Una calamità senza nome

di Carla Benedetti



Su L’Aquila si sono abbattute non una ma tre calamità. La prima è il terremoto che ha distrutto materialmente la città e i centri vicini. La seconda l’hanno provocata i poteri economico-mafiosi con le loro speculazioni. Ma ce n’è stata purtroppo una terza, meno visibile, ma altrettanto devastante: alla popolazione è stata tolta la possibilità di reagire alla catastrofe. Come se a un organismo colpito da infezione si togliesse il sistema immunitario.

Della seconda calamità hanno parlato molti, aquilani e non, documentando e denunciando (tra questi il bel documentario di Sabrina Guzzanti, Draquila, del 2010). In vista del maggior profitto per pochi sono stati costruiti centri abitativi folli, che hanno ancor più distrutto il tessuto sociale e vitale degli abitanti, già lacerato dalla catastrofe naturale. La popolazione è stata letteralmente deportata, prima nelle tendopoli (e questo è inevitabile come emergenza), poi nelle CASE - acronimo beffardo che sta per Centri Abitativi Antisismici Ecosostenibili - costruite fuori da ogni contesto, vicino a centri commerciali, senza piazze, senza punti d’incontro, in un ordine senza criterio urbanistico, che sembra avere come unico scopo di isolare gli uni dagli altri, di impedire il riformarsi del tessuto sociale e di tenere la popolazione in stato di infelicità. Le alternative proposte sono state ostacolate, mentre correva voce che quel bellissimo centro storico, da cui la popolazione era stata evacuata a forza, e dove nessuno poteva più entrare, stesse per essere comprato da qualche società per investimenti futuri.

A differenza di queste sciagure che già sappiamo riconoscere e che chiamiamo “speculazione”, “corruzione”, “gentrificazione”, la terza calamità che si è abbattuta su L’Aquila ancora non ha un nome. Forse perché è un fenomeno nuovo, di questi anni, per lo meno nella nostra società - mentre nel cosiddetto Terzo Mondo è di casa. Gli aquilani però la conoscono bene ed è dai loro racconti che si impara a conoscerla. Se non fossi stata a L’Aquila e ascoltato quei racconti (alcuni espressi anche in forma teatrale, come lo spettacolo di Tiziana Irti, Millegiorni, che abbiamo visto la sera del 5 luglio 2012, al teatro delle Arti, nella zona nuova della città) non avrei immaginato che qualcosa del genere potesse accadere nel nostro Paese, nella nostra Europa. Ma è importante descriverla, in modo da saperla riconoscere, anche fuori da l’Aquila, perché non riguarda solo l’Aquila.

Gli aquilani sono stati non solo deportati e ridotti quasi a prigionieri di una zona di guerra, ma anche piegati sistematicamente, e con la forza, all’impotenza. Un meccanismo di fatto anticostituzionale chiamato per ironia “protezione civile”, a cui sono stati demandati, a forza di Ordinanze, poteri straordinari, ha esautorato Sindaco, Giunta e ogni altra istituzione democratica deputata al governo della città, e, armato di forza militare e di una burocrazia insensata, centralizzata, ha impedito a chiunque, individui o gruppi, e persino a associazioni di volontariato, di lavorare per la ricostruzione fisica e morale della collettività colpita. Nessuno poteva fare nulla né per sé né per gli altri. Ogni iniziativa che poteva alleviare o facilitare e persino avviare il lavoro di ricostruzione è stata pesantemente scoraggiata e di fatto impedita.

Nessuno poteva, anche avendone i mezzi, riparare la propria casa, o quella di amici e parenti. Mentre è noto, perché così è sempre successo in passato, che i centri colpiti da terremoti riescono a risorgere soprattutto grazie allo spirito di iniziativa degli abitanti. Ci si rimbocca le maniche e si lavora. A l’Aquila questo è stato impedito.

Ma il blocco delle iniziative degli abitanti non ha riguardato solo la ricostruzione materiale della città. Altrettanto impedita è stata la ricostruzione sociale e morale. Tutto era ostacolato o vietato: dalla semplice cura medica alla riorganizzazione di momenti di vita collettiva. Tiziana Irti ci ha raccontato che assieme a altri teatranti si erano dati da fare per rendere più vivibili le tendopoli costruendovi un teatro tenda per i ragazzi. Glielo hanno impedito. Medici e psicoterapeuti aquilani non potevano prestare aiuto e cure ai concittadini, nemmeno ai bambini. Tutto era demandato all’unità di crisi, governata da un vertice. Venivano psicologi da fuori che prendevano ordini da una psicologa venuta da fuori, che in realtà non era psicologa ma una funzionaria della Prefettura di un’altra città.

Ai bambini, i più traumatizzati e più bisognosi di avere intorno un minimo di contesto quotidiano, portavano caramelle a valanghe, ed erano affidati ad animatori che li intrattenevano tutto il giorno come nei villaggi vacanze. Nei due giorni che siamo rimasti a L’Aquila abbiamo visitato un ex ospedale psichiatrico circondato da un bel parco. Fino a poco tempo fa - ci hanno detto - quello spazio verde stava andando in malora perché nessuna istituzione se ne curava. Alcune associazioni di volontariato lo hanno rimesso a posto e hanno cercato di di aprirvi delle attività, ricreative o culturali. Si sono presi ben diciannove denunce per occupazione abusiva.

Così gli abitanti dell’Aquila sono stati privati da un giorno all’altro dei consueti diritti civili e poi lentamente spossessati della facoltà di agire per il bene proprio e per quello comune. O per lo meno si è tentato di farlo, perché le resistenze sono state molto forti.

A l’Aquila, dopo il terremoto, ma non solo a causa del terremoto, l’oppressione sulla vita ha raggiunto livelli devastanti, e ha prodotto un senso di impotenza che ha rischiato di paralizzare ogni iniziativa intrapresa per il bene comune. E’ stato un vero e proprio esautoramento, un sistematico lavoro di repressione e di depressione delle energie interne. Al suo corpo ferito sono stati bloccati i linfociti, nessuna risposta immunitaria doveva venire dall’interno, ma solo da farmaci somministrati dall’esterno.

E la cosa più inquietante è che di tutto questo sia stata vittima un’intera collettività, presa in blocco. Nelle nostre società, pur attraversate da sanguinosi conflitti sociali, non era ancora mai successo che l’intera popolazione di una zona geografica fosse di punto in bianco deportata, concentrata in campi, privata degli organi di auto-governo democratico, ridotta alla passività e sottoposta a un dominio totale, militarizzato, che può decidere delle loro vite. E’ successo in certi momenti agli immigrati, ai rom, e a tutti i miserabili che cadono nelle enclave senza nazionalità né diritto, ma ancora non era successo a un’intera popolazione di “regolari” cittadini. Si è varcata una soglia? A me pare di sì. Ma è la stessa soglia che si varca ogni volta che delle vite cadono nude in balia di un potere che può disporne a piacimento. E’ solo un’illusione quella che ci fa credere che ciò che viene fatto agli immigrati non potrà succedere anche a noi cittadini italiani, europei.

Questa terza calamità abbattutasi su L’Aquila mi è parsa così un anticipo di ciò che rischia di accadere all’umanità tutta, se qualcosa di più forte non la contrasta fin da ora. Disastri naturali e collassi delle istituzioni democratiche. Distruzione di collettività. Popolazioni intere mandate al macello, sacrificate al profitto di una nuova casta economico-finanziaria e razziatrice, su cui non riesce ad agire nessun controllo democratico. E nello stesso tempo, induzione sistematica di passività e di impotenza a decidere e ad agire per il bene comune.

A L’Aquila abbiamo incontrato persone impegnate ostinatamente in una vera ricostruzione della città e della collettività e ben consapevoli di ciò che era accaduto. Alcune di queste hanno incarichi istituzionali o pubblici. Come è possibile - ci si chiede - che tutte queste competenze e buone volontà siano state esautorate? Ma non è proprio questo che sta accadendo su più larga scala nel mondo? A volte mi pare che dappertutto si stia organizzando l’impotenza del genere umano a agire per il bene comune. Il piccolo e miope discorso dell’economia pretende di dominare le sorti degli uomini con i propri automatismi ciechi, che hanno cancellato ogni riferimento alla giustizia, al bene pubblico e a ogni altra dimensione della vita. Dappertutto ci sono pressioni che espropriano gli individui della propria autonomia di giudizio, e della forza di azione e di invenzione.

L’Aquila è diventata per noi anche il simbolo del più generale bisogno di rigenerazione, che oggi ormai si impone come una questione di vita o di morte. Della possibilità di prefigurare un altro modo di essere, come individui e come collettività, di riprendere in mano le sorti dei viventi odierni e dei futuri, mossi da senso di giustizia e di fratellanza.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 6 aprile 2014