Nel cuore dell’uomo con Stefánsson

Silvio Bernelli



Con Il cuore dell’uomo Jón Kalman Stefánsson chiude la trilogia inaugurata con Paradiso e Inferno proseguita con La tristezza degli angeli (ne avevamo parlato proprio qui N.d.r.).

Il romanzo, appena pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione di Silvia Cosimini (pp. 445, 18,50€), inizia esattamente dal punto in cui il lettore aveva lasciato le gesta del ragazzo, il protagonista della trilogia, e il dolente e forte postino Jens. I due si erano spinti attraverso le lande dell’Islanda più remota d’inizio Novecento, incalzati dalle tragedie che avevano segnato le loro vite. La morte del compagno Bardur per il ragazzo e i tristi patimenti amorosi di Jens. Già da questa considerazione si evince come la trilogia narrata dall’autore islandese sia in realtà un solo voluminoso romanzo, uscito in tre parti soltanto a causa del tempo e la fatica impiegati nella scrittura.

Infatti subito dopo l’epica traversata delle province più glaciali d’Islanda, il romanzo ritorna nei luoghi d’ambientazione di Paradiso e Inferno. Il Villaggio mai nominato, così come mai nominato resterà il ragazzo fino al termine della storia, viene messo nuovamente al centro del racconto, con la sua variopinta serie di personaggi. Chi più chi meno, tutti depressi, angosciati dalla povertà, dalla mancanza di amore e di prospettive, piaghe endemiche della gelida Islanda di un secolo fa. Nel Villaggio il ragazzo si trova a confrontare l’amore lontano e poetico per una giovane madre conosciuta durante il suo viaggio e quello tutto carnale e immediato con Ragnheidur, la bellissima figlia adolescente del ricco Fridrik. A questa vicenda il romanzo incrocia e accosta quelle vissute da Geirprudur e Andrea, due dei molti forti personaggi femminili tratteggiati da Stefánsson. Andrea si unisce al contadino Bjarni, vedovo con un manipolo di figli, in un rapporto basato sulla convenienza e la necessità di aggrapparsi a qualcuno pur di non uccidersi, più che sul sentimento. Il medesimo calcolo, con in più una dichiarata motivazione economica, è alla base del sodalizio stretto da Geirprudur con il commerciante fallito Snorri.

L’unione uomo-donna in tutte le sue molteplici forme sembra essere l’unica via di salvazione per il romanziere-poeta Stefánsson. Solo la forza di una coppia, e non importa come sia stata assortita, è in grado di sopravvivere all’Islanda dell’epoca. Un luogo in cui anche i contadini più abili sparivano nel nulla durante le tempeste di ghiaccio, i capitani più esperti affogavano dentro velieri che le tempeste capovolgevano persino in porto, i vecchi si uccidevano lasciandosi cadere nel mare artico; ai pescatori bastava dimenticarsi la cerata per morire di freddo allo scatenarsi del maltempo e a una donna minorata bastava passeggiare nella brughiera per venire violentata da gruppi di ubriachi.

Al senso di morte che aleggia sull’intera narrazione ed esplode negli ultimi capitoli, Stefánsson oppone le armi dell’introspezione, la cruda verità dell’esperienza in prima persona, e soprattutto uno sguardo autoriale che ha la capacità di stare accanto, a pochi centimetri, appena discosto, ai suoi protagonisti. Medesima vicinanza la voce dell’autore la mantiene nei confronti del lettore, che si trova così a origliare, toccare con mano le sconfitte dei protagonisti.

Rispetto al precedente La tristezza degli angeli, sviluppato secondo una narrazione rettilinea che ricalcava l’attraversamento dell’Islanda compiuto dal ragazzo e il compagno Jens, e causava qualche ripetizione di troppo, questo Il cuore dell’uomo ha un più interessante sviluppo circolare. La pluralità delle voci dei protagonisti e i pensieri del misterioso narratore onnisciente che porge al lettore la storia – tutta di formazione, il classico bildungsroman – del ragazzo, si inseguono, si arricchiscono a vicenda, si completano.

Il cuore dell’uomo è il degno epilogo di un imponente affresco narrativo, che chiede al lettore di inerpicarsi attraverso pagine a volte spigolose, cosparse come sono di nomi e grafie che richiedono un’attenzione assoluta per non farsi sfuggire qualche particolare decisivo, ma che hanno il pregio di parlare dei sentimenti alla base dell’essere uomini e donne, sfidando persino i facili aforismi pensati apposta per essere pubblicati su Facebook con tanto di virgolettato.

Ciò che conta qui e oggi come nell’Islanda dello scorso secolo è restare umani, accettare le proprie debolezze e le proprie sconfitte. In quest’ottica, comportarsi in modo non ignobile ed essere coscienti di contare meno di niente su questa terra, significa sferrare un colpo ai facili miti della contemporaneità, infilare il coltello del dubbio nel cuore del nostro incontentabile ego.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 9 luglio 2014