Swans, il suono dell’Occidente che crolla

Silvio Bernelli



Niente è più difficile che superare se stessi. Lo sanno bene gli artisti, specialmente quelli che si sono appena lasciati alle spalle un capolavoro.
È il caso classico degli scrittori che scolpiscono un romanzo fulminante e poi deludono le aspettative con il successivo, debole libro. A volte l’unico modo per sfuggire alle proprie aspettative è cambiare strada, traguardo, obiettivi. Altre volte è meglio cambiare ma non troppo, rimanere sé stessi ma non identici, rimescolare le solite carte in una strategia nuova.
È il gioco di prestigio appena riuscito agli Swans con il nuovo doppio cd o triplo vinile To be kind. Al dodicesimo disco senza contare le numerose registrazioni live o semi-ufficiali, l’ensemble noise newyorkese rimane fedele al precedente, monumentale, The seer del 2012, recensito proprio qui, nonché a superarlo per certi versi. L’assalto distorsivo risulta però leggermente mitigato, soprattutto nei pezzi iniziali, rispetto al lavoro precedente.
Salta all’orecchio anche l’assenza dei tempi dispari, che in The seer assolvevano il compito di disturbare l’esperienza d’ascolto, renderla ostica; un prezzo che si doveva pagare a un lavoro altamente non rassicurante, artistico nel senso più vero del termine. In più, in questo nuovo To be kind, spariscono gli echi di certa avanguardia colta, da Avraamov a Stockhausen, che costituivano in The seer una trama di rimandi concettuali.
Qui è la potenza pura a riprendersi la scena. Massimo esempio ne è la centrale Bring the sun/Toussaint l’ouverture. Trentaquattro minuti di musica che si fa largo tra distorsioni, infiniti feedback elettrici tipici della scuola noise newyorkese di derivazione Glenn Branca/Sonic Youth, saliscendi nei quali le attese nervose, circolari mantra chitarristici, si trasformano lentamente in tempeste a sei corde, picchi percussivi assordanti, concerti di sonagli in acciaio, campionamenti di squittii e nitriti, ripetizioni ossessive che moltiplicano all’infinito l’accesso di violenza espressiva.

Il mesto, salmodiante cantato della successiva Some things we do arriva come un necessario, per quanto inutile, placebo. Il sollievo è temporaneo. L’up-tempo di She loves us declina in chiave disturbante gli House of Pain dei tempi belli dell’hip hop nel lungo finale dei suoi 17, inesorabili minuti. Chiude i giochi il maglio frantumante della title track, furibondo e a suo modo catartico.
Resta ben chiara in To be kind la trafila di improvvisazioni live che ha scolpito i pezzi uno per uno, di concerto in concerto, e al centro degli sforzi della band rimane l’enfasi sulla sonorità. Il risultato è una forza di incredibile compattezza, che sa circoscrivere all’interno di confini inviolabili l’intero spettro degli echi, delle dissonanze. È questa del controllo assoluto la vera cifra di To be kind, che, più che avvicinarlo al precedente The seer, verso il quale c’è comunque un debito innegabile, richiama My father will guide me up a rope to the sky, il cd del 2010 che aveva sancito il ritorno degli Swans dopo i 14 anni di silenzio seguiti allo scioglimento del 1996.

Su ogni nota, su ogni suono di To be kind domina la voce di Michael Gira sempre più a suo agio nelle vesti dello sciamano. La spessa grana vocale con la sua abissale profondità e il piglio messianico lo fanno assomigliare a un Johnny Cash del nuovo millennio: post-industriale, disilluso e colto. E come sempre sono di un’infelicità disarmante i testi.
Noi seminiamo/ Noi sentiamo/Noi abbiamo bisogno/Noi combattiamo/Noi navighiamo/Noi tagliamo/Noi cerchiamo/Noi amiamo/Noi cresciamo/Noi prendiamo/Noi mangiamo/Noi spacchiamo/Noi cacciamo/Noi feriamo
(Some things we do)

L’amore, quando c’è, nei testi di Gira è carnale e disperato:
Possa la luce della luna cadere sui tuoi seni/ Possa dio mandare il vento a leccarti le labbra
(Kirsten supine)

Per i fan, nelle sue due ore e oltre To be kind è l’ennesimo capolavoro di una delle più grandi band di sempre. Per l’ascoltatore meno avvezzo al rock d’avanguardia ma curioso, è la colonna sonora per le metropoli occidentali che crollano sotto il peso della loro stoltezza, il suono dell’apocalisse che verrà.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica musica il 12 maggio 2014