Il crocifisso e il risorto

Tiziano Scarpa



E se si sostituisse il crocifisso con il risorto? E’ uno spunto che ricevo dal bellissimo libro della teologa Maria Caterina Jacobelli, Risus Paschalis (edito da Queriniana): Se i cristiani fossero coerenti con la loro fede, toglierebbero tutti i crocifissi dai muri delle loro case. E vi sostituirebbero un’immagine del Risorto. Sarebbe un gesto logico, se si riflette sulle parole di Paolo: “se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra fede” (1 Cor 15, 14). Nella storia dell’umanità sono stati in molti, uomini e donne, a dare la vita per un altro; e i giusti uccisi innocentemente sono stati e saranno sempre un numero tragicamente grande. Ma uno solo è il risorto.

Ho pensato a tutti i crocifissi che ho visto sui muri di case, scuole e istituzioni pubbliche. Il più sorprendente si trova in un dipinto. E’ appeso in un’abitazione molto speciale: sta sulla parete della stalla dove Gesù è venuto alla luce. Nel 1523 Lorenzo Lotto raffigurò una Natività (ora alla National Gallery of Art di Washington), con Maria, Giuseppe e il bambino: una composizione assai classica, se non fosse per il crocifisso domestico appeso allo stipite interno dell’ingresso. Il cortocircuito è vertiginoso. Il destino del bambino è già segnato: venendo alla luce, questo dio neonato è venuto alla morte, al supplizio sacrificale. Difficile che i cristiani tolgano dunque i crocifissi dalle loro case, se il primo crocifisso è già attaccato al muro fin dalla nascita di Gesù. Detto in altri termini, la crocifissione è consustanziale alla venuta al mondo di Cristo.

La croce è uno dei segni più potenti che ci siano. Anche perché definisce uno spazio, crea la superficie circostante. L’incrocio fra una riga verticale e una orizzontale basta a costituire un piano, rappresenta la più efficace sintesi della bidimensionalità. Due assi cartesiani ortogonali: un segmento alto-basso e un altro destra-sinistra, ed ecco che questo incontro elementare rivela la presenza di una facciata, di un piano. Una croce offre la propria presenza e allo stesso tempo sprigiona intorno a sé la superficie evocata dai suoi assi.

Ma sui crocifissi è inchiodato un corpo che sporge, Gesù giustiziato. Il crocefisso murale dunque è una sorta di bassorilievo, una statua che si può guardare da un verso soltanto: ha una volumetria ambivalente, è sia bidimensionale che tridimensionale. Si presta molto bene a essere un simbolo perché ha qualcosa che sporge e qualcosa che manca, qualcosa che eccede e qualcosa che non c’é. Sta in una dimensione indefinita fra la superficie e il volume, fra le due e le tre dimensioni.

Che cosa succederebbe se i cristiani sostituissero ai crocifissi un’immagine del risorto, come propone Maria Caterina Jacobelli? A onore del vero, nel 1977, papa Paolo VI fece porre in sala Nervi (la capiente struttura dove il pontefice riceve ancora oggi moltitudini di fedeli) una grande scultura di Pericle Fazzini, La Resurrezione, con Cristo al centro di una specie di boscaglia di rami irraggianti. Da allora i pontefici che danno udienza ogni settimana siedono ai piedi della grande figura di Gesù risorto.

Ho ripensato ai vari dipinti della risurrezione che mi si sono fissati nella memoria. Piero della Francesca, Andrea Mantenga, Giovanni Bellini, Pinturicchio, Raffaello, Matthias Grünewald, Giovan Battista Tiepolo: sono tutti piuttosto enfatici, trionfalistici, con quello stendardo in mano a Gesù, così retorico. E poi sono immagini frontali: il risorto si mette di faccia a noi che guardiamo, teatralmente, come in un boccascena, o davanti a una macchina fotografica.

Ma soprattutto, queste immagini falsificano il testo biblico; o meglio, lo completano. La risurrezione non è stata descritta dalla Bibbia. Va immaginata. Bisogna figurarsela. E’ uno di quegli eventi che invocano la supplenza della rappresentazione (oppure di qualcosa d’altro che la travalichi, una meditazione senza immagini). Davanti alla risurrezione la cristianità è rimasta sola con la sua immaginazione. Perciò ha avuto bisogno di chiamare in causa l’arte.

La passione e crocifissione di Gesù sono narrate dai Vangeli passo dopo passo, con molti dettagli; al confronto, gli altri episodi della vita di Gesù vengono sunteggiati con rapidità; ma la risurrezione non è stata raccontata affatto. Dalla sepoltura del morto si passa alla scoperta del sepolcro vuoto. In mezzo non c’è una sola parola. Manca ogni narrazione di quei momenti fatali, perché Gesù è morto davanti a tutti, ma è risorto di nascosto, senza testimoni.

Tutto ciò che dicono i Vangeli sulla risurrezione è la descrizione di un sepolcro vuoto. Il Vangelo di Matteo menziona un terremoto, l’angelo che splende come il fulmine e fa rotolare la pietra, le guardie tramortite dallo spavento: però sta descrivendo gli istanti dell’annuncio a Maria di Magdala e Maria Maddalena, non il momento della risurrezione. E anche Rembrandt – che pure è uno dei rarissimi a dipingere un Cristo risorgente di profilo, seduto nel sepolcro, ancora allucinato – cade in questo equivoco, al pari degli altri artisti che hanno dipinto la risurrezione a partire dal Vangelo di Matteo. A quanto pare, dunque, è la notizia che è clamorosa, è l’annuncio quello che fa rotolare le pietre e abbagliare la vista e tremare la terra e i corpi, ma il fatto in sé si è svolto nel silenzio. Gesù è risorto clandestinamente, fra un paragrafo e l’altro del Vangelo, negli spazi bianchi delle pagine, dove non ci sono descrizioni né storie, dove non ci sono parole.

Il meno laconico nel descrivere il sepolcro è Giovanni, 20, 6-7: “Giunse intanto anche Simon Pietro che lo [si riferisce a Giovanni] seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.”

Gli istanti della risurrezione, per i Vangeli, sono una visione cieca, irrappresentabile. Ciò che ci è dato di vedere, a parte le bende buttate a terra e un sudario ripiegato, è soltanto un sepolcro. Ebbene, che cosa succederebbe se i cristiani avessero il coraggio di sostituire ai loro crocifissi un sepolcro vuoto? Se avessero la forza di fissare un sepolcro vuoto, come fecero Maria di Magdala, Maria Maddalena, e Giovanni, se ci entrassero dentro come Simon Pietro?

E di che sepolcro dovrebbe trattarsi? Un’immagine bidimensionale, prospettica, illusionistica, un trompe l’oeil da attaccare al muro? O un oggetto tridimensionale, una cavità disabitata, una specie di cassapanca, abbandonata, lasciata sola in qualche angolo della casa? Oppure una stanza mantenuta religiosamente sgombra, uno sgabuzzino vuoto per ogni casa cristiana, senza niente dentro? Sarebbero spazi di cui fare esperienza entrandoci, non semplici immagini da contemplare. Rispetto al crocifisso, segnerebbero il passaggio dal visivo all’esperienziale, dal contemplato al vissuto.

Il 28 aprile 1958, i visitatori che entrarono nella piccola Galleria d’arte Iris Clert di Parigi la trovarono priva di arredamento. Il piccolo locale, venti metri quadri in tutto, era stato completamente imbiancato da Yves Klein nei due giorni precedenti, con il solvente che utilizzava per i suoi monocromi. L’esibizione venne ricordata come Il Vuoto, (Le Vide).


Questo brano viene pubblicato il 6 dicembre 2009 su “Libero” [unica volta in cui comparve un mio pezzo su quella testata, e non per mia iniziativa; nota del 20.4.2014], dopo essere rimasto inutilmente parcheggiato per tre settimane nella redazione di un giornale “di sinistra”.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 6 dicembre 2009