Diario di un new waver di provincia

Marco Drago



...
L’Italia del terrorismo era il posto in cui il new waver cresceva e studiava. Sua sorella abitava ad Amsterdam. Ogni new waver normale avrebbe aspettato i 18 anni per raggiungerla nella capitale del Nord. Il nostro new waver invece aveva una specie di presentimento, che non si sarebbe mai mosso dall’Italia. E perché? Perché gli sarebbe piaciuto guadagnarsi da vivere scrivendo. E scrivendo in italiano, non in olandese. Però qualche mese ad Amsterdam, in quegli anni, lo trascorse.

La prima estate ad Amsterdam fu il 1982, con tanto di scappata in treno a Leida per vedere i Talking Heads. Mia nipote non era ancora nata, mia sorella era una ragazza oberata da compiti di casalinghitudine pallosi (ricordo masse di roba da stirare stipate in un armadio ed è una scena a me famigliare in questo preciso istante) e chissà che cosa aveva in testa. Io, il suo fratellino adolescente, per un mese in casa. Ma siamo sempre andati d’accordo, fin da allora. Lei con me era ed è troppo indulgente, ma è anche l’unico modo per prendermi. Le ruppi le palle per un mese, mi facevo portare in 10 negozi di dischi in un giorno solo. Comprai dei live di Gary Numan, una compilation di punk tedesco e chissà che altro. La sorellina annoiata e desiderosa di ammodernare il look del fratello gli tagliò i capelli malissimo, in quell’estate. Corti corti ma tutti a ciuffi irregolari tipo punk, l’effetto però era deludente. Passavamo interi pomeriggi a guardare i primi canali satellitari e la tv via cavo. Era l’estate dei videoclip, ce n’erano centinaia. Kid Creole and the Coconuts cantavano "Endicott". C’era anche, guarda un po’, il mondiale di Spagna. Campioni del mondo con gol di Altobelli in finale. Ad Amsterdam nessuno festeggiò, tranne che in casa di mia sorella.
Gli U2 dunque.
È davvero buffa, questa storia del concerto di Leida. Dico io. Vado a sentire la mia band preferita, i Talking Heads e vedo che come gruppo di spalla ci sono questi U2. Tutti sappiamo come vengono considerati i gruppi di spalla, dai supporter della band principale. Sono sempre tartassati da fischi, commenti sgradevoli, sono degli zimbelli. E io, pur non avendo alcuna esperienza di concerti rock, mi ero atteggiato in quel modo naturalmente, senza nemmeno pensarci. Che menata, un’ora di un gruppo mai sentito prima di avere i Talking Heads tutti per noi. Il fatto che fossero gli U2, all’epoca, non era affatto decisivo. Se avessero messo lì sul palco i Modern English o i Southern Death Cult sarebbe stata la stessa cosa. Insomma, arriva sta band di – diciamocelo – sfigatissimi cattolici irlandesi e ci accorgiamo subito che qualcosa non va. Nel senso che il pubblico, invece di annoiarsi, reagisce con entusiasmo. Da qualche parte, qualcuno issa una bandiera irlandese. Io e mia sorella non capiamo bene. Il concerto non mi entusiasma: la cantante bionda urla a tutto spiano e la musica è troppo rock per essere vera new wave. La cantante bionda, sia detto tra noi, è Bono.
Biondo biondo, con una permanente orribile, visto da lontano sembrava una donna e la voce era quella di una donna. Solo il giorno dopo, dai giornali, appresi che si trattava di un uomo chiamato Bono. Quindi la mia storia con gli U2 nasce in un modo direi unico. Pochissimi altri si sono approcciati a loro con così tanti pregiudizi. L’ascesa vertiginosa degli U2 negli Anni Ottanta non l’avrei mai immaginata, se non fosse successa. Mancava ancora una band che fosse partita new wave e fosse diventata planetaria. Ci stavano provando i Duran Duran, ma il loro suono laccato non li faceva riconoscere come gruppo "post-punk", benché lo fossero a tutti gli effetti. I Duran non furono mai presi sul serio dai new wavers. Di nascosto si ascoltava "The Chauffeur" ma ci si vergognava.
Gli U2 fecero proprio quello. Da Rockerilla al Papa in pochissimo tempo.

Dimenticai gli U2 fino all’83, quando uscì un EP live chiamato "Under a blood red sky" che divenne un culto. Alla radio dappertutto si sentiva "Sunday Bloody Sunday", un pezzo di qualche anno prima passato inosservato. Era un pezzo epico, orecchiabile, ben cantato, con un afflato di eticità fin esagerato. Radio West di Alessandria, unico faro radiofonico del basso Piemonte, trasmetteca di continuo tutti i pezzi del mini album e dichiarava che gli U2 erano "la più grande rock-band del mondo". Io ero sorpreso. Mi sembravano troppo drammatici, troppo grezzi, poco smart, poco cool. Dei cattolici. Irlandesi. Ma dico io. Tutte quelle chitarre. Niente elettronica. Quel cantante da melodramma troppo emozionato. Tutte quelle chitarre fastidiose. Quel pestare della batteria. Mah.
Poi Brian Eno prende per mano la band e nel giro di pochi mesi gli U2 diventano effettivamente la più grande rock band del mondo, scalzando il sempreverde Bowie dal suo trono. Nell’85, al live Aid, si assiste a una parata di grandissimi nomi, ci sono anche dinosauri rispettabili come Rolling Stones e Who, ma la band del momento sono loro, gli U2. E per un Enologo come il new waver, si apriva la stagione da separato in casa. Per la prima volta, un gruppo prodotto da Eno non riusciva a piacere al new waver. Era una cosa da prendere sul serio.

Brian Eno aveva prodotto il disco d’esordio della geniale band americana dei Devo nel 1977, lo stesso anno aveva fatto esordire gli Ultravox di John Foxx, poi nel ’78 iniziò la collaborazione con i Talking Heads. Produsse anche "No New York" leggendaria compilation di gruppi "no-wave" newyorchesi. Negli anni ’70 aveva sfornato alcuni dischi in coppia col sodale Robert Fripp e aveva anche trovato il tempo di lavorare con i Cluster, dalla Germania, e con il trombettista Jon Hassel e il pianista Harold Budd. Dal ’78 all’81 fa coppia fissa con David Byrne e porta i Talking Heads dalla scena punk di New York del CBGB’s alla fama mondiale. In ordine di tempo, la sua ultima scoperta è un musicista/produttore canadese promettente: Daniel Lanois.

La mossa di produrre gli U2 fu una specie di tradimento. Col rock propriamente detto, Eno non si era mai sporcato le aristocratiche manine. E ora cosa succede? La risposta la ebbi con "Pride (In the name of love)", il singolo che nel 1984 irruppe in tutte le tv con il famoso video in cui compare perfino Eno in persona, intento a far finta di smanettare sul mixer. Il 33 giri che seguì il singolo me lo feci registrare da Luca. Lato A Dalis Car e Lato B U2. Con tutta la buona volontà, al di là dell’apprezzamento per il suono tintinnante e lontano delle chitarre in certi pezzi, il disco mi lasciò interdetto. C’era troppo pathos. La new wave esige distacco. Non ci si emoziona. Bono sudava, smaniava, urlava, ansimava, inscenava tutta la routine del vecchio e defunto rock’n’roll. Lo faceva in modo genuino, Bono, aveva poco più di 20 anni, ma agli occhi e agli orecchi del new waver il suono geometrico dei Dalis Car, lato A della cassetta, sembrava un milione di volte più significativo. Brian Eno mi stava tradendo. Qualche anno dopo produsse due dischi di Teresa De Sio. Il momento più basso di una carriera perfetta. Sprecarsi per così poco... ma tutti passano la crisi di mezza età.
Eno e gli U2 divenne poi un sodalizio duraturo, con l’aggiunta di Daniel Lanois a volte. Tutta la vicenda si svolge senza che il new waver si degni mai di acquistare anche un solo disco nato dalla collaborazione. Tanto gli U2 si ascoltavano dappertutto anche senza volerlo, anche senza comprare i dischi. Il disco dell’87, "The Joshua Tree", tanto osannato e campione di vendite, faceva innervosire il new waver dalla prima all’ultima nota, tutto quel ripiegarsi indietro, BB King, Bob Dylan. Rattle and Hum qualche anno dopo... un brutto incubo. Eno. Cosa faceva lì in mezzo, Eno? Si faceva i miliardi, beato lui. Ma stava producendo del rock da stadio, cazzo! Povero me. La new wave era finita. Ormai era tempo di accorgersene.








pubblicato da nella rubrica racconti il 19 aprile 2011