“Tu leggi, io crepo”

di Roberto Gerace



A partire dalla biografia di Pino Corrias e dalla riedizione completa di tutte le opere, proposta nel 2005 dalla casa editrice milanese ISBN, la fortuna di Luciano Bianciardi si è andata via via arricchendo di nuovi apostoli [1], al prezzo, però, come spesso accade, di una mutilazione del suo specifico valore letterario.

Interpretato volta a volta come la prova di un amore feticista per il virtuosismo che sconfina nella glossolalia (Rinaldo Rinaldi) oppure, nelle rivalutazioni più recenti, come l’atto fondativo di tutta una narrativa sindacale dedita a sondare i disagi del lavoro precario e in particolar modo di quello editoriale (in questa direzione si muove p. es. il pur lodevole “Progetto Bianciardi” sviluppato, fra gli altri, dal blog il lavoro culturale) [2], il romanzo La vita agra, pubblicato nel 1962 da Feltrinelli (riedito nel 2013, ma io cito dall’edizione Bompiani del 2009, racconta la progressiva integrazione di quello che comincerei col chiamare un vero e proprio personaggio-traduttore venuto dalla provincia maremmana a far giustizia a Milano. La sua "missione", dapprincipio, è far saltare in aria con l’esplosivo la sede della Montecatini, l’azienda metallurgica responsabile di quella strage di Ribolla che il quattro maggio 1954 vide morire quarantatre minatori per un’esplosione di grisù e che tanto a fondo segnò la disciplina etica del nostro scrittore. A istigarlo all’attentato è quel Tacconi Otello che è stato assunto già dai tempi dei Minatori della Maremma (un saggio-inchiesta scritto a quattro mani con Carlo Cassola) a simbolo di tutti gli umili assetati di vendetta. Attirato per ragioni di sussistenza nel vortice stakanovista del lavoro da libero professionista della traduzione, il protagonista intreccia una storia d’amore extraconiugale con una donna di origini romane, Mara (la Maria Jatosti del Bianciardi storico, prima amante e poi definitiva compagna), con la quale condivide una stanza e l’altalenare delle sue fortune lavorative. Traduzione dopo traduzione, risparmi sopra ristrettezze, si vede via via scivolare di dosso i suoi propositi rivoluzionari e si adatta man mano al ricatto alienante della metropoli lombarda. All’integrazione nei ritmi serrati del lavoro editoriale del personaggio si sovrappone l’integrazione, del tutto analoga, delle parole altrui all’interno della parola del narratore. Se per tirare a campare, infatti, è costretto a ingurgitare libri in altre lingue, per poi risputarli al massimo della velocità voltati nella propria, allora la vita del nostro personaggio-traduttore consiste, non foss’altro che per la quantità di ore trascorse sulla macchina da scrivere, delle parole degli altri, delle storie degli altri:

Certe notti, quando non riesco a prendere sonno, mi sfilano in processione dinanzi agli occhi Salvatore Giuliano e le donne artificialmente feconde, il colonnello Maverick e il generale Sirtori, ciascuno recando una sua parola sorda e irridente, Virginia Oldoini, Carl Solomon, Gad Dov Ygal, la testa mozza del povero Languille, Beverly ragazza di vita, Nikita Krusciov, Teseo, Arthur Sears maniaco sessuale, Peloncillo Jack, Pop operaio anziano alla catena di montaggio, John Kennedy, Percepied, i ganzi di Germaine Necker, il tarsio animale fantasma, la conferenza di Locarno, MonaMara-June e la nana della Cosmococcic Telegraph Company, Albert Budd, il socialista Vandervelde, la legge settantacinque, socialista anche quella, che chiuse le case, Ivan Grozni, la Venere ottentotta, John Whistler al vecchio ponte di Battersea, il sacrificio di capodanno, la faglia, il neutrino, Marx giovane e il Lenin dei taccuini, Sìdi-bel-Abbès, l’Ondulata Otto, Jack Andrus, l’Astronomo Reale, i Cappellani, le Corone e i Giovani Turchi armati di pistole zip, mille idee per aumentare le vendite e Leonardo da Vinci detective ad Amboise. (p. 139)

...ossia le storie e i personaggi dei libri che Bianciardi stesso è venuto traducendo negli anni. Il personaggio-traduttore è dunque, in questo caso, un vero e proprio posseduto: dai demoni dei sogni altrui. Ma quale definizione migliore potrebbe darsi della logica culturale del consumismo e della civiltà pubblicitaria, se non questa: essere intrappolati in un sogno di cui non si conoscono fino in fondo le leggi fisiche, innamorarsi dell’eco sirenica di una lingua di cui si ignora l’alfabeto, soffrire del bovarismo cronico di un Occidente malato d’America?

Chi ha fatto di Bianciardi un precursore della giocosità postmoderna ha scambiato per la poetica dell’autore ciò che l’autore voleva denunciare: quel rischio di appiattimento delle coscienze che più tardi Pasolini battezzò "mutazione antropologica". Non c’è complicità tra Luciano Bianciardi, nato a Grosseto nel 1922, e il protagonista della Vita agra. Non c’è compiacimento, se è vero che, quando parla del romanzo, lo scrittore lo fa nei termini di "una grossa pisciata in prima persona sulla avventura milanese, sul miracolo economico, sulla diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d’oggi"; oppure della "storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare".

Tutta l’opera è costruita per disinnescare la credibilità del protagonista-narratore: se è vero che questi arriva, a un certo punto, a citare come esempio della nuova narrativa americana un brano in inglese che altro non è che la traduzione di un passo del primo romanzo di Bianciardi, Il lavoro culturale, è anche innegabile il coinvolgimento con cui ci vengono spiegati i dettagli tecnici dell’esplosione della miniera, già sul finire del secondo capitolo; è innegabile la tragica lapidarietà della frase "Tu scrivi. Io crepo", proferita al protagonista da un amico moribondo alla fine del nono capitolo (p. 155) e che è un po’ il sigillo di questa credibilità, se non perduta, certo tutta da riconquistare da parte non solo del narratore, ma anche dello scrittore, della cultura tutta, della capacità degli uomini di articolare un qualunque discorso, una pallida giustificazione, invece di venir chiacchierandosi addosso sbrigando faccende dalla culla alla tomba; è innegabile, infine, la caratura programmatica delle pagine subito successive, vicine al finale, nelle quali giunge a compimento la demistificazione del mito miracolistico:

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.
Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché questo ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conosci restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi. Fai testamento, ci scrivi chi vuoi a seguire il tuo carro, come vuoi il trasporto, ti raccomandi che non ti facciano spirare negli scantinati, ma poi, a ripensarci, vedi che quest’ultima tua volontà è fatta soltanto di rancore beffardo. Poiché l’impresa non era abbastanza redditizia, pur di chiuderla hanno ammazzato quarantatré amici tuoi, e chi li ha ammazzati oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra.
Tutti questi sono i sintomi, visti al negativo, di un fenomeno che i più chiamano miracoloso, scordando, pare, che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull’erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano, bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull’erba, come capita capita, fanno all’amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. È un dottorino ebreo, biondo, sui trent’anni.
I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi.
È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia.
Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda.
A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
Quassù io ero venuto non per far crescere le medie e i bisogni, ma per distruggere il torracchione di vetro e cemento, con tutte le umane relazioni che ci stanno dentro. Mi ci aveva mandato Tacconi Otello, oggi stradino per conto della provincia, con una missione ben precisa, tanto precisa che non occorse nemmeno dirmela.
E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù. (pp. 156-159)

Come a dire: questa storia è anche la vostra storia, la storia della "diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d’oggi". Così mi pare che si possa e si debba ripensare la formula del nono capitolo: non solo "Tu scrivi. Io crepo", ma anche e forse soprattutto "Tu leggi. Io crepo".

Suoneranno in questa luce fortemente antifrastici, allora, i proclami del secondo capitolo:

Datemi il tempo, datemi i mezzi, ed io farò questo e altro.
Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza.
E se proprio volete, ve li farò sentire tutti insieme, orchestrati in sinfonia.
Vi mostrerò il muso della tinca, davanti alla fiocina del sub, cinquanta metri sotto il faraglione, per dissolvere poi, lento, su quell’altro muso di tinca, quando lo aggredisce il raschietto del ginecologo.
Vi darò la narrativa integrale - ma la definizione, attenti, è provvisoria - dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, e tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell’esercito, insomma interi.
Proverò a riscrivere tutta la vita non dico lo stesso libro, ma la stessa pagina, scavando come un tarlo scava una zampa di tavolino. Ricordo che dalle mie parti, appena faceva buio, dicevo allora, ma adesso sono poi ben certo che quelle parti fossero veramente le mie, e come e perché io dicessi parti, appunto mie, dopo il calare del sole?
Proverò l’impasto linguistico, contaminando da par mio la alata di Ollesalvetti diobò, e ’u dialettu d’Ucurdunnu, evocando in un sol periodo il Burchiello e Rabelais, il Molinari Enrico di New York e il lamento di Travale - guata guata male no mangiai ma mezo pane — Amarilli Etrusca e zio Lorenzo di Viareggio.
Ma anche vi darò il romanzo tradizionale, con tre morti per forza, due gemelli identici e monocoriali e un’agnizione. Il romanzo neocapitalista, neoromantico o neocattolico, a scelta. Ci metterò dentro la monaca di Monza, la novizia del convento di * * *, il curato di campagna e il prete bello.
Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera - bianchi e neri - della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.
Et dietro poteranno seguire fanterie assai illese.
Ma tu, moro, mi stai a sentire?
A questo dunque m’ero ridotto? A chiedere aiuto al moro? (pp. 26-28)

Brano che è, come fa notare un ottimo contributo di Paolo Zublena [3], la riscrittura di una lettera di Leonardo Da Vinci a Ludovico il Moro nella quale il primo offriva al secondo i suoi servigi squadernando le sue credenziali ingegneristiche (che qui, sarcasticamente, diventano catalogo dell’arsenale stilistico). Questa di Bianciardi è, insomma, la bozza di una nuova idea del ruolo della letteratura, formulata alle porte di un futuro minaccioso che è diventato in buona parte il nostro presente: quel futuro in cui, per dirla sempre con Zublena, lo sperimentalismo diventerà un "codice del potere"; quel presente in cui, direbbe Carla Benedetti, i critici sono spesso diventati funzionari del "mercato delle poetiche" [4]. Non aspettatevi, sembra dirci qui l’autore, che io sperimenti tutti i gradi dell’espressione: se lo farò, considerateli piuttosto i gradi della mia integrazione a un potere in guerra con la genuinità della vita, quello della nuova civiltà industriale e pubblicitaria che compie il suo avvento recando sulle sue insegne, accanto agli inni al miracolo economico, il sangue dei miei amici morti in miniera. Non bisogna dimenticarsi, infatti, che tipici di un certo postmodernismo letterario saranno il rigetto dell’idea romantica del genio e l’esaltazione della componente artigianale della produzione artistica; la svalutazione del concetto di originalità; la collisione fra ciò che una volta era considerato cultura "alta" e la cultura cosiddetta "bassa", coerentemente con quella che è stata giustamente definita "la logica culturale del tardo capitalismo" [5]. Bianciardi lavorava all’interno del centro propulsore di questi cambiamenti del sistema artistico, cioè l’industria editoriale: ha avuto, perciò, l’occasione di coglierli sul nascere ed è riuscito a raccontarne in quest’opera le contraddizioni.

Proprio sul finire di quello stesso secondo capitolo pieno di reboanti quanto grottesche dichiarazioni di poetica è collocato, non a caso, il luogo linguisticamente più asciutto del romanzo, e uno dei più vibranti, nel quale i tecnicismi, come dice giustamente ancora Zublena, anziché esibizione formale, sono "veicolo di precisione referenziale ed espressione del gelido codice del potere". Questo libro è uno dei rari casi, nella nostra letteratura così piena di retorica, in cui l’ampio ventaglio delle forme sposa la tragicità di fondo del dettato; e se va messo accanto a un postmodernismo, sarà semmai, allora, il postmodernismo critico di matrice americana: quello in cui non c’è compiacimento nella disintegrazione dell’inviduo e della storia, ma scacco di un’identità frastornata.

Se invece, com’è più giusto a una lettura attenta, vogliamo liberarlo da questa etichetta, dobbiamo dire che La vita agra di Bianciardi anticipa e contemporaneamente disinnesca in partenza, con una critica feroce e lucidissima, le aporie del cosiddetto postmoderno: non c’è semiosi totale che tenga, non c’è scrittura intransitiva che regga, non c’è labirinto e pastiche di fronte al dramma di un uomo che soccombe al tuo stile di vita, alla tua pochezza e compromissione e che, morente, ti guarda in faccia e ti dice: "Tu scrivi. Io crepo". Allora dobbiamo spingerci oltre, dobbiamo accettare che in letteratura, come nella vita, ogni parola è una parola rubata, clandestina, sbagliata; che l’inchiostro è sangue versato; che non c’è pagina di vera prosa o di poesia che non sia intitolata a Tacconi Otello stradino; che non c’è viva voce senza sete di giustizia.

E così, quell’ostrica malata che però nemmeno riesce e fabbricare la perla sarà forse, per noi, il reperto paleontologico di un’era anteriore, eppure tremendamente attuale, in cui lo scrittore è ridotto a guscio vuoto, il suo io degradato a funzione autoriale, la letteratura a capriccio postumo o parco giochi dell’inorganico; e in cui però, rifiutando le parole inutili per restare ancora umani, per restare arrabbiati, bisogna rifiutarsi di produrre la morta scintilla di una soggettività pubblicitaria.





[1] P. Corrias, Vita agra di un anarchico, Milano, Baldini&Castoldi, 1993; L. Bianciardi, L’antimeridiano. Tutte le opere, vol. I, Milano, ISBN Edizioni, 2005.

[2] Cfr. http://www.lavoroculturale.org/cate...

[3] P. Zublena, "Dentro e fuori la scrittura anarchica. La lingua della Vita Agra di Bianciardi", in «Il Verri», 37, 6-2008, pp. 46-62.

[4] Cfr. soprattutto C. Benedetti, Il tradimento dei critici, Torino, Bollati Boringhieri, 2002.

[5] F. Jameson, Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, trad. it. Milano, Garzanti, 1989.





pubblicato da c.benedetti nella rubrica racconti il 8 luglio 2014