La vita nuova

Carla Ammannati



Il primo fotogramma di un film, spesso, lo contiene tutto. All’inizio di “Ida”, del regista polacco Paweł Pawlikowki, scritto insieme alla drammaturga inglese Rebecca Lenkiewicz, vediamo la novizia Anna davanti a una statua lignea di Cristo. Siamo all’interno di un convento della Polonia comunista del 1962. Pieno socialismo reale. Il regime evidentemente, trattandosi della cattolicissima Polonia, tollera il culto religioso. Anna, con un pennellino in una mano e un bicchiere nell’altra, cura il Cristo. Lo ripulisce, lo protegge forse con della vernice o dell’olio di lino. Con la precisione attenta con cui una donna potrebbe stendere una sostanza balsamica sul volto dell’amato. Per preservarne l’epidermide. Con altre tre novizie, Anna trasporta il rigido corpo dello sposo futuro all’esterno del convento. Il terreno è ricoperto di neve. Lo depositano su un cippo al centro di una vasca rotonda, forse una fontana, per quanto priva di acqua. Il corpo di quel Cristo sarà il centro dell’immaginario di Anna durante l’intero film. L’uomo a cui si è promessa. Che per nessun motivo vorrebbe tradire. Il Dio che ha posto in alto, da cui crede mai si separerà. La camera è ferma sulle immagini. Una teoria di inquadrature fisse. In cui la composizione delle forme rappresenta la bellezza delle cose, di tutte le cose. Anche di quelle povere, desolate. Gli unici due colori della fotografia, il bianco e il nero, sono luminosi, svelano allo sguardo ogni dettaglio della realtà. Le figure umane entrano ed escono dai quadri. Un immobilismo che rimanda alla vita di Anna fino a quel momento. E al congelamento delle idee, delle esperienze nella Polonia del tempo. Protagonista, insieme ad Anna, la zia Wanda, che la ragazza va a trovare in città prima di prendere i voti. Quel suo Cristo, che attende d’incontrare nelle prossime nozze mistiche, lo porta con sé. E’ un cartoncino che lo ritrae con il cuore rosso, ardente, dentro il libro da preghiera. La zia Wanda la guiderà in un esilio doloroso che lei mai avrebbe voluto affrontare. Che il caso – la necessità, la convenzione della fuoriuscita dal convento prima di essere suora per sempre – la costringe a subire. Lei, come Edipo, non ha mai riflettuto sulla sua identità. Sono le voci degli altri, è la voce della zia che la spinge all’inchiesta. La storia di Anna, a cui la zia rivela di essere Ida, ebrea, diviene così romanzo di formazione, ricerca. Perché adesso è lei che vuole sapere la sorte dei suoi genitori. Conoscere dove sono sepolti. La figura della comunista disillusa Wanda, rispetto a Ida, rappresenta di sicuro l’ ‘alterità’. E’ una bella donna cinquantenne e sola. Che si conforta fumando molte sigarette, bevendo e rimorchiando uomini. Senza progetto. E’ giudice, è stata procuratore in grandi processi pubblici. Ha mandato a morte molte persone, ‘nemici del popolo’. In nome della giustizia proletaria. Per questo è conosciuta come ‘Wanda la sanguinaria’. Il conflitto tra religiosità e ateismo richiama “Decalogo 1” di Kieślowski, regista che per l’intensità degli interpreti, l’essenzialità dei dialoghi, la forza dei silenzi, lo sguardo rivolto all’interiorità, ricorda da vicino il lavoro di Pawlikowski. In “Decalogo 1” una donna, Irene, vive la fede come totale affidamento esistenziale. Mentre il fratello, Krzysztof, si affida unicamente alla supposta infallibilità della scienza. I numeri, il computer, sono il suo Dio. Tuttavia, nel film “Ida”, Wanda incarna un’idea altra di laicità. E’ figura del disincanto, non crede in alcun valore, nemmeno più nel socialismo, perché tutto ha perso, la sua vita intera è scacco, sconfitta. Durante la guerra ha lasciato alla sorella il figlio bambino per andare a combattere contro il nazismo ma dopo vent’anni quella scelta le appare come un abbandono, un tradimento. E’ andata a fare la guerra “dio solo sa perché”. L’idea centrale del film è quella della perdita, della separazione. Da un oggetto d’amore come da un modo di stare nella vita. Viaggiano, la novizia velata e la zia con il colletto del cappotto di pelliccia, in una tipica auto dell’est che, di certo, Wanda possiede perché appartenente alla nomenklatura. Attraversano un paesaggio piatto, polveroso, invernale. Lande deserte, terre senza frutti coperte da una coltre di nebbia lattiginosa. Una fitta barriera di foreste in lontananza. Strade sempre dritte. Come ferite aperte nel suolo del Paese e mai risarcite. La donna avrebbe voluto congedare subito la ragazzina. Fino a quel momento, lei non ha indagato. Con un termine abusato, si direbbe, ha rimosso. Ma poi al lavoro, in tribunale, ascolta un folle dire che l’imputato, insieme a una certa sciabola del nonno, aveva ereditato sentimenti antisocialisti. Troppo anche per Wanda la sanguinaria. Allora, al paese dove la loro famiglia era stata inghiottita durante la guerra, ce l’accompagnerà lei. Andranno insieme alla ricerca della verità. Inaspettatamente, il viaggio sulle orme dei morti subisce una metamorfosi radicale. La forza più potente della vita, l’eros, investe l’adolescente. La coglie in pieno, alla sprovvista. Nella forma di un giovane autostoppista, che Wanda fa salire sull’auto. Un sassofonista. Un ragazzo. Che dice subito di avere sangue zingaro nelle vene e di star fuggendo la vita militare e le promesse. A differenza di Ida, che invece è già promessa. Al suo Cristo dal cuore scarlatto. Le immagini acquistano la forza di una calamita. Come gli sguardi con i quali i due ragazzi si toccano. Proprio dentro l’albergo dove lei e la zia si sono fermate, la sera il ragazzo suonerà. Per Ida, scendere al piano terreno, con il velo in testa, a guardare e ad ascoltare il ragazzo musicista, equivale a un salto nel vuoto. L’avventura in un territorio ignoto. Un azzardo totale. Più tardi, in camera - mentre la zia, avvinazzata, scarmigliata, dopo la festa e l’incontro con un uomo, dorme - si toglie il velo davanti allo specchio del gabinetto, si scioglie i capelli, guarda la sua immagine riflessa, straniata. La crisalide sta lasciando il posto alla farfalla. Partire, proseguire il viaggio. I morti le reclamano da sotto la terra del bosco. Le successive immagini della foresta di conifere sono, tuttavia, nuove immagini di vita. Per quanto inconsapevole, indifferente. Fusti alti, regolari, fitti, che dicono la silenziosa, arcaica bellezza del mondo. E, insieme, celano l’orrore, il male assoluto. Lo sterminio di una famiglia ebrea. Tra loro, un bimbo piccolo, il figlio di Wanda. Il Partito incoraggiava le purghe antisemite e i contadini, poveri in canna, avevano bisogno di case, di terre. Quando la camera inquadra il boia, lo sguardo del regista esprime ‘pìetas’. Un uomo in fondo a un buco, nella terra. Con il berretto in mano di fronte a un mucchio di ossa. Davanti alla sacralità della morte. Al rimorso, forse, della coscienza. E’ questa la natura umana. La bramosia del possesso è più forte del fortissimo comandamento “Non uccidere”. Nessuna traccia di compassione, invece, per il prete cattolico del paese. C’era lui durante la guerra. Lui aveva portato Ida al convento. E ora dice di non conoscere la sua famiglia. Connivente con la barbarie. Offre una branda per la notte alla novizia e si ritira. Figura dell’ipocrisia religiosa alleata della tirannide. Niente di nuovo, mai, sotto il sole. Come Antigone alle spoglie del fratello, zia e nipote daranno sepoltura ai resti dei loro familiari. E il film si addentra nella sua parte più spiazzante. Il regista deve pur mostrarci l’esito di quel viaggio d’inverno, ctonio. Il secondo movimento della “Jupiter Synphony” di Mozart scorta Wanda, la madre mutilata del figlio, la vittima che non potrebbe più, ora che sa, vestire i panni del carnefice, fuori dalla scena. Col solo viatico di quella bellezza e il suo cappottino dal colletto di pelliccia addosso, esce senza esitazione dall’immagine che ritrae la sua bella casa, il giradischi, il salotto, la finestra aperta. Ida, ora unica protagonista, è di nuovo davanti alla statua inanimata, fredda, del suo Cristo dal cuore incandescente. Puro simbolo. Eppure promessa d’amore eterno. “Non sono pronta, perdonami”, gli dice tra le lacrime. Consumando così il suo tradimento. E tornando alla vita ‘di fuori’. Alla fine di quel viaggio ha anche lei perso ciò che di più caro aveva. Nella casa vuota della zia, brancolando, Ida tenta nuovi passi. Prova a entrare nella pelle di Wanda. Indossa i suoi abiti scollati, le scarpe con il tacco altissimo. Fuma una sigaretta, si attacca a una bottiglia. Un travestimento. Il mondo a rovescio, come a carnevale. Poi va a letto con il ragazzo incontrato per via, il suonatore di sax. E’ la rivelazione dell’ultimo segreto. La conoscenza di un altro corpo d’amore. Carnale, non ligneo. La resa alla natura. “Vieni con me a Danzica, andiamo lì a suonare, l’hai mai visto il mare?”, le chiede il ragazzo. “E poi?”, fa Ida. “Poi… compriamo un cane, ci sposiamo, facciamo dei bambini”, dice Lis. “E poi?” “Poi… poi arriveranno i problemi”. Lei tace. Ma, mentre il giovane musicista dorme, si alza, indossa i suoi abiti, si aggiusta il velo sulla testa. Su un lato dell’immagine, in basso, campeggia una scarpa nera, scamosciata, con il tacco alto. Wanda, il suo segnale. Ida lo abbandona nella stanza, insieme al ragazzo. Ed esce dalla casa, decisa. Non appena Ida è all’aria aperta, la camera, fissa per tutto il film, prende a muoversi. Al ritmo del corpo adolescente. Segue la ragazzina nell’itinerario nuovo che sta imboccando. Lasciata la città, eccola in una delle solite strade dritte, lunghe. Poche le macchine o le moto che passano. Ma Ida cammina nella direzione contraria rispetto a loro. Va ‘controcorrente’. Avanza con passo frettoloso, lo sguardo limpido. La macchina da presa danza insieme a lei, come lei ‘in movimento’. Nemmeno il regista sa dove vuole giungere, non lo suggerisce, lascia che la ragazza, con il fiato concitato, si allontani. Niente, tuttavia, fa pensare che voglia tornare al convento. E’ ebrea e ha chiesto perdono, al momento di andarsene, al Cristo che aveva innalzato al cielo. Ha rotto la promessa. E conosciuto un altro uomo. Viene alla mente, piuttosto, un altro adolescente, quell’ Antoine Doinel de “I 400 colpi” di Truffaut che riesce a fuggire dal riformatorio e, correndo a perdifiato, alla fine arriva al mare. Cifra di ogni nascita, o rinascita. Anche Ida, lo spettatore lo capisce, perso ogni conforto, smarrito l’ordine che aveva informato la sua esistenza, rifiutato ogni legame, corre verso una vita nuova.








pubblicato da s.nelli nella rubrica cinema il 17 maggio 2014