Walk on the Mountain

Giuseppe Villa



Walk on the Mountain

La noia domenicale mi disturba. Niente nella vita si compie, si compone: le amicizie in primo luogo, soprattutto non si compie l’amore. Non lo riconosco se mi capita. Questo difetto, forse letale. Mi avvolgono vaghi timori, pallide trepidazioni. La voragine del passato si spalanca dietro e non capisco quanti anni sono trascorsi da quando non sono più in me. Sempre. Per questo a un certo punto ho cominciato a voler camminare in montagna.
Andare in montagna è l’unica cosa da fare quando sei disorientato e non hai scopi nella vita, un’escursione alpina ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Altrimenti tanto varrebbe fare quello che dice un terapeuta. Se non sai cosa vuoi.
Niente sarebbe cominciato se non avessi visto in libreria un tascabile con descrizioni di sentieri, le tracce dei percorsi in verde su piccole mappe appena delineate. Riconoscevo il sabato sera le cime che avrei potuto raggiungere la domenica. Iniziavo questo percorso affannoso della mente, senza osare troppo.

Per questo il giorno dopo mi svegliavo d’improvviso alle sei di mattina, l’ultima ora che ritengo buona affinché non sia troppo tardi per la partenza, catturato dall’impulso di prendere gli scarponi, la giacca a vento, due panini imbottiti, un litro d’acqua e sedermi nell’utilitaria per raggiungere le Prealpi o le Alpi (meglio allora partire alle cinque). Uscivo di casa solo dopo le sette. Mi attardavo in extremis più di mezz’ora a consultare per l’ultima volta la descrizione del sentiero, a discernere le difficoltà che avrei incontrato. Optavo prima per una cima e poi per un’altra, valutavo gerarchie di priorità: primo la bellezza del profilo, secondo il panorama visibile, etcetera. Se il tracciato fosse molto aspro, ripido, le soddisfazioni finali e le fatiche con cui misurarsi, la probabile meraviglia di certe mete, le paure attese. L’imprevisto. Con scrupolo misuravo la premessa dei chilometri in automobile, da percorrere fino all’incipit . Così a volte si faceva troppo tardi e rinviavo tutto di una settimana. La successiva partivo davvero, pieno di convinzioni e scortato dalla giusta ambizione. Mi interessavano solo i sentieri che portavano fin su una vetta. Spiccavo la decisione senza tener conto del precetto di cautela: che non si dovrebbe salire da soli ma in compagnia e lasciar almeno detto con la maggior esattezza possibile dove, presso l’ultimo rifugio custodito.

Arrivo al trivio per Erba, Lecco oppure le Orobie: ma non mi sono definitivamente deciso. Che snervante latenza. Vado per le Orobie che, più lontane, richiedono maggior tempo in auto per raggiungerle. Torno indietro, quindi, dopo un paio di chilometri, perché c’è qualche nube per ora bianca sospesa nel cielo in quella direzione, nonostante in tutte le rimanenti parti della sfera celeste splenda un’aurora chiara e soleggiata. Torno sul vecchio ponte di Paderno, ha l’aspetto di un grosso frammento della Torre Eiffel. L’ampio traliccio inarcandosi solca il fiume Adda reggendo la struttura a due livelli per i binari e il manto d’asfalto. Di nuovo al trivio, vado ora per Lecco. Eppure non posso andarci, no, solo un mese prima ero stato sulla cima da me più conosciuta che sovrasta la città. Devo cambiare meta, luoghi non consueti mi attendono. Accosto l’auto in un punto qualsiasi della strada dove non sia pericoloso fermarsi. Dentro l’abitacolo compulso ancora una volta le mappe del piccolo libro: voglio mettere in luce le insidie dei sentieri possibili, ancor di più, e fino in fondo, per non per fare un favore all’incertezza, mentre ho già accumulato molto ritardo. Devo tenerne conto, la scelta finale si complica. Mi pare di aver deciso: vado per la terza meta: Erba e i Corni di Canzo. Eppure dopo alcuni chilometri torno indietro di nuovo, quasi sfinito, parcheggio davanti a un supermercato, follemente incerto, giro tre volte attorno a una di quelle rotatorie che si stanno moltiplicando ovunque in Brianza e scelgo davvero, in definitiva, i Corni. Ricordo ormai a memoria la descrizione nel libretto del sentiero che li risale e attraversa fin sulle tre cime: occidentale, centrale, orientale. Le parole dell’anonimo scrittore che l’ha compilata (mi segno a parte la parola “cengia rocciosa” da cercare sul dizionario): tre alpi, una fonte, un faggio vecchio di secoli, un casolare, uno sperone di roccia dovranno essere individuati. Seguirò con scrupolo le parole nel libretto per non sbagliar strada lassù. Mi dimentico in fretta, di frequente lo sfoglierò. Adesso ho il cuore in pace, tutto il mio organismo è piegato a un certo fine: raggiungere le tre cime rocciose. Arrivo a Canzo, devo trovare il punto iniziale del sentiero. Perdo tempo. Un vecchio mi dice dopo il “…” c’è una svolta a destra e si sale in macchina per un chilometro. Gli chiedo cos’è il “…” Intuisco che si tratta dell’insegna di un supermercato. Lui mi guarda come se non conoscessi qualcosa di molto naturale come il verde degli alberi. E’ gentile il vecchio, mi pare che incontrando me e dandomi un’indicazione stradale abbia avuto una giornata diversa dalle altre.

Se salendo dovessi scivolare e precipitando morire, mi pare che io non debba ribellarmi. Ma è chiaro che mi regge la natural paura calpestando il pendio scosceso. Incontro un paio di cani silenziosi e partecipi, mi accompagnano, si aspettano qualcosa. Mi precedono di qualche metro su una pietraia. Tornano, finché sono in un punto esposto di un sentiero molto stretto scortato da precipizi laterali. I cani, disinvolti, indossano pelo corto da segugi, un manto bianco o grigio e nocciola: mi precedono sempre, come se fosse nulla. Parlare non vogliono o non ci riescono. Faccio una deviazione. Non mi resta che compiere un attraversamento laterale meno esposto, più lungo e pericoloso se lo paragono al sentierino principale. Così aggiro la paura, la vertigine. I cani non li vedo più, certamente non sono precipitati nel vuoto. Scendo di una decina di metri e appoggio con cautela i piedi. Quassù puoi trovare una piccola lapide di marmo cementata alla dolomia, con lettere incise dal colore quasi scomparso: una data, un nome, una preghiera. Monito in un punto sperduto sulla roccia a ricordare l’imprudenza o la sfortuna. Le nubi trascorrono alle spalle, vi si è immersi, sono un po’ fredde anche d’estate per cui la luce sbiadisce per un minuto. Le ginocchia tremano un po’ dopo ore di pressione.
Dalla cima del Corno Occidentale guardo prima i ghiaioni posti alla sua base, quindi la forcella coperta di cespugli di quercia, accoccolati fino al punto in cui si innalza il Corno Centrale e, infine, la specchiera del Lario velata di dolce bruma che dilaga fra le montagne. Sono un po’ stordito e preso da un sentimento di anonimità per le mie membra stanche. Cerco di imprimermi nella mente il volo d’uccello panoramico a 360 gradi, mangio qualcosa prima che il freddo mi penetri le ossa.
Scendere è più difficile che salire, il piede non si vede bene quando si arretra aggrappandosi alla roccia. L’occhio è vicino al masso, non si stacca mai dalla fessura d’appoggio, solo ogni tanto si fa in tempo a osservare per un istante un lembo di cielo azzurro o una nube. Risalgo con meno complicazioni il Corno centrale dalla cui cima si ammira Lecco immobile in un vago frastuono di silenzio. Deturpa il paesaggio delle Prealpi. In una città vista dall’alto ci sono troppi dettagli. Impotente mi sforzo di cogliere ogni cosa: i brutti e densi quartieri che risalgono le radici del Monte San Martino, il lago splendente che si getta in Adda, le zone industriali, la roccia grigio chiaro del Medale e il ventaglio di cime del Resegone, più a occidente e in alto le Grigne: il profilo ritratto da Leonardo.
Scendo di nuovo, aggiro la base del corno roccioso e devio verso il basso Corno Orientale. Il paesaggio urbano è più vicino, ora, invadente lo spazio, arriva fin quassù come se la sua immagine si staccasse dalla vallata per giungermi da sotto il precipizio.
Scendere nel bosco, rimirare gli alberi silenziosi: il faggio pluri-centenario e i massi erratici fra i tronchi. Hanno viaggiato per un centinaio di chilometri, nell’era del ghiaccio, sul dorso solido dell’algida calotta. Mi impegno a divellere quante più posso l’installazioni attorno a un capanno di caccia, i letali appollaiatoi. La luce d’oro del tramonto illumina i corni che si stagliano quasi lontani entro il riquadro della mia vista che la mente astrae. A fine giornata cammino a valle lungo un sentiero che costeggia un torrente e lo scavalca, a destra e a sinistra. Cala la sera, l’aria umida mi copre le spalle.

L’amore non è ben accordato ai sensi. Slego strano. La sensualità è amore, l’amore non è solo sensualità. Un vecchio guaio. La discordia fra i sensi e l’amore non funziona, i veri baci non accadono, gli accoppiamenti sono giudiziosi.

Accade che si possa partire con il piede sbagliato, avviarsi inutilmente. Un tale incontrato per caso si conforta con la mia opinione, in realtà dubbiosa, a proposito del giusto punto d’inizio di un percorso: ci sosteniamo a vicenda nel procedere fuori rotta. Quando l’errore risulta evidente perché arriviamo a una stalla in fondo a una conca lui si arrabbia e lancia maledizioni, punto nell’orgoglio. Lo lascio indietro: avevo intuito che il sentiero non fosse quello giusto ma mi sono fidato proprio di lui che, al parcheggio, mappa Kompass alla mano, aveva chiesto informazioni a un indigeno, un tale a cavallo di una motocicletta da cross. Mai fare una richiesta del genere a una persona che ha smesso di andare a piedi.
Un paio di settimane fa era nuvoloso, nei primi giorni d’autunno, non c’era questa bella luce. Il paesaggio orobico era una minaccia, l’Arera tagliato di netto a 500 metri dalla cima da una coltre di nubi, là dentro forse l’ostilità di un turbine. Mi sembrava di vederci del pauroso ghiaccio, risaltava la roccia grigio chiaro e senza luce che, per errore, mi faceva intravedere favolosa neve. Altenative? L’Alben, di 450 metri più basso, la montagna di fronte, su cui le brume si addensavano e di frequente ritiravano trafitte da qualche raggio di sole. In vetta all’Alben trovo nebbia, sassi ed erba cosparsi di sterco di capra. Discendo da un versante alternativo al cospetto di una parete di roccia dolomitica, mi imbatto nello sfacelo di un ex impianto di risalita alle piste da sci, nelle ruggini di piloni di funivia divelti da glaciazioni invernali, infine in una diga composta da frammenti di roccia fatti brillare con l’esplosivo, messa a protezione delle slavine: la natura inghiotte di nuovo ogni cosa nel corso dei decenni. Nostalgico sfruttamento degli anni del boom economico. Il bosco di conifere è stato tosato per una striscia larga duecento cinquanta metri, giù per il pendio fino al paese.
Ottobre è il mese più bello per venire quassù: la metereologia suggerisce giornate, a volte settimane di tempo stabile come non accade in altre stagioni dell’anno. Raggiungo un grande spiazzo erboso dove c’è un albergo di dieci piani - dei tempi della giovinezza di mio padre - abbandonato e con le tapparelle marcite. Vedo un’automobile rossa davanti all’ingresso, dietro lo schermo traslucido del parabrezza un ragazzo e una ragazza si baciano: ho l’impressione di essere un voyeur.

Il terrore non è diverso da un tardo pomeriggio di fine ottobre, luce d’oro sui pascoli delle Orobie, il versante nord delle montagne è già maculato da qualche centimetro di neve orrenda e vaga d’insicurezza. Terrore di essere a un centinaio di metri dalla cima senza attrezzatura per il ghiaccio. C’è perfino uno stambecco che mi guarda negli occhi. La stanchezza è troppa, sono arrivato ai piani di Bobbio senza usare la funivia, ho fretta di scansare il buio della sera, anticipata dal primo giorno di ora solare. Osservo il panorama stralunato dei dorsi spaccati di roccia scura e verderame nella valle strapiombante. Sagome di montagne lontane, oniriche nella luce che tramonta. Un passaggio esposto su due lati scoscesissimi con un po’di neve dura su cui gli scarponi temo non facciano presa. Breve cammino d’oro luminosissimo. Tornare indietro? Non precipitare. Non c’è nessuno sulla cima o a discenderla perché mancano solo meno di due ore al buio e so che ce ne vorranno almeno tre per tornare ai Piani di Bobbio. Fuori tempo. Mangio qualcosa in vetta ma ho un nodo alla gola, finisco un panino perché devo assolutamente rifocillarmi, i minuti sono preziosi. La bellezza della sommità è circondata da un senso di paura. Creste innevate in tutte le lontananze. Oro rosso degli orizzonti che fra poco non ci sarà più. Fuggo, quasi, ripercorrendo in senso contrario il sentiero: nel canalino obliquo mi affido alle corde fisse d’acciaio. Spesso voltandomi indietro, con cautela, mentre scendo lentamente guardo la cima che si allontana, dopo che con fissità d’occhio l’avevo già ben impressa nella mente avvicinandola. Nel covo della mia mente campeggia il Pizzo dei Tre Signori. L’azzurro sempre più intenso si incupisce prima del buio ed esalta l’arancione che tinge la roccia crepuscolare. Fra poco ogni cosa scomparirà nella notte dove tutte le vacche sono nere. Dopo i canalini rocciosi la parte più esposta del sentiero l’ho fatta quasi di corsa, poi è davvero buio completo e scendo distinguendo a fatica i bolli rossi e bianchi un po’ catarifrangenti che segnano la via su una dorsale erbosa con qualche sasso affiorante. Mi chino per avvicinare la faccia al suolo, per scorgerli. Non si vede il piano laggiù per la bruma d’autunno che nasconde le luci. A volte però, ravvivato da esaltazione e sollievo, intravedo qualche brillio elettrico. Mi concentro e con passi brevissimi per non inciampare e con lentezza non smarrirmi, scendo per due ore. Nell’oscurità il passare del tempo si sfonda, non ha più un margine. Ci sono rimorsi per la mancanza di cautela nel far tardi. Salendo ero rapito dalla meta, dalla possibilità di raggiungerla. Non badavo all’oscurità del ritorno. A volte accendo un fiammifero o il display del cellulare con batteria quasi scarica. Ricordo come era questo terreno e forse quest’albero in particolare, di giorno. Nel bosco scivolo un paio di volte fra le foglie marce fuori dal sentiero, per alcuni metri, più in basso. Finalmente arrivo al piano. Brancolando. Ci ho messo molto tempo. Compro una bottiglia di acqua minerale in un rifugio dai tavoli deserti e semibuio, la persona che me la vende pare un po’ sorpresa della mia apparizione, scorgo la luna che sorge dal profilo dello Zucco di Campelli, tonda e gialla. Maledettissima schiera di aggettivi. Ho ancora un’ora e mezzo di cammino su una carrareccia ben visibile, fino al parcheggio.
E’ ormai notte fonda, raccolgo i pensieri, non saprei per quale ragione non amo nessuno forse neppure lei che mi ama. L’amore, se lo vivisezioni non sai più cosa sia. Stare sempre immobili, di scolta, guardare singhiozzare smaterializzarsi.

* * * *

La Terza persona.

Finalmente lui deve spiegarci perché vede gli aeroplani e quando arrivano. Diceva ecco che arrivano, proprio oggi. Si può dire che arrivino quando é un po’ giù o sotto pressione. Arrivano i siluranti, i caccia monomotori, i grossi bombardieri della Seconda Guerra Mondiale con quattro eliche in cima alle gondole motrici fissate sul bordo d’entrata delle ali. Questo succede quando non fa escursioni in montagna: la parabola della passeggiata nella brutta stagione non si compie. Gli aeroplani: immagina lo sforzo di un grosso propulsore a scoppio che genera il moto dell’elica, nel mezzo dell’esaltazione di un pomeriggio pieno d’ozio. La benzina esplode appena fuoriuscita dai carburatori del grosso 18 cilindri a doppia stella, radiale Pratt and Whitney da 2000 HP collocato in fondo al lungo muso di un F4U Corsair, oppure fruscia nei condotti d’alimentazione del Daimler-Benz DB 605 a V invertito di un Messerschmitt Me 109.
Maria un po’ interrogativa guarda Giovanni assorto, lui le risponde senza che chieda nulla: ci sono gli aeroplani. Li aveva conosciuti a dieci anni nel reparto libri della “Città Mercato”. Dopo un po’ di mesi tornava sempre a chiedere ai suoi di comprargli un nuovo volume, manuali illustrati con disegni a colori dei modelli.
Gli aeroplani avevano forme fantasiose che si sviluppavano nei decenni. Quante nozioni riceveva da quelle letture. Gli anni ’30 l’età d’oro: doppie travi di coda, sesquiplani dalla fusoliera con struttura a guscio, idrovolanti con galleggiatori a scarponi o a scafo centrale, biplani con struttura delle ali a “W” e fusoliera di tubi metallici saldati ricoperti di tela cerata, “canard” con piani direzionali sul muso invece che in coda all’apparecchio, monoplani ad ala alta parasol, ala media controventata, o ala bassa a sbalzo. Lui ci perdeva le ore in primavera, mentre quelle macchine gli passavano per la testa, vagando solitario nella luce del cielo che si abbassava fino a terra, sulla campagna che inverdiva, fra tepori e frescure, scomparso il gelo dell’inverno. Li paragonava, gli aeroplani, alle macchine spaziali dei cartoon dei robot giapponesi. Poi dimenticava tutte quelle avventure, tornava a fare i compiti.
Gli aeroplani si presentano in picchiata, sagome d’ombra grigia, quasi nera che abbruna l’argento del metallo lucido di ali e fusoliera, appena lui ora chiude gli occhi e vuole dormire: un Supermarine Spitfire compie un perfetto tonneaux e poi “cade” in verticale su un Reggiane Re 2001, fascista e italiano, nel cielo di Malta, 1941. Solo i Messerschmitt nazisti, con il motore ad iniezione diretta senza carburatori che intasino dei Rolls Royce Merlin inglesi, potevano precipitarsi sulla preda evitando la mezza voltata. Quasi un’allucinazione, dopo il lavoro, appena imbocca il marciapiede che lo porta alla stazione del metrò, la grossa sagoma di un Republic P47 Thunderbolt dall’aerodinamica assai studiata sale nel cielo e prende rapidamente quota dopo aver sganciato una bomba sulla testa di una locomotiva nazista. Ci sono foto di questo apparecchio che lo descrivono rarefatta ombra per la velocità, dal muso grosso di colore metallico, mentre rilascia bombe quasi rasoterra. La domenica mattina vede le armi sul muso di un Bell P39 Aircobra dalla affilata forma - compreso il potente cannone da 37 mm - mentre aprono il fuoco con fragore su un Mitsubishi A6M Reisen dell’aviazione della marina nipponica: rivalsa per la frustrazione in agguato dopo lunghi giorni di lavoro impiegatizio. Giovanni finge, senza un preciso atto di volontà consapevole, d’essere un pilota che manovra splendidi monoplani assai maneggevoli oppure pensa d’essere proprio quello: l’apparecchio dall’elica turbinante, scosso dalle vibrazioni di un grosso motore a pistoni, la fusoliera snella e le ali a sbalzo non verniciate lasciate splendere nel colore del metallo naturale lucidato, per esempio un North American P51 Mustang, purosangue decorato con insegne, decalcomanie gialle, fumetti porta fortuna sul muso accanto ai convogliatori dei gas di scarico del Packard-Rolls Royce Merlin 12 cilindri a “V” costruito a Detroit. Se per svago gira in bicicletta e accelera su un rettilineo in discesa, Giovanni lo vedreste scatenarsi in un inseguimento acrobatico fra caccia. Gli aeroplani gli permettono di superare i limiti del suo corpo. Per fuggire un po’ torna a quelli, li vede di nuovo, compra libri e riviste ricche di foto e illustrazioni: regredisce compiaciuto inchinandosi alla potenza di quelle superbe macchine degli anni ’30 e ’40.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 18 maggio 2014