Il Palla ha colpito ancora

Antonio Moresco



Anche in questo nuovo romanzo, come nel precedente Romanzo per signora, Piersandro Pallavicini si abbandona alla sua particolare vena comica, che non sembra neppure italiana. Io amo molto il comico, quello scatenato e in particolare il cosiddetto comico “demenziale”. Qui c’è tutto questo, ma c’è anche il retrogusto malinconico che sta sempre dietro la vera comicità. Per darvene un’idea, più che con tanti discorsi, pubblico qui - con il permesso dell’autore - un paio di stralci dell’irresistibile racconto di un concerto londinese di vecchie glorie del rock ormai sull’orlo della fossa.

«In ogni caso qui l’unica è appunto prenderla sul ridere, e così faccio. Mi tappo le orecchie con le mani, ogni tanto sbircio l’orologio sperando che arrivi in fretta l’ora della cena, e rido senza ritegno. Per dire: non so chi ci sia nei Deep Purple della formazione attuale e non so quanti anni abbiano realmente questi sul palco. Di sicuro ne dimostrano almeno settantacinque a cranio. Voi come reagireste di fronte a un tale di settantacinque anni in pantaloni di nappa nera, canottiera, gilet di jeans, che con le braccia nude drappeggiate di pelle cascante suona ingobbito sotto il peso della chitarra? Con i capelli platinati lunghi fino alle anche? Cosa pensereste di lui quando parte con gli assoli, agita la testa a ritmo, affonda due o tre volte il cranio in giù, e poi si deve immobilizzare di colpo, incerto sulle gambe?
Che soffra di labirintite, no?
Be’, a me fa ridere. Come il cantante. Che di faccia somiglia a quel tipo inguardabile della Formula 1, quello con le guance sgonfiotte, Briatore. Perlomeno ha avuto la presenza di spirito di tagliarsi i capelli, ma all’entrata in scena, fasciato di nero, zoppicava visibilmente. Una gamba era imbrigliata in un tutore. Gotta? In ogni caso balla come l’Orso Yoghi, o meglio accenna un paio di colpi d’anca stile hula-hoop, poi si ferma senza fiato. Non prende una nota alta, sugli acuti anziché cantare biascica un birignao alternativo. E alla fine di ogni pezzo sparisce nel retropalco zoppicando via tra gli amplificatori, e prima che rientri gli altri la tirano lunga con delle fantasie strumentali che nei brani originali mica c’erano. Aerosol balsamico? Maschera a ossigeno?
(…)
Le fiammelle sembrano averlo schifato, guarda che faccia. Non ci può credere. Addirittura sbianca. Prova a cantare il primo verso ma niente, le parole non arrivano. Ingoia amaro. Scuote la testa, guarda la platea, guarda i musicisti sul palco. Boccheggia. Rovescia la testa all’indietro e oh signùr, al borla giò.
Sgomento del pubblico, che spegne gli accendini.
Sgomento della band, che per qualche secondo deraglia.
Poi i quattro superstiti si guardano, si danno il tempo, riprendono il filo del pezzo, e il chitarrista parte subito con l’assolo di Smoke on the Water, saltando il cantato. Perché si capisce che il cantante mica è inciampato sul tutore, è collassato. Giace immoto sulle assi del palcoscenico e boccheggia.
Oh, ma quanto sarà lancinante ’sta chitarra che si affanna a svisare? E basta, no? Che c’è uno che sta male. Basta, adesso che entrano due tizi in camice bianco, trascinano a braccia il cantante in un angolo del palco, a lato, dietro le casse, dove non possono raggiungerlo gli occhi dei più. Ma i miei sì. Io, da qui in alto, aiutata dallo zoom dello smartphone, lo vedo benissimo.
Sali sotto il naso: inutili.
Respirazione bocca a bocca: non funziona.
Massaggio cardiaco: nessun risultato.
Ma, più che disperati, i due in camice sembrano scocciati a morte. Saranno davvero medici o sono roadie travestiti? Bestemmiano. Richiamano a gesti qualcuno da dietro il muro di amplificatori. E arriva questo terzo individuo in camice, di corsa, con una valigetta, mentre ancora l’assolo va interminabile, con la chitarra che affastella note sugli acuti, il distorsore che raglia, le casse che mandano in vibrazione lo stomaco e il pubblico che ha già dimenticato che lì c’è uno dei loro idoli che sta male e, braccia alte sopra la testa, batte le mani a ritmo incitando il chitarrista.
Nella valigetta c’è un defibrillatore.
“Carica!”
Non posso sentirli, ma lo so che i due in camice stanno urlando “carica!”. Hanno denudato il petto del povero cantante, gli hanno appoggiato gli elettrodi, stanno facendo il conto alla rovescia.
Pam! L’infermo fa un salto, come la rana del Galvani, inarcandosi tutto. E ripiomba giù senza vita.
“Shit! Fuck!”
Lo so che stanno urlando questo i due tizi in camice, con l’aggiunta di quello che ha portato il defibrillatore. Urlano delle cose come se le stessero sputando, che altro vuoi che dicano? E caricano di nuovo, fanno il countdown, sparano un’altra scossa al petto del malcapitato. Che si inarca di nuovo e ricade a corpo morto.
“Fuck! Shit!”
No, non li sento, sento il demente che suona, gli si incastrassero le maledette dita artritiche nelle corde, una buona volta. Ma anche se non li sento li vedo benissimo che sbraitano four letter words affranti, fuori di sé, le mani nei capelli mentre si preparano alla terza carica, e la terza botta elettrica arriva, e il cantante salta su e ripiomba giù inerte di nuovo. Quello che ha dato le scariche scaglia gli elettrodi a terra. Fa due passi furiosi fino al fronte del palco. Ficca le mani in tasca, guarda la platea di scalmanati con l’odio negli occhi. È questione di un attimo: sbuffa, fa dietro front, raggiunge il cantante ancora inerte a terra con le gambe larghe, e gli spara un calcio nei coglioni.
Lui salta su come un misirizzi.
Gira la testa di qua, di là, fa un gran respiro. Quello che gli ha mollato il calcione annuisce soddisfatto. Gli porge la mano. Il cantante si tira in piedi. Cinque secondi dopo è di nuovo al centro del palco e attacca a cantare.
“Smooooke on the water!”
Avesse almeno lontanamente preso l’acuto.
“And fire in the sky…” fa in coro il pubblico, cupamente, come se dicesse “amen”.»








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 5 maggio 2014