Americana

Teo Lorini



Con buona pace del rubizzo deputato legaiolo che qualche anno fa fece ridere il mondo appiccando il fuoco a una catasta di scatoloni, colmi – a suo dire – di leggi inutili, sarebbe auspicabile una norma che vieti l’uso del sintagma vecchio leone nonché del verbo ruggire in tutti le possibili coniugazioni e impieghi fraseologici (“ruggisce ancora”, “non riesce più a ruggire”, “torna a ruggire” ecc…) in riferimento a musicisti che abbiano superato il sessantesimo compleanno.

È il caso di Neil Young, che ha riunito tutti i suoi fedeli Crazy Horse (i vecchi leoncini?) sedici anni dopo Broken Arrow per dar vita al primo album della sua carriera privo di pezzi autografi. Non siamo però di fronte a un banale disco di cover, una compilation di “pezzi del cuore” (e pure, sia detto per inciso, dopo oltre 45 anni di carriera Young potrebbe stra-permettersela): Americana, questo il titolo del disco in questione, contiene infatti undici brani tradizionali del repertorio folk. Canzoni, così ha dichiarato l’artista canadese, che gli ascoltatori conoscono sin dai tempi del giardino d’infanzia. Ma basta un minuto della prima canzone, una Oh Susannah cospicuamente reinventata, per capire che ci muoviamo in un territorio nuovo, lontano dalle ricostruzioni filologiche alla maniera di Harry Smith ma anche dalla tabula rasa acustica con cui l’Eterno Precursore, Bob Dylan, è tornato ad accostarsi al patrimonio folk nel dittico formato da Good As I Been To You e World Gone Wrong. Se là l’impressione era quella, per dirla con Greil Marcus, di un “repulisti, di una persona che svuota la casa di tutto ciò che non serve fino a quando restano solo una sedia e due o tre libri, e poi si siede su quell’unica sedia, un giorno dopo l’altro, a leggere e rileggere fino a imparare da quei volumi qualcosa che non aveva mai capito prima”, in Americana Young non pare in cerca di qualcosa che stupisca persino lui e sembra piuttosto deciso a dimostrare la propria fedeltà all’amore di una vita, il rock, e alla sua universalità. Ci sono cose in queste vecchie canzoni, sembra dire Young, che parlano ancora di noi, ci sono drammi, strade oscure, passioni incontrollabili e presagi, storie così remote da diventare leggende e così attuali da sembrare scritte oggi. Rivisitarle con l’innocenza del suo spirito punk, affidare quelle strofette da kindergarten al suono sporco e al beat compatto e ossessivo dei Crazy Horse produce l’effetto di una completa rigenerazione, in coerenza con il processo di riattraversamento e riappropriazione che è la costante del folk. Accade così che pezzi come Clementine rivelino un lato tenebroso che ben poco ha da spartire con la spensierata cantilena che si imparava a scuola. Lo stesso avviene per Jesus’ Chariot (più nota col titolo alternativo di She’ll be coming ‘Round The Mountain): trascinato dalle chitarre distorte e dall’incalzare apocalittico dei Crazy Horse, il carro di Gesù si ammanta di presagi inquietanti, tanto da far pensare alla barca che risale il fiume “with a big red beacon and flag and man on the rail” di una delle più belle canzoni di Young.

È poi vero che talune scelte, come ha scritto Alfredo Marziano a proposito di This Land Is Your Land, possono risultare prevedibili. È però altrettanto oggettivo che l’interpretazione di Young restituisce a Woody Guthrie e alla sua composizione un’attualità sconcertante, della quale non sempre ci si ricorda (per onestà occorre dire che il miracolo non si ripete per Get a Job, classico pezzo anni ’50 la cui resa è forse il punto meno valido del disco). Con la “murder ballad” Tom Dula, qui trasformata in una sferragliante session di otto minuti di purissimo garage-rock, si torna sul versante più cupo e minaccioso del patrimonio folk. Non a caso, già nel ’65 il sopracitato Precursore aveva dichiarato: «Non c’è niente di semplice nella musica folk. Non è mai stata semplice. È piena di leggende, di miti, di Bibbia, di fantasmi» trovando l’aggettivo perfetto quando disse: «Weird [inquietante, imprevedibile, strana]: ecco cos’è la musica folk».

Chiudiamo queste impressioni di ascolto con una preferenza e un consiglio: non ci si perda la vecchissima ballata (di origine finlandese, pare) Gallow’s Pole e magari la si confronti con la versione incisa dai Led Zeppelin nel loro terzo album: quella di Page e Plant cresce inesorabile fino a un’esplosione finale in cui cinismo e disperazione di fondono, quella di Young e dei suoi Crazy Horse romba e sferraglia come un treno lanciato nella notte ma, in fondo al buio, lascia intravedere ancora un barlume di speranza.


UN PENSIERO SU “AMERICANA”
The Crazy Horse is back « La dimora del tempo sospeso








pubblicato da t.lorini nella rubrica musica il 23 luglio 2012