Dai non-luoghi ai posticci: la vita sta diventando una new town

Tiziano Scarpa



Credo che non ci sia niente di più irritante che essere considerati delle metafore, o degli emblemi di qualcos’altro. Soprattutto quando si soffre. Perciò comincio con delle scuse agli abitanti dell’Aquila: in queste pagine li trasformerò in metafore, in emblemi. Spero con questo di non compiere un’operazione di alleggerimento virtuale, e di non far dimenticare il peso dei disagi, malinconie, nostalgie e dolori che stanno continuando a patire. Ma negli ultimi giorni di cammino di Stella d’Italia, avvicinandomi a piedi a L’Aquila, mi ha fatto molta impressione attraversare le cosiddette new town.

Ne ho viste di varie tipologie. Casette quasi svizzere, a Onna, basse e colorate, a un piano, disposte in vialetti ortogonali, incroci ad angolo retto, quartieri quadrati su terreni perfettamente piani: tutto il contrario delle caratteristiche di qualunque paese o centro abitato tradizionale della zona, che si aggrappa a dossi e versanti, è fatto di strade a saliscendi, rampe, vie sinuose, itinerari diagonali, edifici poligonali e scaleni, urbanistiche apparentemente irrazionali… Immagino che cosa dev’essere, venire trapiantati da un’idea di paese, e di vita, a un’altra completamente diversa.

A L’Aquila ho assistito al toccante spettacolo di Tiziana Irti e Antonio G. Tucci, Mille giorni, che racconta questo spaesamento. Nel caso dell’Aquila, gli abitanti sono stati spostati di non pochi chilometri, e senza criterio, in maniera sparpagliata, ritrovandosi ciascuno con dei vicini che provenivano da tutt’altri quartieri della città, in un riamalgamento sociale e relazionale, che ha reso ancora più difficoltosa da accettare questa specie di deportazione di massa in strane case dall’aspetto alieno, alcune poggiate su piloni antisismici, o supposti tali, progettati per assorbire senza danni sobbalzi e oscillazioni. Ma quella che mi ha fatto più impressione è stata Onna, proprio perché gli abitanti vivono accanto al loro paese crollato e inabitabile.

Non ho potuto fare a meno di pensare che questa situazione è un emblema di quello che sta accadendo in molti campi, esperienze e situazioni della nostra epoca. Faccio fatica a dirlo in maniera semplice e netta, ho paura di essere retorico, ma mi pare proprio che quel che sta succedendo in questi anni è che stiamo traslocando tutti in delle new town. L’effetto new town è in atto dappertutto.

E già che questa espressione, new town, è in inglese, comincio proprio dalla lingua: la nostra esperienza della contemporaneità, almeno qui nella vecchia Europa, e in forma clamorosa in Italia, esprime sé stessa con questa new town linguistica: tutte le maggiori innovazioni tecnologiche, e anche quelle sociali, sono nominate in inglese, come se noi italiani, e in generale noi vecchi europei, non avessimo parole a disposizione nella nostra lingua, o come se la nostra lingua non avesse la vitalità germinativa per far nascere nuovi rami da antichi ceppi etimologici e morfologici, che riescano a nominare nuovi fenomeni, nuovi oggetti, nuove tecnologie, nuovi scenari.

L’inglese agisce in maniera molto pratica: prende una parola, per esempio net, e aggiunge ai suoi significati una nuova accezione specifica, magari aiutandola con un prefisso: internet. L’aggiunta di un significato a una parola già esistente è un procedimento vecchio come le lingue umane, lo si trova descritto e prescritto dall’antica retorica. I romani lo chiamavano “abusio”, un termine che mi piace perché porta con sé un’immagine concreta. Infatti a noi oggi può far pensare a un abuso edilizio: si costruisce un piano abusivo in cima a una parola, sulla sommità di un edificio già esistente, un nuovo livello di significato. La vita è più forte delle regole, dei progetti architettonici linguistici che non potevano prevedere come sarebbe stata abitata quella parola. Invece la nostra vecchia lingua è come un borgo millenario che non ha retto alle scosse della contemporaneità: i suoi edifici non sono in grado di sorreggere nuovi piani, nuovi livelli di significato. Eppure qualche parola ancora ce la fa, come per esempio “sito”, che, prima della diffusione globale di internet, era un vecchio catorcio dannunziano, o un vocabolo specialistico usato per designare un luogo di interesse archeologico, oppure sopravviveva in insegne e denominazioni d’altri tempi: Hotel Bel Sito.

Ma, in generale, mi sembra che questo atteggiamento linguistico italiano sia persino onesto nel dichiarare uno stato d’animo collettivo: le novità tecnologiche, e anche quelle sociali, nascono altrove, accadono altrove, sono oggetti alieni, non digeriti dal nostro organismo intellettuale ed emotivo, non amalgamati nel nostro lessico e nel nostro dizionario effettivamente parlato. Le novità tecnologiche, economiche e sociali sono irrimediabilmente estranee, indigeribili, inassimilabili, non si possono che nominare con delle parole straniere: mail, playstation, social network, audience, share, futures, spread… E questo, bisogna sottolinearlo, accade non solo per le nuove tecnologie, ma anche per fenomeni vecchi come il mondo, che però da noi sono stati rimossi, nascosti, politicamente trascurati, resi eufemistici con l’uso di parole straniere come gay o handicap.

Sono partito dalla lingua, ma dopo aver visto Onna e le new town intorno a L’Aquila ho cominciato a interpretare molte delle esperienze che vivo come una new town. Non necessariamente new town negative o disagevoli, ma sicuramente spiazzanti, spaesanti, sconcertanti. Noi continuiamo a chiamare con parole vecchie delle situazioni che sono profondamente mutate, senza avere fatto un consapevole lavoro di “abusione”, di ampliamento edilizio meditato linguisticamente, vale a dire intellettualmente ed emotivamente, per molte cose che ci riguardano in questi anni.

Alcune delle cose che elencherò invece sono state fin troppo sviscerate, ma le nominerò lo stesso, perché quel che mi interessa mettere in evidenza è proprio la somma, il panorama complessivo, che, forse, visto tutto intero, può fare una certa impressione.

L’umanità, almeno quella occidentale, sta traslocando in una new town.

Non si tratta dei non-luoghi analizzati da Marc Augé, perché le new town non riescono a dare quella sensazione di uniformità, di indistinzione fra un posto e l’altro che danno i non-luoghi. E il motivo è evidente. Una new town non è soltanto sé stessa: è data dalla somma (a causa di un’adiacenza fisica o mentale, vissuta e pensata) fra sé e il vecchio centro storico che essa surroga, o anche fra sé e il paesaggio intorno in cui si trova a essere collocata.

Le new town sono diverse fra di loro, ma soprattutto creano stridori sempre differenti a causa dei dintorni in cui si trovano, e con i quali entrano in un fortissimo conflitto stilistico: i vecchi paesaggi non vengono cancellati, anzi, è proprio la loro costante presenza, o la memoria di essi, che fa spiccare la stranezza e l’unicità delle new town.

I non-luoghi invece sembrano tutti uguali. I non-luoghi sono prevalentemente interni: riescono a cancellare la diversità del paesaggio circostante anche perché inghiottono le persone in grandi vani ventrali o aree recintate, che aboliscono l’esterno e stilizzano il loro interno: aeroporti, centri commerciali, villaggi turistici.

Nei non-luoghi si transita, si sosta per poco tempo. Nelle new town si abita, con la speranza di restarci provvisoriamente, mentre si finisce per viverci a lungo.

Si tratta di città posticce ma reali. Non sempre, lo ripeto, sono situazioni negative, a volte possono essere perfino liberatorie: indicano che c’è stata la possibilità di andarsene dai luoghi e dalle mentalità ricevute oppressivamente dalle generazioni che ci hanno preceduti, per reinventare la vita. Altre volte si tratta di autentiche deportazioni violente, sfratti laceranti. Perciò l’elenco che segue non va letto tutto come una geremiade di lamentazioni, ma nemmeno come una festa euforica.

Il lavoro si è trasferito in una new town di precariato, insicurezza, mobilità, impossibilità di fare progetti a lungo termine.

La famiglia si è trasferita in una new town di matrimoni a termine, ricoagulazione tra nuclei, con figli e genitori di provenienza extrafamiliare: questa new town, a sua volta, ha molti quartieri nuovi, paternità e maternità acquisite, adozioni molto più diffuse di un tempo, gravidanze assistite, inseminazioni artificiali.

L’amore si è trasferito in una new town di relazioni elastiche, guardinghe, diffidenti nei confronti di vincoli e formalizzazioni legali, mentre, quasi percorrendo la direzione opposta, coppie omosessuali mirano proprio a trasferirsi fuori dalla new town di convivenze non formalizzate, per traslocare nel vecchio centro storico del matrimonio.

L’amicizia, o almeno il suo nome, si è traferita nella new town di facebook, dove è sempre intesa fra virgolette, un’“amicizia” dalla sostanza digitale, a distanza.

La comunicazione e le relazioni sociali si sono trasferiti in una new town di messaggini, tweet, social network, notizie e annunci letti di corsa sullo schermo di un telefonino.

I libri cartacei si stanno trasferendo nella new town dei libri digitali, su quegli schermi dove già da tempo è andata ad abitare la lettura, che dalle opache pagine di giornali e documenti e lettere è passata a trascorrere la maggior parte del suo tempo davanti a superfici luminose.

L’economia si è trasferita in una new town di flussi finanziari distaccati dalla produzione reale.

La politica si è trasferita in una new town mediale dove conta la telegenia di candidati e governanti e non le loro idee o la loro capacità di servire il bene comune.

Gli strumenti umani si sono trasferiti in una new town di tecnologie elettroniche, così complesse da rendere ormai definitivamente occulto il percorso fra la causa del nostro gesto che agisce volontariamente e l’effetto dello strumento che realizza la nostra volontà: il processo di trasformazione che si attua fra la mano dell’utilizzatore e il risultato del lavoro dell’attrezzo ci sfugge, diventa quasi un prodigio e, al tempo stesso, un’abitudine data per scontata. In più, nella new town delle nuove tecnologie ogni strumento ha una durata effimera, vorticosa, continuamente sostituita da un modello più aggiornato.

La scuola minaccia di trasferirsi in una new town fatta di test e quiz e parametri di valutazione dell’efficienza pedagogica che hanno ben poco a che fare con la tradizione umanistica dell’assimilazione del sapere, che nel frattempo, a sua volta, si è trasferito nella new town di wikipedia.

Si potrebbero aggiungere tantissime altre cose, la new town delle merci prodotte in tutto il mondo con materiali di dubbia provenienza, materie prime incontrollabili, processi di produzione non verificabili; gli alimenti geneticamente modificati, il cibo, il pane sfornato caldo dai supermercati italiani che arriva precotto e congelato dalla Romania; le fabbriche delocalizzate, lo sfruttamento di manodopera schiavizzata, minorile, senza tutele sindacali.

L’elenco potrebbe proseguire, ma in generale vorrei mettere in evidenza che chi ha visitato una new town sa benissimo che non stiamo affatto parlando della contrapposizione tra finzione e realtà. Non c’entra nulla la logora metafora del “reality”, che, in fin dei conti, è consolatoria, oltre che sopravvalutata totalitaristicamente dallo stesso mezzo che l’ha prodotta, la televisione. È consolatoria, perché la attribuisce a una volontà altrui che ha tutto da guadagnare da quella messa in scena, lo imputa a un complotto del sistema che mette in piedi uno “spettacolo” in cui niente è vero, anzi, è tutto finto ed eseguito a fini di ostentazione: le cose non si fanno perché si vogliono fare né perché si crede in esse, per sete di giustizia o per il bene comune, ma per fare soldi, per ottenere pubblicità, per fare scandalo, per far parlare di sé. Tutto è spettacolo, niente è autentico, la finzione ha permeato la realtà, questa trappola universale annienta qualunque controspinta, disinnesca e sottomette al suo servizio qualunque contrapposizione politica o sociale, eccetera. Questa vecchia dialettica tra finzione e realtà risulta drasticamente superata dalle new town: lo ripeto, non necessariamente nel bene, né necessariamente nel male. Chi ha visto una new town da vicino, ha provato questo forte senso di alternativa drammatica tra reale e posticcio, laddove il reale è inutilizzabile, inabitabile, non si regge più in piedi, e il posticcio è efficente, pratico, risolutorio, facile.

Vorrei far notare che intendo “posticcio” come sostantivo, più che come aggettivo. Il sostantivo “posticcio” ha vari significati, accezioni obsloete e “abusioni” (new town posticce anch’esse!). Si chiama “il posticcio” il terreno dove collocare temporaneamente le piante da trapiantare, e, per estensione, il vivaio. Anche il parrucchino era detto “il posticcio”. E secoli fa era chiamata “il posticcio” la sporgenza delle galee, aggiunta sul bordo di quelle navi a remi per sostenere gli scalmi.

Per recuperare “posticcio” sostantivo, a cui siamo disabituati perché è stato sopravanzato da “posticcio” aggettivo, suggerisco di pensarlo come una derivazione di “posto”, nome di luogo: posto, posticino, postaccio, posticcio. Oppure a metterlo in relazione con altre coppie di derivati: canna e canniccio, chiacchiera e chiacchiericcio, grata e graticcio, pasta e pasticcio, terra e terriccio. Posto e posticcio.

Noi oggi viviamo nei posticci.

Il reale è vero, c’è, esiste, ma risulta fantasmatico, impenetrabile, nostalgico, e in ciò risulta anch’esso un po’ posticcio: come il centro dell’Aquila, puntellato da impalcature metalliche, tubi scuri saldati da snodi dorati che brillano al sole, cinghie di plastica che tengono insieme colonne di pietra fratturata stringendole saldamente, sostegni di legno che riempiono le sagome dei portici e gli archi delle finestre, li ridisegnano sottolineandoli, enfatizzandone l’instabilità e l’attuale inadeguatezza. Nelle sere di fine settimana, dalle new town sparse intorno alla città i giovani convergono nel vecchio centro storico, percorrono a piedi le sue vie deserte, tra file di case buie e finestre sbarrate o sfondate, scorrono accanto a vetrine polverose, abbandonate in fretta e mai più sgomberate, dove si vedono ancora poster che annunciano saldi e offerte speciali per abiti e oggetti di tre anni fa, bevono e ascoltano concerti nei pochi bar a cui è stata concessa la “semiagibilità”, che irradiano sulla strada bolle di luce ogni cinquanta, centro metri, nelle vie spettrali.

I posticci sono utili e pragmatici ma allo stesso tempo sono alieni, imposti, subìti, dis-appartenenti: non sono affatto finti, sono reali anch’essi, sono delle specie di propaggini, di protesi cresciute accanto a quella che pensavamo fosse la vita vera. Sono sconfinamenti dell’umano che si è ritrovato a dover traboccare nella nuova città dei suoi desideri realizzati, nei suoi timori solidificati. In questa strana, posticcia, realissima propaggine, né periferia né centro, noi ci troviamo attualmente ad abitare.


Da “Le cose che ho imparato camminando”, pubblicato in Stella d’Italia, a cura di Antonio Moresco, Oscar Mondadori, 2013, da cui è tratto anche questo intervento. Le foto sono di Tiziano Scarpa (tranne la quarta con la panoramica dall’alto). Sono state scattate durante il cammino “Stella d’Italia”, nell’estate del 2012.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 6 aprile 2014