Addio Anni 70

Teo Lorini



Installazioni, dipinti, manifesti, riviste d’epoca, fotografie, assemblaggi, videoregistrazioni: la mostra Addio anni 70 – Arte a Milano 1969-1980 (Palazzo Reale, fino al 2 settembre) ambisce a documentare il ruolo centrale che Milano ricoprì nel panorama artistico europeo nello stesso decennio in cui la città veniva travolta dalla violenza di Stato della strategia della tensione prima e della lotta armata poi.
A rendere l’idea della vitalità e della poliedricità della scena artistica milanese a cavallo dei Settanta basterebbero le raccolte di riviste e edizioni ospitate nelle prime sale o l’affascinante loop di diapositive che documentano le multiformi attività ospitate dal Teatro Out Off nella sede di via Monte Santo.

Il tributo da pagare a tanta abbondanza è (occorre dirlo) l’impressione di una giustapposizione nella quale materiali per forza di cose eterogenei finiscono talora per confondersi. Soccorso dello spettatore dovrebbe essere una guida alla mostra stampata, in formato tabloid. L’intuizione è originale ma la consultazione scomoda, tanto più che la guida dovrebbe anche supplire alla scarsità di pannelli che informino sui materiali esposti nelle 28 sale in cui si articola la mostra e che soprattutto aiutino il visitatore a contestualizzare le opere, conoscere la biografia degli autori e la direzione in cui si è mosso il loro lavoro. Le schede in effetti giovano, ma talvolta neppure questo lavoro di spunta dà i risultati sperati. È il caso ad esempio del video di Lelli e Masotti dedicato alla performance Alla ricerca del silenzio perduto. Il Treno di John Cage. Lo spettatore che non conosca quell’esperienza non ha mezzo di ‘leggere’ le immagini e i suoni che si riversano dallo schermo. Per fare un altro esempio, non parrebbe inopportuna una didascalia che illustri la poetica delle Verifiche di Ugo Mulas.
Tali mende non compromettono tuttavia l’interesse di una mostra che, per coerenza e ardimento, marca decisamente la distanza rispetto alle esibizioni organizzate negli ultimi anni a Palazzo Reale, con gran dispiego pubblicitario ed esagerata enfasi su nomi roboanti di cui non di rado erano proposte poche – e minori – opere, accostate in maniera incongruente a lavori di artisti completamente diversi (è il caso, ad esempio, delle mostre di Hopper nel 2009 e di Goya nel 2010).

In piena coerenza con questa diversa sensibilità è anche la scelta di ‘restituire’ al luogo per cui fu concepita un’istallazione che a Palazzo Reale avrebbe dovuto essere esposta ben quarant’anni fa.
Nel drammatico chiaroscuro della sala delle Cariatidi (preceduta questa volta da un pannello ricco di informazioni) si può finalmente ammirare I funerali dell’anarchico Pinelli, l’opera che Enrico Baj aveva realizzato nel 1972 e che non fu esposta, ufficialmente per “motivi tecnici”, in realtà perché il giorno dell’inaugurazione coincise con la drammatica circostanza dell’uccisione del commissario Calabresi, il graduato dal cui ufficio l’anarchico precipitò, e che, contribuendo a inquinare l’inchiesta e a confondere le circostanze che portarono a quella morte, legò per sempre il proprio nome a quello di Pinelli.

L’opera di Baj, che in questi quarant’anni è stata esibita in diverse città fuori d’Italia (Rotterdam, Stoccolma, Düsseldorf, Locarno ecc.) nonché a Roma e a Milano, torna ora nell’ambiente per cui l’artista la concepì. Et pour cause: da una parte infatti la Sala delle Cariatidi aveva ospitato (nel 1953) Guernica, un’opera che Baj esplicitamente omaggia sia nella tecnica dei pannelli componibili che, soprattutto, nelle espressioni deformate dei visi, nelle sproporzioni anatomiche, nelle torsioni drammatiche dei corpi (in primis quelli dell’anarchico defenestrato e della moglie), dall’altra le brutali lesioni che la galleria ha subito per effetto dei bombardamenti dell’agosto 1943, costituiscono lo sfondo più adeguato alla tensione tragica che l’opera esprime e di cui fotografie e riproduzioni stampate possono dare solo una pallidissima idea.

I funerali dell’anarchico Pinelli si stagliano sullo sfondo della sala semibuia.

I visitatori vi si inoltrano lentamente e in silenzio mettendo gradualmente a fuoco l’immagine e assorbendone a ogni passo ulteriori dettagli, come le armi – mazze, fucili, bastoni, un rasoio – brandite dalle figure che occupano la parte destra del quadro. Queste ultime si impongono allo sguardo con la forza di un’opera nell’opera. Da una parte sembrano accanirsi sull’uomo che precipita (è terribile l’accenno di sorriso che segna il volto della sagoma in rosso) dall’altro tenere lontana la moglie da un impossibile ricongiungimento con il suo compagno.

Il Pinelli di Baj si pone come ideale punto di congiunzione dei due percorsi – quello artistico e quello storico – che hanno attraversato Milano nel decennio preso in esame dall’esposizione. Dialogano amaramente con l’opera di Baj le splendide fotografie scattate da Ugo Mulas durante i funerali delle vittime di Piazza Fontana, quelle con cui Massimo Vitali documentò la simulazione di caduta del manichino di Pinelli dall’ufficio di Calabresi e infine quella di Carla Cerati che coglie l’espressione dello stesso Calabresi in una delle sedute del processo intentato dal commissario contro Lotta Continua e successivamente interrotto e rinviato per effetto della ricusazione del giudice chiesta dall’avvocato di Calabresi.








pubblicato da t.lorini nella rubrica in teoria il 6 luglio 2012