packer, un giovane miliardario, ordina all’autista della sua limousine di portarlo a tagliarsi i capelli dall’altra parte di Manhattan. L’autista parte, ma poi il viaggio dura un’intera giornata. In modo curioso Eric Packer, rivive la sua intera vita all’interno della limousine che lo porta da una parte all’altra di Manhattan. Sesso, amore, denaro e poi la perdita della sua intera fortuna. La storia culmina in una casa fatiscente dove due uomini armati di pistola si sparano a vicenda. Nel film Cronenberg ha girato questo passaggio in una meravigliosa scena di ventidue minuti, in cui i due attori Robert Pattinson e Paul Giamatti si affrontano. È tutta una storia di soldi, ma alla fine diventa una vicenda più introspettiva nella quale l’uomo si chiede se alla fine vale la pena di vivere in quel modo.

Cinema
Ho sempre avuto una grande passione per il cinema. New York degli anni ’60 e ’70 era un buon posto per crescere se amavi il grande schermo. Molte sale proiettavano i grandi film americani di quel periodo, ma anche quelli che arrivavano dal Giappone, dall’Europa e in particolare dall’Italia. Ora non sono molto informato sui registi italiani delle ultime generazioni, quelli che piacevano a me sono tutti morti. Il mio preferito era Michelangelo Antonioni, mi piaceva molto il suo sguardo. Comunque, un regista italiano si è fatto avanti per realizzare un film da un altro mio romanzo, ma non voglio dire né chi è né qual è il film di cui stiamo parlando. È un progetto appena nato, vediamo se si concretizzerà.

Punto omega
Il tempo che ho passato nel deserto del Sud Ovest degli Stati Uniti per scrivere questo romanzo, mi ha fatto pensare intensamente che c’è qualcosa nel deserto che incoraggia a riflettere su cosa c’è al di là della morte, cosa c’è oltre l’essere umano. In questo deserto gli archeologi hanno trovato un fossile, un dente di squalo dentro una roccia. Questo spiega bene cosa significa il trascorrere di centinaia di migliaia di anni. Quello che un tempo era oceano oggi è un deserto. E ora che sono qui a guardare il tramonto, penso che mi hanno cresciuto come un cattolico, e so che tutto ciò ha fatto di Punto omega un romanzo sul tempo. Una volta ho cercato di parlare con un professore di filosofia del tempo e lui mi ha guardato e mi ha detto: “Il tempo è un argomento troppo difficile”. Un romanziere però se ne frega di queste difficoltà. Il romanzo comincia in uno sala del museo d’arte moderna di New York. In questa sala buia e fredda si proietta un film, il famoso Psycho di Alfred Hitchock, ma non viene proiettato a 24 fotogrammi al secondo, come avviene di solito, ma a 2 fotogrammi al secondo. Ci vogliono 24 ore per vedere l’intero film. Ho visitato la mostra con questa installazione tre o quattro volte, e mi ha fatto pensare al tempo come soggetto. Devi essere uno strano individuo per stare in una sala buia e fredda, in piedi, a guardare un uomo che impiega ore per muovere una mano. Ci vogliono cinque o dieci minuti per veder compiersi un semplice gesto. L’installazione si intitola “Psycho in 24 ore” ed è opera di un videoartista che si chiama Douglas Gordon, ed è stato dopo averlo visto e aver scritto il primo capitolo del romanzo che ho deciso di andare nel deserto americano. Lì il tempo non è così specifico, dettagliato secondo per secondo, ma diventa quasi un segno, un’indicazione dell’estinzione.

Tecnologia, vita e morte
La cosa interessante della tecnologia è che ogni qualvolta ci pensiamo, sentiamo di ritornare all’infanzia, dove c’era questo equilibrio e disequilibrio tra essere bambini e l’importanza della tecnologia. Qualsiasi cosa sia in grado di fare la tecnologia, poi pensiamo sia assolutamente indispensabile riuscire a farla. La tecnologia adesso si prende briga di trattare l’argomento dell’immortalità. Non ne ha abbastanza di proiettare le nostre vite verso nuovi traguardi, ma addirittura alcune persone cosiddette ragionevoli pensano che non sia più necessario morire. Ci saranno trucchetti tecnologici che saranno infilati nel nostro corpo per evitare certe malattie, per prolungare la vita di alcuni organi e, in qualche caso, anche per morire ma per essere poi risvegliati quando ci sarà la tecnologia giusta per curare il nostro male e ricominciare a vivere. Questa potrebbe essere l’ultima frontiera della tecnologia moderna, sarà una realtà scientifica possibile o resterà solo un mito senza senso?

Angel Esmeralda
È appena uscito negli Stati Uniti. In Italia verrà pubblicato da Einaudi all’inizio del 2013 ed è la mia prima raccolta di racconti. Li ho scritti in più di trent’anni questi nove racconti, e sono tutti finiti in questo libro, non ce ne sono altri. Sono molto diversi dai miei romanzi, sia per i temi trattati che per la scrittura, e tutti sono privi di un vero e proprio finale, un po’ come vuole la scuola del Classico Racconto Americano.

Il libro nuovo
Ho appena cominciato a scriverlo e sarà comunque un romanzo, anche se ancora non so come andrà a finire.

La bellezza della lingua
Credo che la promessa della letteratura sia nella bellezza della lingua, è questa convinzione ad aver sempre guidato il mio lavoro, nell’usare l’anglo-americano. Anche la mia macchina da scrivere, che è una di quelle vecchie, con i tasti, mi rende cosciente del linguaggio che scivola attraverso le mie dita. Ho bisogno di sentire il rumore della dita sui tasti e di quello dei caratteri che battono sulla carta. Il carattere che uso è più grande del normale e così posso vedere bene la forma delle lettere. Ho cominciato a rendermi conto anni fa di quanta arte ci sia nell’alfabeto. Vivevo in Grecia in quel periodo e avevo notato con grande meraviglia come le parole scolpite assomigliassero quasi a dei monumenti. Cerco di creare una lingua che abbia l’anatomia della bellezza, che faccia trovare sulla pagina un altro livello di bellezza.

Alcune parti di questo pezzo sono apparsi sull’Unità del 16 luglio 2012.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica a voce il 27 luglio 2012