Non è come Tangentopoli, è peggio

Gianfranco Bettin [con una nota di Tiziano Scarpa]



Non è come Tangentopoli, è peggio. Allora corruzione e concussione stringevano politici, imprenditori e affaristi in un patto di reciproche convenienze e ricatti. Qui, nel quadro rivelato dalla sacrosanta e benvenuta indagine intorno al Mose, il sistema vede direttamente partecipi anche importanti pezzi dello Stato. Fanno scalpore i nomi più eclatanti, ex ministri, consiglieri e assessori regionali, il sindaco. Ma ciò che dà i brividi a chi conosce meglio come funziona la pubblica amministrazione è ritrovare a libro paga del “sistema” funzionari che dovrebbero essere i garanti della liceità di procedure e meccanismi.

Nell’ordinanza il Gip di Venezia scrive, a proposito dell’ex presidente della Regione Veneto Galan, dell’ex generale della Guardia di Finanza Vincenzo Spaziante, dei dirigenti del Magistrato alle Acque (che sovrintende a quasi ogni opera in laguna e dipende dal governo) Cuccioletta e Piva, dell’assessore regionale alle infrastrutture Chisso: “Ciascuno di essi, per anni e anni, ha asservito totalmente l’ufficio pubblico che avrebbe dovuto tutelare, agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionante di benefici personali di svariato genere”. Diversa la posizione del sindaco Orsoni, accusato di “illecito finanziamento ai partiti” per non aver dichiarato una parte dei contributi elettorali ricevuti in occasione delle amministrative del 2010. Un reato grave ovviamente, se provato, ma di altra natura, anche se a sua volta rivela la capacità di coinvolgimento dei soggetti istituzionali locali nella propria rete da parte del vero motore di tale “sistema” e cioè il Consorzio Venezia Nuova.

Il Consorzio, che raggruppa alcune fra le maggiori imprese italiane e la cui creazione è stata favorita da ambienti politici e imprenditoriali cruciali nella prima Repubblica, avrebbe dovuto essere lo strumento per risolvere il problema della salvaguardia di Venezia dalle acque alte. La questione, antica, riemersa drammaticamente dopo l’alluvione del novembre 1966, è stata fronteggiata dallo Stato approvando un paio di leggi speciali e, appunto, favorendo la costituzione del Consorzio al quale, senza gara né interna né europea, ha affidato direttamente la progettazione e la realizzazione del Mose (opera infine scelta senza nessun vero confronto con progetti alternativi e altresì agevolata dall’inserimento in Legge Obiettivo e oggi realizzata all’80 %). La convergenza politica attorno al Mose è stata trasversale, favorita anche dalla capacità persuasoria del Consorzio, ricchissimo di mezzi per consulenze, studi, uffici comunicazione. Quando ciò non bastava, secondo la magistratura, ci pensava il “sistema” oggi rivelato nei dettagli ma da tempo denunciato dagli oppositori (che oggi ne paventano il riprodursi sulla questione delle Grandi Navi, così come, nella regione, si è riprodotto in tutte le opere pubbliche più significative).

Questo di Venezia, esploso intorno a una delle più grandi e controverse opere pubbliche di sempre, è uno scandalo nazionale, per l’intreccio con cruciali poteri dello Stato e per il livello delle connivenze politiche e imprenditoriali, mentre localmente ha inquinato partiti, istituzioni politiche, culturali e scientifiche, nonché l’economia del territorio. In un giorno di amarezza e indignazione, chi ha sempre combattuto quest’opera, nel merito e nel metodo, può almeno veder riconosciuto il valore del proprio impegno, la verità della propria precoce denuncia (a volte costata pesanti querele e denuncie), e fare di questa maggiore consapevolezza pubblica la base di partenza per un’altra città, per un altro paese.

Pubblicato su “il manifesto” del 5 giugno 2014.


[Nota di Tiziano Scarpa]

Ho un piccolo episodio da raccontare. Otto anni fa Times e Observer avevano suggerito provocatoriamente di smettere di buttare denaro per salvare Venezia, città destinata comunque a scomparire, e già trasformata in Disneyland.

Intervistato dal Corriere della Sera insieme ad altri veneziani, a una domanda sul Mose risposi che non potevo dare un parere sul progetto in sé, non avendo le competenze tecniche (non sopporto i tuttologi), e comunque ricordai che la Serenissima aveva sempre salvaguardato con la massima cura l’equilibrio delle sue fondamenta e delle acque lagunari. Risultato: mi fu fatto dire tra virgolette che “Il Mose fa parte della normale gestione della difesa di una città fatta sulla melma”: la frase fu addirittura estrapolata e ingrandita in neretto a didascalia di una mia foto. Il Mose “normale gestione”! Un’idiozia clamorosa. Altre mie considerazioni sul turismo vennero semplificate con disinvoltura. Quella notte non dormii dal dispiacere.

Mandai subito una lettera al giornale, che fu pubblicata undici giorni dopo:

Non ho mai dichiarato che «il Mose fa parte della normale gestione della difesa di una città fatta sulla melma» come mi fa dire [citai il nome del giornalista] nel Corriere della Sera del 6 giugno 2006, nell’articolo «Il Times: lasciamola morire. E scoppia la polemica». Altro che «normale gestione»! Il Mose è un intervento delicatissimo, enormemente costoso, dalle conseguenze potenzialmente irreparabili per la laguna di Venezia. Perciò c’è il bisogno urgente di valutare con il massimo scrupolo l’efficacia di tutti i progetti alternativi al Mose, come ha sollecitato anche una recente ordinanza del Consiglio comunale di Venezia.

Ripensandoci oggi, credo che si tralascino le responsabilità morali di quei giornalisti che – credo più per pigrizia che per dolo: non voglio fare il complottista; magari quel giorno il giornalista aveva poca voglia di lavorare – trattano l’opinione dei cittadini come materia prima da rielaborare o semplificare fantasiosamente. I nostri pareri presi singolarmente contano poco o nulla, ma messi insieme fanno massa critica. Manipolarli è grave.

Il giornalista chiamato in causa replicò citando una mia mail privata (!), in cui definivo “indegno” il suo lavoro: ovviamente non mi riferivo al giornalismo in generale, ma a quel suo lavoro specifico, a quell’articolo.

Non ce l’ho con lui personalmente. E poi sono passati otto anni. La mia riflessione di oggi è sull’importanza di fare il proprio lavoro con accuratezza. Da allora, quando un giornalista mi chiama per avere un parere e poi trascrive le mie frasi in maniera corretta, mi premuro di ricontattarlo e ringraziarlo, perché purtroppo non è scontato che questo accada.

Tiziano Scarpa








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 5 giugno 2014