Il camminamento magico

Orazio Labbate



  • Il camminamento magico: poesia del viaggio

    Nel principio degli occhi: il mare.

    Tra poco i nomadi approderanno nelle coste dove i maghi hanno costruito fari e lanciato incantamenti contro il cielo affinché si edificassero firmamenti stellati.
    Approderanno nella terra che brucia d’estate mentre di notte è un minareto di scirocco millenario.
    Calpesteranno campi inestesi.
    La terra massiccia che forza spelonche ospitanti mostri monoculari.
    Seguiranno il dondolio legnoso dei rami d’ulivo e ne avvertiranno le ombre accasciarsi sulle loro teste dormienti.
    I nomadi poi guarderanno il sole sorgere e allora supereranno ancora i confini di altre città, i confini segnati dai cani. I limiti ultraterreni comandati dagli animali e dalla natura.

    Le città degli arabi.
    Le città dei normanni.
    Le città dei greci.
    Le città dei combattimenti giorno-notte.
    Le città: da Palermo a Gela.
    Valicati i confinamenti rurali, come capitani di navi terrestri, nei paesi, i nomadi, parleranno con gli spiriti, le case, le chiese, gli esseri umani siciliani e con le nuvole rosse che l’isola partorisce sempre.
    Rideranno impazzati e beatificati perché mescolati all’impasto siciliano.
    E di nuovo nelle notti fonderanno piccoli cosmi di solitarie parole con la natura. Con la delicatezza delle cose scure che i paesini danno inerti.
    Affonderanno bastoni, piedi, mani attraverso boschi aridi, spiagge nelle quali regnano canneti sonori, vedranno animali acquatici sulle rive, legnetti di barche affondate.
    Cose antiche.
    Canicattì e Mazzarino.
    Palazzi occupati da fantasmi baronali e posseduti da femmine non più vive.
    Dormiranno i nomadi sulla cenere della terra abbattuta e indimenticata dagli astri buoni e malvagi.
    Dormiranno nelle case degli uomini.
    Dormiranno nel cuore delle persone che escono dalle abitazioni.
    Nei Comuni vuoti e pieni.
    Pietra e ossa.
    Mangeranno carne e cose di zucchero, e frutta e cieli e particole di luce e fuoco.
    Mangeranno con le mani nere dei cristiani.
    Pregheranno terra, cieli, dei, dio, giacché l’Isola ispira preghiera cosmica.
    Pregheranno il buio ululante.

    Nella fine degli occhi chiusi: una Repubblica nomade.

    Da Butera a Gela troveranno le strade dei pellegrini.
    Le curve di arenaria crollanti.
    Gli uccelli aggrappati ai fili della luce che li spieranno con gli occhi sbarrati.
    La sete che ispira il cielo azzurrino.
    Le vene loro pulseranno mentre il caldo mostrerà visioni nei valloni vicini.
    All’ingresso di Gela una moltitudine di palme, dispiegate allo scirocco ossidrico, annuncerà l’ingresso.
    Le persone giuste.
    Mentre i cani ancora correranno ai lati dello stradone sfasciato.
    Mentre i nomadi cammineranno lenti e lesti e poi diranno attorniati dai siciliani:
    "Qui sorge la Repubblica nomade.
    Qui sorge la non solitudine.
    Qui qualcosa esiste.
    Qui speriamo ci sia l’eterno uomo che discorrerà, che lotterà contro nessuno, contro tutti, contro se stesso.
    Qui con noi spero sarete tutti senza peso, senza carne, senza paura. Senza ferro, amici".







pubblicato da s.gaudino nella rubrica repubblica nomade il 25 aprile 2014