Da Palermo a Gela, il racconto del cammino

Antonio Moresco



In una piazzetta di Palermo, nel quartiere Ballarò, davanti al posto dove passeremo la prima notte, incontro con molti camminatori vecchi e nuovi. Emozione, entusiasmo. Saluti, baci, goffi e forti abbracci, tra corpi e schiene deformate da enormi zaini. Mi impressiona sempre incontrare all’inizio di ogni cammino tutte queste persone che si ritrovano o si trovano per la prima volta come in una misteriosa migrazione di uccelli. Come faranno gli uccelli a incontrarsi e a formare quegli enormi vortici che fanno esplodere il cielo? Come faranno a trovare la strada nella vastità senza segnalazioni dello spazio? Come faranno, in quella sterminata ressa di piccoli cervelli e di corpi e di ali, a inventare una forma che li trascende e che rende possibile quella inconcepibile traslocazione? Questa volta, alla fine della nostra migrazione che si ripete da quattro anni, fonderemo una piccola repubblica nomade. All’interno ci sono già molti sacchi a pelo distesi sul pavimento della sede che ci ospita, di nome Blow up. Magari durante la notte qualcuno di noi — me compreso — mentre sarà coricato al buio tra tutti gli altri corpi sprofondati nel sonno, si domanderà: «Ma chi me l’ha fatto fare?». Però domattina si partirà, e allora tutto scomparirà. Cominceremo a camminare sulla curvatura dell’orizzonte, come hanno fatto per migliaia di anni donne e uomini che hanno scoperto e inventato il mondo mentre si configurava di fronte ai loro occhi come un’apparizione.

I risvegli
Una quarantina di persone che si svegliano sul pavimento di scuole dismesse o palestre offerte dai comuni dei paesi attraversati, alle 7, poi alle 6, poi alle 5, per poter cominciare a camminare prima del gran caldo. Corpi che si divincolano nei sacchi a pelo, che si sollevano nella penombra con le teste arruffate, vicino a zaini e scarponi, che fanno la fila ai pochi gabinetti, per lo più scassati e con le porte che non si chiudono. Qualcuno guarda fuori, per vedere che tempo fa. Stradine e piazze ancora deserte, cassonetti con le immondizie sparpagliate dai cani randagi, chiese barocche annerite, antenne satellitari su vecchie case fatiscenti, rondini che volano impazzite nel cielo, stridendo.

I camminatori
Anche quest’anno la maggioranza dei camminatori sono donne. C’è la «vecchia guardia» ma ce ne sono anche altri che camminano con noi per la prima volta. Sono persone venute da quasi tutte le regioni d’Italia e non solo, che stanno credendo in questa nostra indefinibile impresa che tende a unire mente, viscere e cuore, sentimento e visione, che non fa leva sulle sole «passioni negative» (per dirla con Spinoza), come è costume in questi anni. Ci sono tra di noi persone di tutte le età che pure stanno insieme senza che si avvertano le differenze, giovani disoccupati o precari, operaie, antropologhe, ex ferrovieri, bidelle, qualche scrittore e scrittrice, un non vedente che però ci vede più di tutti gli altri, persino una principessa, come sostiene qualcuno, anche se lei non vuole che si sappia. Pare che abbia un cognome molto noto, però dorme anche lei per terra, fa la fila ai pochi gabinetti senza asse del water. È solo leggermente più riservata e altera degli altri. Come fanno a stare insieme tutte queste persone così diverse? È il vettore del cammino, dell’invenzione e della prefigurazione, che porta una nuova possibilità nella vita e nel mondo. Perché questi non sono solo cammini orizzontali, sono anche cammini verticali.

I paesi
Dopo Palermo, siamo entrati, un giorno dopo l’altro, a Piana degli Albanesi, accolti da cartelli bilingui con tanto di aquila albanese e dove abbiamo mangiato il cannolo che ci era stato preannunciato come il più buono della Sicilia, a Ficuzza, con il suo Palazzo di Caccia dei Borboni, a Corleone, dopo un cammino tra contrafforti rocciosi simili a meteoriti precipitati, prati viola e campi di grano mossi come onde dal forte vento. E poi a Prizzi, uno dei paesi più alti della Sicilia, dove fanno una festa in cui diavoli dalle rosse teste taurine esultano per la morte di Gesù. E poi a Santo Stefano Quisquina, dove siamo stati accolti dalla banda e dal sindaco e abbiamo dormito in un convento.

E poi ad Alessandria della Rocca, a Sant’Angelo Muxaro, terra degli antichi sicani, gremito, come altri paesi di questa Sicilia povera, dimenticata e profonda, di case non finite e con le armature allo scoperto, ma anche di necropoli e di tombe cretesi e di leggende che vogliono Minosse e Dedalo rifugiati qui. Aragona, il paese siciliano con il più alto tasso di immigrazione, dove abbiamo visitato il paesaggio primordiale delle Macalube e dove un piccolo cratere mi ha sputato addosso uno schizzo di fango. Racalmuto, la città di Sciascia. Canicattì, Ravanusa, Mazzarino, dove abbiamo incontrato alcuni migranti dell’Associazione Il Girasole, che ci hanno raccontato storie sconvolgenti. Butera, dove siamo stati accolti con affetto. Perché in questi giorni abbiamo conosciuto da vicino anche il meglio della Sicilia, persone che si battono con coraggio contro la criminalità, che danno vita ad associazioni di accoglienza dei migranti che arrivano disperati dal mare, monache, sindaci e assessori, ma anche semplici persone incrociate nei campi, lungo le strade o nei bar, gente che ci ha invitato a mangiare i frutti dei loro alberi e che ci ha bagnato la testa con la canna dell’acqua, che addirittura ha scritto poesie per noi e ci ha offerto il vino e un mazzo di fiori. È un’altra Sicilia che non arriva sui media, dove si parla sempre e solo dei suoi mali, non della sua signorilità, della sua ospitalità e generosità, della sua naturale eleganza e della sua grazia.

Gli incontri
Con branchi di cani randagi, che ci abbaiano contro ma poi si nascondono quando vedono che siamo in tanti. Con cuccioli abbandonati e salvati dall’ostinazione della nostra Francesca. Con il sole che sorge a velocità vertiginosa dietro la sagoma lontana dell’Etna. Con Suor Lucilla. Con uno scultore-pastore di nome Lorenzo Reina che ha costruito con le sue mani un teatro greco e cosmico su una montagna da cui si può vedere l’Africa, con sedili di marmo che riproducono la costellazione di Andromeda. Con Gianni Oliveri di Canicattì, che ha un antico palazzo con centinaia di stanze e in una di queste stanze tiene delle motociclette di grossa cilindrata, in un’altra una mongolfiera con la quale ogni tanto prende il volo. Una delle camminatrici ha avvertito la presenza di fantasmi in una di queste stanze e si è sentita male. Allora gli ha chiesto a bruciapelo: «Come fate con i fantasmi?». E lui le ha risposto tranquillamente: «Ci conviviamo ». E poi ci ha raccontato altre storie di fantasmi e di dame che attraversano le sale e poi entrano nei muri come nei film di David Lynch. Perché qui convivono molte cose che vengono da prima e che non sono state annientate: cattedrali che sembrano templi greci, dei e demoni, cavalieri che entrano al galoppo nelle chiese, fantasmi e spiriti… E poi Antonio Presti con il quale mi sono incontrato pubblicamente a Butera. Il tema dell’incontro era La bellezza e Presti ci ha illustrato la sua idea di bellezza e cultura, che ritiene in grado di rigenerare un tessuto deteriorato. Io non ho un’idea separata della bellezza e della cultura. Bellezza e cultura da sole non hanno mai impedito agli uomini di compiere le azioni più efferate, come dimostra la Germania nazista. Bellezza e cultura non si possono separare astrattamente da niente, compreso il dolore, il male, l’illusione di verità e tutto il resto, se no sono solo menzogna, una foglia di fico. E allora ho recitato a memoria l’inizio delle Ricordanze di Leopardi.

Sinfonie notturne
Camminatori che durante il giorno sono persone riservate, di notte si trasformano, si scatenano dai loro corpi raggomitolati nei bozzoli dei sacchi a pelo voci primordiali cavernose che sembrano venire da tempi primevi o addirittura da altre o precedenti specie. Là in quell’angolino lontano c’è una grossa rana — come racconta Andrea di prima mattina — là c’è un rospo, là un uccello notturno che lancia il suo intermittente richiamo, là una gigantesca turbina, di là arriva un improvviso barrito, che però ha il merito di zittire per un po’ tutti gli altri versi, prima che un’upupa riprenda il suo secco grido. Mi ha sempre stupito il fatto che io, che sono un insonne cui basta il più lieve rumore per non poter dormire, quando sono in cammino con questa banda di folli, ciascuno folle a suo modo, mi addormento di schianto, mi sveglio magari per qualche istante, resto ad ascoltare sbalordito e ammirato, rido persino nel buio per quella ridda di voci notturne e infere e per tutti quei versi preumani, ma poi mi riaddormento ogni volta.

Conversazioni
Lungo il cammino ci si trova vicino a uno o all’altro e possono nascere lunghe conversazioni che fanno dimenticare la fatica e il caldo. Ho conversato con Valter su questa inclassificabile cosa che stiamo cercando di mettere al mondo e che non si può ridurre alla sola dimensione culturale, politica o di performance psicofisica, sulle rivoluzioni fallite del Novecento, perché giocate solo sul segmento separato dell’economia e dell’ingegneria sociale, come se la vita e il mondo e l’uomo fossero solo quello, come se ciò non fosse solo la punta dell’iceberg. E poi su come rendere irradiante e prefigurante questo nostro sogno, su come far irrompere l’impossibile dentro la vita, su come intercettare altre piccole repubbliche nomadi che forse già ci sono e creare costellazioni. Un altro giorno, con Riccardo e Tobia, conversazione sull’amore, sul fatto che le rivoluzioni indirizzate alla sfera personale e intima si sono concentrate più che altro sull’aspetto della cosiddetta liberazione sessuale mentre non c’è stata nessuna rivoluzione verticale nella sfera dei sentimenti e della grandezza.

Un pensiero segreto
Sento dentro di me un’enorme disperazione, che non mi abbandona mai, anche quando cammino o cerco di trascenderla attraverso la letteratura. Fino a quando riuscirò a sostenere questa tremenda lacerazione senza spezzarmi?

La vita, la morte
Abbiamo incontrato anche molti animali morti lungo strade e sentieri, carcasse preannunciate dal fetore della putrefazione, volpi distese attraverso piccole strade, con le loro lunghe code, cani, gatti, grandi sorci, rane e rospi dalle dimensioni abnormi, uccelli, serpenti… Anche l’anno scorso, durante il nostro cammino europeo, ne abbiamo incontrati molti e lo abbiamo raccontato nella lettera aperta al Parlamento Europeo, consegnata all’arrivo al suo presidente Martin Schulz, quando ci ha accolti nella sala protocollare, dove riceveva i capi di Stato: «Abbiamo incontrato anche un gran numero di animali morti. Abbiamo assistito all’investimento di un gatto bianco e alla sua breve e straziante agonia. Che ci ha ricordato che la vita è dentro la morte, come la morte è dentro la vita. E che è così non solo per le nostre singole esistenze ma anche per i popoli e per i continenti. E che è così anche per i nostri sogni, le nostre illusioni e le nostre visioni».

L’arrivo
Lungo la strada da Butera a Gela ho tirato fuori dallo zaino la nostra vecchia bandiera con la faccia di Kaspar Hauser, che l’anno scorso abbiamo portato con noi per più di mille chilometri e attraverso quattro Paesi, e l’ho sventolata durante il cammino. Gela mi stupisce. Lungo la strada mi avevano detto tutti che è una città brutta, la più brutta della Sicilia. Invece non è così. Certo, è anche lei brutta, assomiglia anche lei a certe periferie mediorientali, è anche lei disperata, però la sua dismisura mi commuove. Nel pomeriggio, dopo un incontro con Ignazio Buttitta al Museo Archeologico, in piedi, all’aperto, di fronte all’Acropoli e alla colonna dorica e sullo sfondo delle torri metalliche della raffineria — segno della fine e dell’inizio di un’era — fondiamo la nostra piccola repubblica nomade. Ringrazio chi ha reso possibile tutto questo, dico che stiamo camminando dentro un sogno. Dopo la fondazione, Tobia e altri intonano un canto osceno, perché noi non vogliamo separare ma unire il cielo e la terra, perché la nostra non è una repubblica tetra.

Di mattina, dopo una notte nella casa di campagna dei genitori di Orazio e il generoso banchetto che ci hanno offerto — e la partita Italia-Inghilterra vista in un bar gremito di ragazzi e ragazze fuori di testa — alcuni di noi hanno camminato lungo la spiaggia, dove la leggenda dice che Eschilo sia morto colpito da una tartaruga caduta dal cielo. E poi sul vecchio pontile fatiscente e arrugginito che si protende sul mare. Si vede da lì la città di Gela e, sulla destra, le strutture turrite della raffineria. Non è vero che Gela è brutta. Se devo essere sincero, di tutti i paesi belli e brutti che abbiamo attraversato, è quello che amo di più. Non lo so perché, ma la sua disperata e disarmata e profanata e apocalittica pazienza che tiene insieme mare e cielo, la casbah umana, le colonne greche e le torri metalliche della raffineria è quella più vicina alla mia mente e al mio cuore.


Questo articolo è uscito domenica 22 giugno 2014 sul Corriere della Sera – La Lettura.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica repubblica nomade il 24 giugno 2014