Intervista a Enrico Macioci

Luca Cristiano



Venerdì 01/02/2013 ho intervistato via Skype Enrico Macioci, autore del romanzo La dissoluzione familiare.

LC.: la prima domanda consiste in un nome e un cognome: David Foster Wallace.

EM: vado?

LC: vai, la prima cosa che ti viene in mente.

EC: la capacità di contenere tutto il mondo, o comunque una grossa fetta di mondo, nelle parole. Un linguaggio prensile, articolato, intelligentissimo, cerebrale ma in grado d’aprire squarci emotivi vertiginosi.

LC: senti la sua voce mentre scrivi?

EM: sì. Lui ha una voce inconfondibile. Riesce a parlarti all’orecchio anche se, in realtà, date la sua cultura e la sua capacità, parla da una grande distanza.

LC: come fa la tua a scavarsi la strada per uscire?

EM: mm… trattiamo temi differenti. Io per esempio ho una vera fissazione per la natura mentre lui, specie in Infinite Jest, coltiva un’estetica che io definisco "di plastica". C’è molta artificiosità nei suoi luoghi narrativi, molta costruzione, non so. E’ come se tutto fosse finto, in un certo senso. Ma questo non toglie qualcosa all’efficacia dell’ambientazione, che in quel contesto specifico va bene così. Poi ci sono molte altre differenze.

LC: sì, certo. Ma non è proprio questa la domanda. Io ti chiedo come fa la tua voce a emergere. Come fai a non essere sovrastato, a non fare l’eco della sua.

EM: da un punto di vista strettamente stilistico cioè?

LC: da un punto di vista pulsionale e sentimentale.

EM: come dicevo, mi aiuta il fatto che abbiamo mire differenti, temi differenti. Io fra l’altro sono un lettore abbastanza robusto e "antico" da avere oramai dentro di me parecchi altri scrittori "invadenti": direi che col tempo, essendo un lettore instancabile e onnivoro, ho imparato a capire cosa cerco davvero quando leggo, e in quale maniera servirmene. Cerco opere in grado di mettere in crisi tutto quello che ho capito oppure credo d’aver capito. Gli autori che prediligo sono uomini e donne sull’orlo dell’abisso, Melville, Rimbaud, Dickinson, O’Connor, Kafka, Dostoevskij, Celan, gente che davvero cercava un’altra maniera di stare al mondo, un’altra maniera di essere umani. Poi ci sono moltissimi libri che leggo con grande o enorme piacere, ma che non rientrano in questo pantheon. Una delle difficoltà per me, che sono alquanto pignolo, è discernere fra abilità e grandezza, che non vanno sempre del medesimo passo. E’ difficile da spiegare. Certe volte leggo roba magnifica, però in quella roba non posso credere, è come se non ci fosse abbastanza cuore, abbastanza rischio, e allora mi disamoro, è come se vedessi all’opera un mago e al tempo stesso i trucchi del mago. Certi romanzi somigliano a un vetro terso, pulito ma scivoloso, non mi ci posso aggrappare, non posso fare domande, posso solo guardare, e a furia di guardare poi mi stufo. Penso ad Underworld...in ogni caso, ho imparato nel corso del tempo a rendermi indipendente. Tornando a Wallace e alla tua domanda, credo che un’altra differenza fra me e lui stia nel fatto che io sono un poeta prestato alla narrativa, mentre lui è un logico/matematico/filosofo prestato alla narrativa. Sempre si parva licet.

LC: sai che mi incuriosce la tua prima risposta? Riporta un atteggiamento molto frequente dei lettori di Wallace. Tuttavia non l’ho mai capito fino in fondo, visto che a me succede l’esatto contrario: anche se non posseggo che i rudimenti della logica formale, sento con lui maggiore prossimità che con quasi tutti gli altri scrittori, mi suona meno artificioso.

EM: lui ha questa cosa particolare: da un lato sembra che ti stia parlando il tuo migliore amico, dall’altro però quest’amico è intelligentissimo e coltissimo. Però la nota decisiva che caratterizza la sua voce secondo me è la sensibilità. È innanzitutto un uomo e uno scrittore sensibile, che desidera entrare in empatia col mondo - non solo con le persone, si direbbe, ma col mondo intero, anche coi medicinali di cui elenca marche e peculiarità. L’artificio cui mi riferivo verteva solo sul paesaggio, e segnatamente a Infinite Jest. Ricordo certe descrizioni dei tramonti o della neve sui campi da tennis, mi sembrava di vedere riproduzioni della realtà oppure fotomontaggi, non so...

LC: a me no, a me pare di vedere riproduzioni della realtà quando qualcuno dice "la neve è bianca, il tramonto è rosso”. A questo proposito, citerò una frase di antonio moresco: «Non è questione di realismo o non-realismo, dato che sia il realismo che il non-realismo non sono possibili e neppure teoricamente ipotizzabili, per il semplice fatto che la realtà non è né può essere ”realistica”».

EM: sulla frase di Moresco concordo appieno. Infatti il dibattito, molto acceso, sul realismo, lo capisco poco. Un’opera, in quanto tale, non potrà mai essere la realtà; sarà una nuova realtà, sarà la realtà dell’opera, se l’opera è vigorosa. Prendi kafka. È straordinariamente realistico ma non è reale, no? Sul fatto descrittivo invece, e cioè la neve bianca ecc, capisco cosa intendi. Provo a spiegarmi meglio, anche se probabilmente è questione di sensibilità personale: spesso, quando leggo un paesaggio in Wallace, io me la immagino finto, di plastica, come dicevo prima. Anche nel Re pallido mi succedeva di continuo, come se stessi vedendo una di quelle pellicole che mescolano film e cartoni animati, non so come dirlo, ecco, come se guardassi qualcosa in 3D: è realistico ma anche sottilmente falso, esagerato, c’è un doping estetico... anche Moresco, per riallacciarmi alla tua citazione, impone al lettore una nuova realtà, ed è davvero molto realistico!

LC: su Wallace stiamo sempre agli antipodi! Tranne che per Il re pallido, che non riesco a leggere, forse anche perché non ho ancora elaborato il lutto.

EC: strano vero? forse questa è un’altra prova della grandezza di wallace, la sua capacità di riunire lettori differenti, di contenere interpretazioni diverse e addirittura opposte...

LC: parlavi prima di altre voci, altri scrittori che ti invadono. Me ne puoi parlare ancora?

EC: altri autori...

LC: sì.

EM: beh occorre distinguere fra autori che ammiro e altri che invece m’invadono, perché non sempre le due faccende coincidono.

LC: invasori.

EM: ad esempio un autore che ho letto moltissimo fin da adolescente e che mi ha invaso è Stephen King, specie certe cadenze nei dialoghi e lo sguardo sghembo sulla realtà.

LC: allora, se la nostra divaricazione prosegue, devo pensare che sei del partito dell’Ombra dello scorpione più che di quello di It?

EM: bravo! Proprio così! incredibile! Mi piace molto più l’Ombra!

LC: quod erat demonstrandum, direbbe il nostro comune amico [Wallace].

EM: adesso sì che ci starebbero bene due birre, perchè la discussione si fa interessante...comunque It è uno dei libri di king che ho apprezzato meno... mentre ho adorato Cuori in atlantide, 22/11/63, Stagioni diverse, Cose preziose, Il miglio verde, Misery.

LC: Misery è una delle migliori rappresentazioni dell’atto della scrittura di tutti i tempi, a mio parere.

EM: hai ragione, stavolta siamo in totale sintonia! È così geniale.

LC: per di più articolato su allegorie che tengono perfettamente.

EM: ha fatto un miracolo, sì

LC: come quella per cui Annie rappresenta la dipendenza. E, come accade per il tabagismo che spesso precede l’uso delle altre sostanze, attacca il suo ospite per via orale, con la respirazione bocca a bocca.

EM: e poi tutta quella neve che isola i due...c’è qualcosa di vagamente incestuoso nel libro, mette i brividi, come se King si guardasse nelle viscere.

LC: il che sarebbe ancora poco, se non fosse che guarda anche nelle nostre.

EM: Annie è la sua parte severa e benpensante, quella che giudica male scrivere testi che vendono molto ma poco impegnati, quella che odia il successo “facile”.

LC: in On Writing dice esplicitamente che rappresenta la dipendenza. Data l’equivalenza tra scrittura e masturbazione e il successivo coordinarsi di masturbazione e senso di colpa... continua tu!

EM: beh lui ha scritto, sull’atto dello scrivere, tanti testi incantevoli. Anche Shining, Finestra segreta giardino segreto, Stand by me...lui riflette di continuo su questo suo dono, e spesso scende a grandi profondità cognitive. Ti dirò che adesso mi viene in mente uno scrittore remoto da King, ovvero Von Hofmannsthal e la sua Lettera di Lord Chandos, altro testo in cui l’atto dello scrivere è sottoposto a critica acutissima. Hofmannsthal, che è poeta prodigiosamente precoce, a 26 anni sente che le parole, anche se usate benissimo come fa lui, equivalgono a funghi muffiti, non sono in grado di rendere neppure alla lontana la complessità del reale. E qui ci risiamo non solo con la questione del realismo ma anche con Wallace, che aveva la pretesa di scrivere TUTTO su TUTTO, e io sospetto che questa pretesa, evidente in Infinite Jest, l’abbia in un certo senso stroncato (non mi sto riferendo direttamente al suicidio, bensì a una postura esistenziale e scritturale). Poi, dopo la pubblicazione della Lettera, Hofmannsthal diventa scrittore di teatro e librettista di Strauss, con buoni risultati di critica e pubblico, ma molla la poesia, molla il suo autentico daimon. È uno di quelli che Vila-Matas definisce scrittori del No nel magnifico libro Bartleby e compagnia.

LC: sei anche tu uno scrittore del No?

EM: mmm...ho la continua tentazione del No. Ma non riesco a smettere, anche se sospetto che non farei nulla di male.

LC: Puoi vivere senza?

EM: l’ho già fatto, da ragazzino, per molti anni. Lo so, è ridicolo, ero un ragazzino

LC: no, non credo. Non è ridicolo. Tasso a otto anni faceva certe cosette... tipo comporre drammoni... si può obiettare che era un’altra epoca, ma io non credo che questo esaurisca l’argomento.

EM: sono attratto dalla precocità, molto. E impaurito, anche. La precocità è velocità, e la velocità è pericolosa.

LC: c’è qualcosa di più, una forza più profonda. Che travalica e supera di certo anche la necessità maturbatoria e il conseguente senso di colpa... del resto si deve pensare anche a Rimbaud, allo stesso Wallace. Se non sbaglio aveva 24 anni quando ha scritto La scopa del sistema. Ancora meno quando disse, scherzando ma non tanto, di essere in crisi di mezza età.

EM: Certo. Quando uno comincia a scrivere con continuità comincia anche a vedere il mondo sotto forma di scrittura, non so se mi spiego. La tua mente è allenata a trasporre quasi ogni cosa in narrazione, in parole narrative... La tua mente diventa un attrezzo mostruoso, davvero, una prolunga del foglio da riempire.

LC: a me di vedere il mondo sotto forma di scrittura succedeva in culla! Ben prima di capire che potesse corrispondere a qualche tipo di attività. A te no? Sempre per il tuo cervello presunto destro? Dovevi prima sapere di che si trattava?

EM: non me lo ricordo, ma è iniziata presto, sì... Su Rimbaud, cui prima accennavi, voglio dire una cosa: secondo me lui ha inferto alla scrittura una ferita da cui non ci siamo mai ripresi, soprattutto parlo della poesia. I poeti non si sono mai ripresi da Rimbaud. Sono tutti postumi. I poeti dopo di lui sono i postumi della sua sbornia. Dopo di lui fare poesia è diventato impossibile, è come provare a far urlare un muto. Le avanguardie che si sono illuse di proseguirlo mi sembrano tanti Urli di Munch, poverette. Ecco perché io scrivo prosa, sennò scriverei poesia, che mi viene anche meglio.

LC: io sono totalmente in disaccordo, tanto per cambiare. Credo che Rimbaud abbia aperto nella letteratura una matrice talmente prolifica che è impossibile non scrivere, dopo di lui, se davvero sei uno scrittore. Ma patto di scrivere davvero e fino in fondo! Qui verrebbe buono un motto di Bukowski: «se non ti salta alla gola, non ci provare, non tentare.»

EM: ecco, ma il fondo non l’ha già toccato lui? E non dico solo con la Saison e le Illuminazioni, che sono vette inarrivabili, ma poi col silenzio, un silenzio di micidiale eloquenza. Ecco, il suo silenzio è il buco nero della modernità, perché per lui la scrittura era un modo di vivere, era una pratica d’iniziazione, e non un’arte. Rimbaud ha trasformato il poeta in una specie di mistico, l’ha fatto uscire dal campo letterario trasformandolo in un martire, in uno che deve rischiare la pelle per poter dire davvero qualcosa che valga la pena essere ascoltato. Non è una cosa che sostengo solo io, la scomodità e il disagio associati a Rimbaud. Prima di me l’hanno dichiarata tantissimi poeti, penso a Mallarmé, Valéry, Char, Bonnefoy, Hart Crane, Montale, Luzi, Zanzotto, Sereni, Penna, Bellezza, infiniti altri… Ma anche un critico lucido e razionale come Roberto Galaverni ammette la problematicità, in un certo senso la terribilità di Rimbaud, il suo toccare il fondo, anzi il senza/fondo.

LC: non credo che esista un fondo... né una cima.

EM: comunque peggio di Rimbaud ci sono Gesù e Socrate, che non hanno scritto neppure un rigo, hanno risolto tutto oralmente.

LC: anche molte pornostar risolvono tutto oralmente, ma questo non impedisce a nessuno di tentare altre strade.

EM: Eh eh. Ecco tu hai presente il Battello Ebbro? Dopo tutto quel viaggio, il poema finisce col bimbo triste che spinge la barchetta di carta in una grigia pozza ardennese... tutta l’opera di Rimbaud, prima di sprofondare nel silenzio, è un lampo accecante su un fondo di tenebra (in Cuore di tenebra, Conrad quando dipinge Kurtz pensa a Rimbaud). E poi la tenebra l’ha mangiato. Del resto lo sappiamo che la scrittura è (anche) pericolosa...

LC: ma It COMINCIA con una barchetta! Il che, per estensione, ci porta a dover considerare l’idea che nessun uomo può esaurire in se stesso il gesto e il senso della scrittura.

EM: Vero! Ed è fantastico questo labirinto immenso, davvero. Senza retorica, è commovente. E io, nonostante le mie perplessità, credo nella scrittura come in qualcosa di speciale e di necessario.

LC: "tutto è vero", diceva una volta un ragazzo inglese...

EM: chi era?

LC: Mah, uno che scriveva di principi che fanno i pazzi ma poi sembrano pazzi davvero, cose così, adesso non ricordo...

EM: Ah ho capito, un tipo piuttosto sveglio....

LC: E poi, un’altra ragazza, ebbe a dire: "tutto è il prezzo di tutto"... il che mi riporta alla tua notazione iniziale sull’ansia di totalità in Wallace.

EM: sì beh... nel mio romanzo ce l’ho avuta anch’io quell’ansia, e ne sono uscito sconfitto. Wallace scriveva meglio e più di me, ma credo ne sia uscito parimenti sconfitto, come se il mondo si rifiutasse di farsi comprendere perfino da lui, che aveva una fame di comprensione infinita, una bulimia conoscitiva mostruosa.

LC: sei pronto a riprovare? Ammettendo che tu abbia ragione...

EM: bella domanda. No, non in quel modo almeno. Infatti ciò che ho scritto dopo è assai diverso dalla Dissoluzione familiare. Più breve, asciutto. Sai che ti dico? Potrei diventare uno scrittore di racconti (il mio primo libro, Terremoto, è composto da 10 racconti).

LC: Cosa intendevi fare con la Dissoluzione e cosa credi di aver fatto adesso che è passato del tempo dalla sua scrittura?

EM: ricordo che volevo dire tutto: evento del terremoto, famiglia, società, cosmo... avevo addosso un’energia demoniaca che dopo non ho più avuto. La Dissoluzione doveva essere una purificazione. Dopo tutto lo schifo dell’ospedale, delle bassezze, della politica infetta, delle miserie psichiche, odio, invidia, falsità che infestano il racconto, ecco la nascita d’una nuova umanità, attraverso il Principino Poppy insomma. Diciamo che è un libro utopico, e dalle intenzioni più serie di quelle cui potrebbe far pensare lo stile grottesco, ironico ecc... e poi sai una cosa? Oltre a Wallace c’è tanto Mark Twain, il Twain dei racconti umoristici. Li lessi da ragazzino e non mi hanno mai più lasciato. Li adoro.

LC: anche lui sa essere lugubre e cattivo, mica è quella mascherina americana che spesso ci figuriamo...

EM: infatti. Io ho dentro di me una parte idiota che Twain sa accendere. Lui non è idiota eh, lo sono io! Poi c’è Dante (non mi sono montato la testa). Tutta la parte dell’ospedale è dantesca.

LC: Dante informa il Novecento, da Pound a Siti, per dirne due diversissimi...

EM: infatti. E alcuni lettori dicono che nel mio romanzo c’è tanto Moresco. Anche se io mentre scrivevo non ci pensavo. In effetti un po’ lo ritrovo, a posteriori, specie per quanto riguarda i personaggi, gli animali, specie il Moresco dei Canti del caos.

LC: mi pare che da lui hai imparato le procedure di nominazione. Credo che sia una voce con cui è impossibile non fare i conti. Tuttavia, è uno degli scrittori che vengono citati più a sproposito nella storia della letteratura.

EM: è difficilmente inquadrabile. In Italia, poi, è davvero eccentrico. L’estate scorsa ci ho discusso un poco, è venuto all’Aquila, la mia città. Parla della propria opera con un candore e una semplicità che spiazzano, come se per lui fosse tutto fisiologico.

LC: Capisco cosa vuoi dire, ma se poi ci ripensi... non è così che tu senti parlerebbero molti scrittori che adori e di cui senti la voce mentre scrivi?

EM: sì parlerebbero così, sono io che non mi perdono la mia stranezza. Sai cosa dice la gente quando mi conosce? Ah ma sei tu che scrivi quella roba, eppure sembri così normale......

LC: questo lo dicono anche a lui. Ma è un po’ una boiata, scusa. Allora freud che doveva fare...

EM: Sì occorre distinguere, discernere.

LC: ...doveva succhiare tutto quello che incontrava?

EM: hai ragione. Di Moresco mi ha colpito la fermezza con la quale persegue il proprio progetto, la propria visione, e anche la forza con cui si è messo alle spalle una lunga - e a tratti perdurante - incomprensione critica. Era lì quieto, seduto sul marciapiede accanto a me, dentro una lama di sole, e in un certo senso sembrava un monaco stanco ma contento, un nuovo tipo d’eremita...

LC: non l’hanno messo nell’Atlante della lettura italiana, a quello che mi dicono. Insomma, questo è quasi un monumento in vita, più che un oltraggio! Bisogna proprio metterci dell’attenzione, per evitare di nominare uno che ha scritto così tanti libri, che ha pubblicato con Eiunaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori...ha vinto dei premi...

EM: è una figura che in italia facciamo fatica a digerire, rompe gli argini, apre una breccia da cui entra qualcosa d’inedito e sconvolgente. Io credo che lui spalanchi alla nostra letteratura orizzonti nuovi.

LC: Questo è certo. Ma non sorprendente. Mi chiedo piuttosto come sia possibile che altri li vedessero chiusi.

EM: mentre Siti (ho letto la tua intervista, magnifica, siete stati fantastici), Siti lo leggo all’opposto di Moresco, li trovo violentemente incompatibili.

LC: eppure, proprio per questo, i due insieme formano una sorta di sintagma.

EM: sono, forse, i due più grandi che abbiamo. Ma è difficile dirlo.

LC: se uno riesce a portare avanti entrambe le letture con profondità e comprensione autentica, se si abbandona alle loro visioni opposte... finisce a confrontarsi con categorie molto ampie, meravigliosamente applicate, attraverso cui si può vedere moltissimo.

EM: ma mentre Siti è levigato, un cristallo di stile, Moresco è lava, erutta di continuo, è incontinente. La sparo grossa... Siti è una specie di Montaigne e Moresco una specie di Shakespeare... poi entrambi sono del ‘47! Un bell’anno: anche King e Auster sono del ’47.

LC: e Cervantes! Ma Moresco esercita lo stile su un altro piano: le sue frasi sono veri e propri congegni per riorganizzare il pensiero, anche sul piano ritmico. "congegni da induzione di incanto" li chiamai una volta, quando ero giovane...

EM: Cervantes! Mi piacerebbe sapere in quanti lo leggono, oggigiorno…. Anche lo stile di Siti è formidabile, è perfetto. Poi tu pensa che, lo ammetto, a tratti mi annoia. Ma è perfetto. L’ho anche avuto professore all’università, le sue lezioni erano incantevoli e levigate come i suoi libri. Pezzi assoluti di bravura.

LC: che fortuna! Trovo la cosa che dici di Siti, a parte la noia che non condivido, sia vera sempre. Ma meno per l’ultimo libro, che magari è meno impegnativo e più impegnato, ma non è all’altezza dei precedenti.

EM: Siti per me è un problema, nel senso che ne riconosco il livello sovente eccelso, ma non riesco ad appassionarmi alle sue storie. So bene che appassionarsi non è indispensabile quando si legge un grande libro, ma per me è così, io esigo appassionarmi. Ho trovato noiosi grandissimi romanzi, che ci posso fare? L’ultimo comunque non l’ho letto...

LC: "bisogna sapersi annoiare, Orlando"... così diceva Lampedusa a un suo allievo eccellente...

EM: Wallace invece non m’annoia mai.

LC: questo ti vale il mio amore eterno.

EM: ma davvero mai, neppure quando parte con gli elenchi o le frasi lunghe chilometri... ha dentro una vibrazione magica, che è anche fra le righe, una specie d’amore immenso per il creato, che pure lo terrorizzava.

LC: l’intelligenza vera ama essere eroica e spesso muore tragica. Ma, Dio, che combattimenti finché si è in vita, no?

EM: Sì. L’ombra del suo suicidio si riflette retrospettivamente su tutta l’opera. Almeno a me succede così, un po’ come mi succede con Hemingway. Poi se leggo Caro vecchio neon è abbastanza impressionante. E’ l’equivalente de Le nevi del Kilimangiaro per Hemingway, secondo me. Ma chi ci prende sul serio quando scriviamo? Nessuno, nemmeno noi stessi, forse, ed è giusto così. Non bisogna letteralizzare l’immaginazione – che è potentissima, in grado di stroncarci – bensì cercare vie di fuga, deviazioni, altri mondi... scriviamo per vivere, non per morire, credo. Anche se la faccenda può diventare un cancro, specie se la riflessione scava molto a fondo.

LC: capisco quello che dici, ma penso tutto il contrario!

EM: non avevo dubbi. Forse ho una concezione pessimista della scrittura. Te l’ho detto che dovrei smettere...

LC: ma non sarà colpa di una serie di narrazioni apocalittiche che si fanno forti l’una dell’altra e si stratificano, diventano ambiente? Come fa la colpa a essere della scrittura? È come dire che è colpa dell’aria! E poi, Wallace...se non avesse scritto Caro vecchio neon, magari non avrebbe superato quel giorno. Come anche Sarah Kane quando scrisse Psicosis delle 4 e 48, scrivendo avrà guadagnato ancora un po’ di tempo...e una serie di altri. Non credi che la scrittura sia stata più un argine alle spinte autodistruttive che una causa? Pensa anche a Primo Levi...

EM: in effetti è strano. È come se la scrittura cristallizzasse il pensiero. Tu scrivi una cosa e quella cosa diventa più vera. Ma di certo è anche un’esorcismo, come no. Però ad esempio io ho riluttanza a scrivere scene di suicidio, che peraltro invece scrivo abbastanza spesso. Ora, la mia voglia di vivere mi sembra più che sufficiente, ma scrivendo quelle scene sento un’ombra fredda sulla schiena, come se potessi condizionare gli eventi futuri, la mia psiche, i miei atti a venire, non so. C’entra anche la superstizione con la scrittura, che in fondo è una forma di magia.

LC: ho perso la cognizione del tempo... del resto è anche per questo che si legge e si scrive, no? Per impedire che le lancette dell’orologio ci raggiungano e ci facciano a pezzi.

EM: vero! Soprattutto la lettura per me è una fuga. La scrittura meno. La scrittura è molto più un combattimento, una specie di scommessa continua, di continuo rischio. Il rischio – magnifico – che esista qualcosa d’altro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 11 febbraio 2013