Ce l’abbiamo fatta

Antonio Moresco



Sono tornato a Milano dopo l’ultima notte passata all’Aquila, caotica e indimenticabile: nell’unica via viva della città, dagli edifici sorretti da tubi e ponteggi e invasa dalla movida di ragazze e ragazzi arrivati fin lì dai quartieri artificiali costruiti a diversi chilometri di distanza, preceduti da un gruppo filiforme di donne e uomini sui trampoli vestiti con abiti fiabeschi e da una banda, siamo arrivati in piazza Duomo seguiti da un corteo di aquilani e lì i nostri amici trampolieri hanno acceso una lampada-mongolfiera che si è alzata nel cielo e che si è allontanata nel buio come una stella sopra la città distrutta.

Poi ci sono stati brindisi scatenati tra i camminatori rimasti, prima di andare a dormire nell’ex caserma dove eravamo alloggiati e di lasciare il giorno dopo la città alla fine di questa incredibile e inedita impresa durata quasi due mesi e che non so ancora come siamo riusciti a portare a termine.

Ci eravamo incontrati all’Aquila due giorni prima, i bracci che venivano dal nord e dal sud si erano finalmente incrociati sotto la pioggia che era cominciata proprio in quel momento a scrosciare dopo settimane di cammino sotto un sole rovente e temperature africane. Eravamo tutti bagnati e gocciolanti, così non si capiva se quell’acqua che scolava sui volti era la pioggia o se qualcuno piangeva. Anche qui ci aveva accolto la banda del piccolo paese di Borbona, che ci aveva preceduto suonando fino a Piazza Duomo, dove sono poi arrivati anche i camminatori provenienti da Roma, quelli della Lunga marcia per l’Aquila, che hanno aderito alla Stella d’Italia e spostato le date del loro cammino per arrivare insieme a noi. Poi è arrivata una troupe televisiva, il sindaco della città, a cui abbiamo consegnato la bandiera ricevuta dal Comune di Reggio Emilia con il preciso mandato di portarla all’Aquila, la prima versione orizzontale del tricolore italiano. Ciro Carlo Fico, issato su un basamento, ha rivolto un intenso saluto ai camminatori. Alcuni aquilani hanno acceso un grande fuoco al centro della piazza, su cui abbiamo poi arrostito fette di ventresca di maiale infilzate sopra dei lunghi rami appuntiti, come facevano un tempo i pastori, unendo così passato, presente e futuro. Alcune donne aquilane ci hanno detto che non vedevano la piazza così viva dai tempi di prima del terremoto. Un’orchestra suonava musica abruzzese e molte camminatrici e molti camminatori ballavano da soli o in cerchio dopo un così lungo cammino. Poi, stanchi morti ma emozionati, con gli zaini sulle ginocchia, abbiamo visto “Mille giorni”, il toccante spettacolo teatrale dedicato alla città dell’Aquila e ai 56 comuni colpiti dal terremoto, recitato da Tiziana Irti, che racconta con straziante leggerezza questa cosa terribile.

Da terremotati a terremotanti. Due giorni di iniziative con la partecipazione di molti ospiti, gratuita e senza neppure un rimborso-spese, cui hanno generosamente partecipato organizzazioni di camminatori e ambientali, medici e infermieri del manicomio della città, gli amici di TQ, scienziati, artisti, teatranti, poeti, tra cui Marco Baliani, arrivato nonostante fosse il giorno del suo compleanno, Mariangela Gualtieri, dolce e bianca, Carla Chiarelli, che ha recitato i versi di Alfonso Guida sul terremoto dell’Irpinia, gli attori del Teatro Valle Occupato, che hanno inscenato uno spettacolo forte e di grande invenzione spostandosi nelle strade e nei vicoli della città transennata e attraverso la zona rossa.

E’ ancora troppo presto per fare un bilancio, questa incredibile esperienza è ancora troppo vicina e non so bene che cosa è successo. Ma allora vuol dire che qualcosa è veramente successo.

Posso solo dire, per il momento, prima di rivederci dopo l’estate per parlarne tra chi ha preso parte al cammino, che sempre, anche nei momenti più difficili e duri (perché ci sono stati anche quelli), avevamo la percezione che stava succedendo qualcosa che non era mai successo prima, e persino la durezza di alcuni scontri interni che ci sono stati hanno dato l’idea anche della drammaticità e della novità e della libertà della cosa che stavamo mettendo al mondo insieme.

Abbiamo percorso coi cinque bracci migliaia di chilometri. Molte centinaia di camminatori hanno preso parte alla Stella d’Italia, un numero più grande l’ha sostenuta e aiutata in mille altri modi (faremo conti più precisi dei chilometri percorsi e di tutti quelli che hanno partecipato per lunghi tratti al cammino o che ci hanno accompagnato per una sola tappa o anche per pochi chilometri, e anche di tutti quelli che ci hanno dato da mangiare alla fine delle tappe, che hanno dato visibilità all’iniziativa e che ci hanno sostenuto in tanti altri modi). Di tutti i camminatori che hanno dato forma alla Stella ne sono arrivati all’Aquila circa centocinquanta, il tutto a luglio iniziato, provenienti da ogni zona d’Italia, al termine di questo cammino irradiante.

Non tutto è andato alla perfezione. Ci sono stati, come ho già detto, anche scontri interni dolorosi, personalismi esasperati, incomprensione da parte di alcuni del senso e dello spirito di questa impresa, acuiti dalla grande fatica e dal caldo. Ma c’è stato anche altro, soprattutto altro, e molti di quelli che hanno partecipato a questo cammino e a questa scuola hanno portato con sé una incancellabile sensazione di oltrepassamento di un limite -anche personale- e di libertà.

Abbiamo incontrato un gran numero di associazioni che operano nel campo sociale, che lottano contro le mafie e per la salvaguardia del territorio, sindaci e assessori che ci hanno atteso alla fine delle tappe, e ora nascerà per iniziativa di alcuni amici aquilani un censimento e una rete di tutte le situazioni di resistenza e di lotta che ci sono in Italia. Giornali nazionali e radio nazionali e locali hanno parlato della Stella d’Italia, molti giornali, soprattutto al sud, hanno dedicato pagine intere a questa nostra avventura, siamo finiti in diversi telegiornali locali e la gente che ci vedeva passare ci riconosceva e sapeva che cos’era la Stella d’Italia.

Per quanto mi riguarda, mi sono rimaste impresse soprattutto le giornate aquilane, l’arrivo, la commozione, i grossi cani randagi e senza padroni, dal pelo più lungo del normale, che si aggirano nella zona rossa, le poche ore di sonno sui pavimenti prima di svegliarsi alle tre di notte per partire alle quattro e conquistarsi qualche ora di cammino prima del gran caldo, le notti che ho passato all’aperto nel sacco a pelo fradicio di umidità, la tappa di 60 chilometri che ho percorso in un solo giorno, i paesi distrutti e dai bar chiusi, dove si sperava sempre di poter trovare qualcosa da mangiare o da bere alla fine o durante il cammino, affrontando salite per arrivarci, come Brittoli, uno dei tanti paesi fantasma che abbiamo incontrato prima di arrivare all’Aquila, dove due persone gentili e sconosciute che si aggiravano nelle sue stradine morte e intorno alla loro casa ci hanno portato qualcosa da mangiare e da bere in un sacchetto di plastica, i fianchi delle montagne interamente ricoperti di ginestre nel Parco Nazionale del Gran Sasso, Onna, il paese distrutto e il nuovo paesino artificiale con le casine prefabbricate dalle cui finestre filtrava il bagliore di qualche televisore acceso nel buio, le immense grotte attive di Stiffe, con le loro voragini e cascate sotterranee vertiginose e il loro fiume che continua a scavare e le stalattiti che si allungano di un centimetro cubo ogni cento anni di stillicidio…

Cosa faremo l’anno prossimo? Riusciremo a mettere al mondo la Stella d’Europa, in questo momento cosi nevralgico per il nostro continente che ha smarrito ogni grandezza e invenzione? Non lo so. Ci sono molte cose da verificare e da fare, molti limiti da superare, per poterci rimettere di nuovo in cammino per un’impresa ancora più impegnativa di quella appena conclusa. Forse dovremo ricominciare di nuovo, da un nuovo inizio, forse un piccolo gruppo di persone affiatate proverà a ricominciare a sognare. Poi si vedrà.

Ringrazio tutti quelli che hanno camminato con noi, quelli che ci hanno accolto e che ci hanno dato da mangiare, il sindaco di Matera Salvatore Adduce, quelli che ci hanno aiutato lungo la strada e che sono venuti gli ultimi giorni all’Aquila per salutarci di nuovo ed essere con noi alla fine del nostro lungo cammino, le persone che hanno reso possibile tutto questo operando in condizioni di radicale volontariato, con generosità di tempo e di denaro, e che hanno organizzato e/o guidato questo cammino: Serena, Maurizio, Beatrice, Fabiola, Roberta, Giacomo, Lulù, Laura, Lorenzo, Sergio, Emma, Irene, Alberto, Simona… e poi Tina, Fernando, Maria Pace, Dina, Safira, la nostra Salomè… tanti altri, impossibile nominarli uno per uno, anche se sono tutti dentro di me e dentro la mia vita. E poi gli amici del Primo amore, che ha proposto questa spero salutare follia, e poi Nicoletta, Graziella, care amiche aquilane e punti fermi di questa impresa, e poi Pierluigi, che è venuto fino a Reggio Calabria per consegnarci un bordone della transumanza da portare con noi fino all’Aquila, le tante organizzazioni che hanno aderito e che ci hanno dato una mano, come l’Anci e il suo Presidente Mauro Guerra, che ha sensibilizzato i sindaci dei paesi e delle città attraversate, gli artisti e teatranti dell’Aquila, gli amici di Speleo Trekking Salento e i Falco Naumanni di Matera, il Presidente della Repubblica, che ci ha donato una bandiera e una medaglia in riconoscimento del significato di questo cammino, il Festival della letteratura di Mantova, che ci accoglierà la sera del 7 settembre, le guide che ci hanno accompagnato anche per giorni e giorni, l’amico camminatore non vedente che è stato con noi per molte tappe e che sembrava vedere più di quello che noi riuscivamo a vedere, dalle macerie dei paesi distrutti fino al cucchiaio di Pirlo nella partita contro la Germania, di cui mi ha descritto minuziosamente i movimenti del piede per riuscire a calciarlo, Francesca di Mantova, che ha vinto con coraggio la sua sfida, le altre sfide vinte e anche le sfide perse ma che faranno nascere forse il desiderio di nuove sfide. Voglio ricordare infine anche i due cani randagi camminatori che ci hanno seguito da alcuni paesi terremotati dove vagavano senza padrone e che hanno fatto alcune tappe con noi fino all’Aquila. Fanno parte anche loro della Stella d’Italia.

Quando si fa una cosa simile non si sa mai cosa ne verrà fuori, perché altri -anche molto più grandi di noi- non hanno mai osato farla e nemmeno immaginarla e sognarla. Per questo tutto ciò che è successo, nel bene come nel male, mi è sembrato un miracolo. Alcuni hanno capito che cosa stavamo veramente facendo, altri meno. Ma non importa. Alcuni hanno assaporato questa libertà che ci siamo regalati l’un l’altro, altri meno, si sono fatti prendere dalla paura e dall’ansia e dai soliti vecchi gorghi. Ma non importa. Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta!

Quando un così gran numero di persone tra loro sconosciute si mette in cammino, dormendo poche ore sui nudi pavimenti, camminando per decine di chilometri sotto un sole africano e nel vento di scirocco, accettando disagi, imprevisti, senza nessun fine immediatamente spendibile o gratificazione di benessere individuale immediato, paesaggistico o gastronomico, ma guidati da qualcosa che li trascende, allora vuol dire che qualcosa è veramente successo. Quando si sogna in molti e si entra insieme nello stesso sogno -ma anche da soli-, quando si crede profondamente e radicalmente in una cosa e la si persegue contro tutti i calcoli e le opportunità e le difficoltà e persino contro ogni presunta ragionevolezza, allora, comunque vada, non si fallisce. E noi non abbiamo fallito.








pubblicato da a.moresco nella rubrica stella d’Italia il 10 luglio 2012