La fuga perfetta? Il silenzio

Enrico Macioci



Il silenzio di Rimbaud significa la poesia moderna, ovvero ne è il significato; ma quale sarà il significante di un silenzio, e cioè di un vuoto? Da quest’arduo paradosso si dispiega il dramma, la festa sorda di suoni che ci riduce al mutismo dell’urlo impotente.

Un atto critico che non sia anche creativo, nel senso proprio di creazione in atto, non potrà affrontare Rimbaud se non dichiarandosi sconfitto in partenza – sarebbe come pretendere di fotografare il vento. Occorre un atto critico realmente nuovo, perché Rimbaud è realmente nuovo. Egli infatti proviene dal futuro. Ecco il suo gigantesco errore: pro-venire da dopo. Noi siamo postumi a chi, in un certo senso, non è ancora nato. Tutti i poeti venuti dopo di lui sono suoi postumi, sono i postumi della sua sbornia. Noi siamo i resti di una sbornia che non si è ancora consumata, cartacce unte, tovaglioli laceri, bicchieri di plastica coi fondi bruni di vino, briciole e avanzi di cibo ammucchiati nell’angolo, presso una vecchia scopa sghemba, in una luce pallida che va smarrendo.

Rimbaud nei suoi versi fulmina – per un istante, per un microistante appena! – il tempo, inserendo al posto del tempo una vertigine che diviene subito necessariamente silenzio. Tutto ciò che è un non-è assume infatti, entro le coordinate terrestri, una connotazione nichilista, un tratto vacuo (la bocca vuota dello zero). In tal senso Rimbaud è il più grande dei nichilisti, poiché incendia il terreno sotto i piedi propri e sotto quelli altrui, trasforma ogni pavimento in precipizio, ogni appiglio in caduta. Ma la sua caduta è ascesa (ascesi?). Egli è la carrucola appesa nel pozzo del cielo. Egli risale dalla gola del silenzio. Tacendo.

Dunque per un attimo repentino e nemmeno quantificabile, poiché non appartiene alle nostre arrese misure temporali, ma che pure è esistito e tuttora esiste, Rimbaud sospende il tempo e ferma la morte – la morte consistendo in una marcia cronologica lineare, in un accumulo di lancette. Mio nonno oggi è morto, ma cinquant’anni fa era vivo. E il cinquant’anni fa in cui mio nonno era vivo è esistito e sempre esisterà, anche dopo che il pianeta e il sistema solare e la galassia e l’universo e tutti gli universi saranno estinti e si rigenereranno o meno. Il presente cioè, in ogni tempo, reca in sé una forza invincibile, il luccichio dorato e fuggevole dell’eterno fuori dal tempo. Il tempo è quindi il totale di infiniti istanti che, presi uno per uno, sono estrinseci ad esso; invece sommati si opacizzano in un calcolo che non è durata bensì taglio netto, ripartizione per blocchi, anancasmo, campo di concentramento. Questa antinomia che è poi l’intreccio morte/vita o l’intreccio tenebra/luce, Rimbaud l’ha incarnata nelle sue parole (fors’anche nei suoi gesti, nel suo vissuto), ma l’ha risolta in via definitiva nel silenzio. Il silenzio è il suo autentico “nido di fiamme”.

Nella breve e perenne sospensione sull’abisso sta la grandezza di Rimbaud, e la causa del suo silenzio – il silenzio essendo qui un prolungamento della sospensione, una sospensione ad libitum. Il gioco non poteva durare – il tempo non dura, finisce; solo l’eterno dura. Ma un eterno calato nel tempo brucia, dura per l’appunto un istante, l’istante in cui l’eternità si dispiega e, troppo grande per passare dalle feritoie dei nostri sensi, fugge via (gli “angeli in lacrime” intorno a noi, cui accenna Rimbaud nella Saison). Rimbaud ha sperimentato, più di qualunque altro poeta o scrittore noto, il sottile discrimine fra ciò che è tempo e ciò che è eterno, ha toccato il muro di cinta, s’è arrampicato, ha persino guardato al di là (cosa avrà visto?). Lo testimoniano i suoi versi, che provengono letteralmente da un’altra parte. Il silenzio è l’arrestarsi dell’energia scaturente da quest’altra parte nella nostra parte e cioè nel nostro mondo, il suo attutirsi e poi esaurirsi addosso alla nostra cecità come a notte l’onda s’estingue sulla spiaggia fredda. Come un raggio dilegua nel ventre d’una stanza buia. Le rose sono rosa anche al buio?, si domanda Wittgenstein. Rimbaud avrebbe risposto: il buio è tale anche per le rose?

Indagare il silenzio di Rimbaud equivale dunque a riflettere sull’intera modernità poetica e a metterla in discussione – la domanda, l’unica, banale ma tremenda, sarebbe: ha ancora senso che io scriva? Prima ancora: il silenzio di Rimbaud è una fine oppure un ricominciamento? Uno sbarramento oppure un passaggio? Se è un passaggio, verso che luogo conduce? Io direi: verso un luogo verbale purissimo, dove la coincidenza tra significato e significante è assoluta, così assoluta da riempire il vuoto del silenzio. Sto parlando d’un enorme cicaleccio? D’un immenso parlottio? No, il contrario. Parlo del silenzio eloquente dei santi o dei mistici, il silenzio dei perfetti attimi (che tutti noi fugacemente, sempre più fugacemente sperimentiamo) in cui la vita poggia bene, il silenzio cioè che aderisce al vero. E il vero non è il bene né il giusto né il morale. Il vero è la realtà dell’essere, la sua forma intatta e precisa e sana, anteriore a qualunque distorsione, morso o piaga.

In alcune poesie Rimbaud ha sfiorato (e infranto?) l’umano limite della percezione dell’essere, ha toccato il mistero che paralizzò la pur prodigiosa lingua di Lord Chandos.

Entends comme brame
près des acacias
en avril la rame
viride du pois !

Dans sa vapeur nette,
vers Phoebé ! tu vois
s’agiter la tête
de saints d’autrefois...
Ascolta bramire
vicino alle acacie
il viride ramo
del pisello in aprile!

Nel suo vapore schietta,
verso Febe!, tu vedi
la testa agitarsi
dei santi d’un tempo…

Un cantuccio. Una pianta. Una collocazione temporale (aprile) che sfocia in un’altra meteorologica (la nebbia). Una pennellata metafisica (le teste dei santi). In otto esili versi Rimbaud corre dal biologico al trascendente mischiandoli con una velocità senza pari, che ferma ogni giudizio e ogni raziocinio per consegnarsi al regno della cruda presenza, l’enigma nel quale ignari nuotiamo. Non c’è tempo in questa filastrocca: c’è solo l’eterno in fuga.

Le loup criait sous les feuilles
En crachant les belles plumes
De son repas de volailles :
Comme lui je me consume.
Les salades, les fruits
N’attendent que la cueillette ;
Mais l’araignée de la haie
Ne mange que des violettes.

Il lupo urlava sotto le foglie
Sputando le piume belle
Del suo pasto di polli:
Come lui mi consumo.

Le insalate, la frutta
Chiedono d’essere colte;
Ma il ragno di siepaia
Mangia solo violette.

Il buco dell’essere, qui. Il silenzio incombente, già quasi attivo – un silenzio attivo, come sarà mai? Il lupo con la bocca piena, il ragno pronto a nutrirsi. Una concentrazione eccessiva, da buco nero appunto, traverso cui la parola non può che uscire annichilita, consumata, azzerata. L’eternità è faticosa, quaggiù. La si raggiunge solo a prezzo della vita – perciò si muore. Queste intuizioni seguono sé stesse (“pensiero che aggancia il pensiero e tira”, scrisse Rimbaud nella Lettera del Veggente). E’ l’unico modo che conosco per evitare la ciarla, per consuonare un po’ con Rimbaud, con la sua folle lestezza.

L’opera di Rimbaud è esigua. Tutta sospesa sull’abisso, come una capanna costruita dai bambini sopra una vasta selva oscura, tutta compresa nello spazio inabitabile fra il tempo e l’eterno, fra il detto e il dire. Il resto è silenzio. Prima e dopo. Il bimbo piccolo impara a lallare, a lanciare versi via via più articolati, l’uomo vecchio muore e tace. La fase di mezzo Rimbaud non l’ha vissuta. Diviene vecchio da ragazzo poiché osa bruciare i confini del tempo. La sua Africa è interiore, è la cauterizzazione dell’anima nella forgia del verbo. Il Rimbaud di Harar rimane prigioniero fra due pareti che si toccano, gli manca l’aria. Le immense distese della Dancalia non sono che un’allucinazione, una delle tante. Quando hai conosciuto, anche per rapidi lampi, il brivido dell’eterno, sei un uomo in trappola, e cioè sei di nuovo soltanto un uomo.

J’ai tant fait patience
Qu’à jamais l’oublie.
Craintes et souffrances
Aux cieux son parties.
Et la soif malsaine
Obscurcit mes veines.

Telle la prairie
A’ l’oubli livrée,
Grandie, et fleurie
D’encens et d’ivraiés,
Au bordon farouche
Des sales mouches.

Ho avuto tanta pazienza
Da scordare per sempre;
Sofferenze, timori,
Son finiti su in cielo.
E la sete malsana
Mi oscura le vene.

Così la Prateria
Lasciata all’oblio,
Cresciuta, e fiorita
D’incenso e zizzània
Al feroce ronzio
Di cento sporche mosche.

Può sembrare bizzarro che il più impaziente di tutti i poeti si lamenti d’aver avuto troppa pazienza, ma è la verità. Il ronzio di quelle mosche lo inseguiva con così tanta ferocia che anche tre anni di scrittura bastarono a decomporne l’integrità fanciulla.

In definitiva l’oltraggio di Rimbaud consiste, credo, nella sua velocità, nella sua incomparabile célérité. Il suo silenzio è la conseguenza di questa velocità che, come la luce, ha provato ad abolire il tempo, l’odiosa sostanza nella quale, come tanti moscerini in un barattolo di colla, siamo intrappolati. Quando le sue poesie (specie le ultime) si stabilizzano – accade per mezzi versi, talora per qualche frase miracolosa, e la dinamite muta d’incanto in fresca rugiada – la loro strana essenza si fa d’improvviso chiara, sfolgorante: allora ecco di nuovo e sempre l’eternità baluginare fra una parola e l’altra come un’aurora fra i tetti, simile alla luce di certi quadri di Caravaggio, una luce potente e senza appello la cui fonte è ignota. Poi anche Rimbaud deve proseguire, nemmeno lui può fermarsi, deve quantomeno respirare: il tempo lo ringoia; ed egli tace. Nel momento in cui si rese conto che, uomo fra gli uomini, una simile dialettica gli era obbligatoria, scelse il silenzio anziché la dialettica, il pendolo cadde a terra e si ruppe; e il silenzio fu l’unica via che gli restava per oltraggiare ancora il tempo. Ciò che ho detto è fatto (nell’eterno) e ciò che dico non esiste (perché non lo dico più): la fuga perfetta, nessuno lo vide più; in un senso molto concreto smise di esistere. Ma adesso dov’è Rimbaud?

(Aprile/maggio 2014)








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 29 maggio 2014