Ian Curtis tra identità e immagine pubblica

Silvio Bernelli



I ragazzi del 1980 hanno sofferto come pochi. I più erano stati colpiti dalle pallottole che avevano ucciso John Lennon nella fredda giornata dell’8 dicembre, ma molti erano stati già scioccati in primavera dal suicidio di Ian Curtis.

18 maggio 1980. Il cantate dei Joy Division appena ventitreenne si impicca nella sua casa di Macclesfield, nei sobborghi di Manchester.

La notizia trafigge il cuore degli appassionati italiani con la lentezza di tempi in cui Internet non esisteva e i giornalisti musicali erano più o meno fermi ai noiosi Genesis, agli impuniti Emerson, Lake & Palmer, Yes, Jethro Tull.

Un sentito dire, un amico che l’ha saputo da un tizio, la voce incerta di un dj notturno che dà l’annuncio con la voce incrinata di chi per la prima volta sbatte contro la morte di qualcuno che, incredibilmente, appartiene alla sua stessa generazione.

La conferma che elimina ogni speranza d’incomprensione, errore, esagerazione, crudele scherzo, filtra attraverso i mensili specializzati, ormai molte settimane più tardi. Ian Curtis “se n’è andato” davvero e “in silenzio”, come profetizzato in Atmosphere.

La canzone, tra le più toccanti dei Joy Division, era uscita su singolo solo due mesi prima. Il veleno insomma era stato iniettato lentamente, era arrivato con il mesto, inarrestabile incedere di una marcia funebre. La rivelazione ritardata, un’epifania di rallentamento così simile alla batteria nel finale di Disorder nel primo album Unknown pleasures, aveva dilatato l’agonia oltre ogni tollerabilità.

E resta ancora oggi questa esperienza di morte a piccole dosi a rivendicare la cupa originalità del suicidio di Ian Curtis rispetto a quelli già ampiamenti mediatizzati in tempo reale della superstar Kurt Cobain nel 1994 e del più appartato Jeff Buckley nel 1997. In entrambi i casi poi si trattava di musicisti ben più famosi sul piano internazionale degli ancora misconosciuti Joy Division.

Una band che prima della morte di Curtis era nota solo nell’ambito della musica underground e che sarebbe diventata famosa proprio grazie al suicidio del suo leader. Un destino crudele, che avrebbe portato in testa alle classifiche inglesi il nuovo album della band Closer, uscito poco dopo la morte di Curtis.

Poi, contro ogni pronostico, i membri dei Joy Division avrebbero trovato il modo di sopravvivere alla morte del proprio front-man, cambiando nome e genere musicale. I New Order avrebbero saputo scrivere “una storia diversa”, come cantano nel singolo-crisalide Ceremony, ultimo pezzo scritto da Curtis ma primo ad essere pubblicato con la nuova denominazione. I New Order avrebbero rispolverato i pezzi dei Joy Division solo decenni più tardi, nel tour mondiale del 2005. I vecchi fans erano letteralmente scoppiati in lacrime ascoltando She’s lost control, Transmission, la sopracitata Atmosphere e Love will tear us apart. Quest’ultima aveva spezzato il cuore degli appassionati grazie a uno dei testi più commoventi scritti da Curtis.

Quando l’abitudine lascia un segno profondo, e mancano le ambizioni/ E il rancore ha la meglio, ma le emozioni non crescono/ E noi cambiamo la nostra rotta, prendendo direzioni diverse/ Allora l’amore ci strazierà ancora/
Perché la stanza da letto è così fredda? Ti sei girata dalla tua parte/ Sono io che ho calcolato male i tempi? Il nostro rispetto si è prosciugato così tanto?/ Anche se c’è ancora questa attrazione che abbiamo mantenuto nelle nostre vite/ Allora l’amore ci strazierà ancora.(Traduzione di Marco di Marco, Joy Division – Broken Heart Romance, Arcana 2008).

Parole amare, dotate di un’indiscutibile carica di autenticità, che insieme a quelle degli altri testi dei Joy Division avevano fatto dire ai più che il suicidio di Curtis non era che l’epilogo più prevedibile per una personalità tormentata, fragile, alla quale il sopraggiungere dell’epilessia in tarda età aveva dato il colpo di grazia.

Agli esegeti dei testi di Curtis il suicidio appariva il compimento ineluttabile di una vita disperata. Stesse tesi portate avanti anni dopo relativamente al suicidio di Cobain, che avrebbe voluto intitolare l’ultimo album I hate myself and want to die invece di In utero, e Jeff Buckley, che oltre ai testi malinconici poteva “vantare” anche la fosca eredità del padre Tim, rock star e sucida anch’egli nel 1975.

Una storia già, scritta, insomma, meglio ancora se a lettere di sangue; poi però il suicidio di Ian Curtis è stato sviscerato da diversi punti di vista. Ai giornalisti e critici musicali che si erano lanciati fin da subito a scrivere righe e righe sulla parabola di Curtis si sono aggiunte nel tempo voci ben più vicine al cantante scomparso. Aveva iniziato la vedova Deborah Curtis con Così vicino, così lontano (traduzione di David Henderson e Laura Portoghese, Giunti 1996). Il libro restituiva un’immagine di Curtis diviso tra famiglia e lavoro, tra l’amore per la moglie e la figlia Natalie e l’amante belga Annik e gli impegni con la band per l’imminente tour americano.

Nel 2007 era stato il turno di Control, il commovente e rispettoso biopic di Anton Corbijn, al quale già si dovevano le più note fotografie del gruppo agli esordi. Dal film Curtis usciva più come un ragazzo sorpreso da un assalto dei suoi stessi fantasmi, improvvisamente disorientato, che non l’artefice di un suicidio premeditato. Oggi è il turno del bassista dei Joy Division Peter Hook di raccontare la band e Ian Curtis. Il libro si intitola Joy Division – Tutta la storia ed è appena uscito in Italia per Tsunami Edizioni nella traduzione di Stefania Renzetti (pp 299, 20€).

Si riconosce a prima vista nel testo lo stile dell’uomo Hook: diretto, guascone, consapevole di essere un ex bullo di periferia che ha sbancato la slot machine della vita. La storia del bassista prende le mosse dal sobborgo di Salford, dove viveva insieme a una classica famiglia disfunzionale: madre separata, patrigno alcolizzato, un fratello collega di scorribande delinquenziali. “Abitavamo in Jane Street (…) nella vecchia, sporca, meravigliosa Salford. Quando anni dopo ho visto il film Control, non mi sono nemmeno accorto che era in bianco e nero, perché era esattamente come avevo vissuto la mia infanzia: buia e piena di smog, e marrone, come il colore di una scatola di cartone bagnata; a quei tempi tutta Manchester era così.” L’autobiografia di Hook ripercorre tutte le tappe risapute della carriera dei Joy Division. L’incontro tra i quattro musicisti, i primi concerti sgangherati, la scelta di far uscire per la Factory di Manchester il disco d’esordio Unknown pleasures. Secondo Hook il talento di Ian Curtis era esploso subito dopo la pubblicazione del primo EP An ideal for Living.

“Le sue canzoni hanno cominciato a somigliare a una conversazione con un genio, erano profonde e allo stesso tempo impenetrabili”.

Ma accanto al Ian Curtis sensibile e poetico che tutti si aspettano, Hook fa emergere la figura di un ragazzo come tutti gli altri, ingenuo e cazzone come tutti gli altri. Un ragazzo che ha una gran voglia di divertirsi insieme ai compagni della band, che al culmine di una sbronza piscia in una lattina davanti all’attonito proprietario di un club; che partecipa agli scherzi di cattivissimo gusto organizzati da Hook, come riempire di topi vivi il tour bus di una band rivale; che fa sesso con le ragazze rimorchiate ai concerti, che cerca di nascondere le spossatezze post-attacco epilettico, che ha la faccia tosta di chiedere all’idolo William Burroughs una copia gratuita di un suo libro, e l’autore di Il pasto Nudo non ci pensa su due volte a mandarlo affanculo; che poche ore prima di uccidersi grida in macchina tutto eccitato: “Andiamo a suonare in America!”.

Dal libro di Peter Hook viene fuori un Ian Curtis più ruvido e scanzonato di quanto sia facile immaginare ascoltando le sue canzoni. E il suo suicidio, come tutti gli altri suicidi, resta un mistero inestricabile, più che l’ultima scena di un copione scritto con pazienza, nel corso del tempo. Il legame tra Ian Curtis e la sua immagine pubblica resta inafferrabile, e in fondo proprio per questo, ancora più magico, magnetico.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica musica il 30 maggio 2014