Don Torta e Giorgio Napolitano: l’andirivieni tra realtà e immaginazione

Tiziano Scarpa



In Straccioni, che andrà in scena a Milano dall’1 al 13 aprile al Teatro Litta, c’è un andirivieni tra realtà e immaginazione. Certe invenzioni fantasiose si sono realizzate nei fatti, come nel caso recente dei senzatetto svedesi a cui è stato consegnato un lettore di carte di credito per ricevere offerte dai passanti. Una situazione simile l’avevo immaginata già nella prima versione di Straccioni, scritta nel 2005 (l’ho raccontato qui).

Il caso di don Torta arriva dalla direzione opposta, viene da un’attualità ancora più fantasmagorica della fantasia. A dispetto di un nome che sembra inventato, don Torta è un parroco esistente, vivente e militante, che un anno fa è finito sui giornali per le sue dichiarazioni.

Scandalizzato dall’ennesimo suicidio per debiti riportato dai notiziari, ha detto di essere disponibile ad andare in giro a rubare ai ricchi, per aiutare quei poveri che come via di uscita hanno solo la morte:

“Che non capiti mai che un mio parrocchiano sia tentato di uccidersi perché si trova in difficoltà economiche! Insieme, io per primo, lo aiuterò a prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri, perché sopravviva! Prendiamo i soldi ai ricchi! Io aiuterò a rubare!”

Nella nuova versione di Straccioni c’è un personaggio che gli assomiglia, e che però salta il fosso che separa le parole dalle azioni, in un passage à l’acte che può ricordare la parabola kierkegaardiana raccontata in Timore e tremore: un uomo ascolta in chiesa una predica in lode di Abramo, che fu così fedele a Dio da dimostrarsi disposto a sacrificare Isacco; l’uomo torna a casa e vuole fare lo stesso con suo figlio.
Nella nostra pièce questo sacerdote è un personaggio secondario, ma decisivo per la sorte degli altri straccioni.

Un cameo l’ho riservato al presidente della repubblica, al quale metto in bocca un monologo speciale. Nella versione di Straccioni scritta nel 2005, quasi per scherzo si menzionavano i discorsi dei presidenti della repubblica – quelli di fine anno alla tele, a reti unificate – come massimi esempi di parole soporifere. Ma l’anno scorso mi colpirono i toni disperati del discorso di insediamento del secondo mandato presidenziale di Giorgio Napolitano (ne feci una riscrittura, trascegliendo dei pezzetti di frasi, per la loro impressionante somiglianza con le cupezze di Thomas Bernhard): Napolitano esprimeva tutta la disperazione dell’uomo di Stato che ha speso una vita a cercare di rendere un po’ meno indecenti i suoi connazionali, e vede le sue intenzioni miglioriste naufragare nel peggiorismo sempre più catastrofico della situazione reale.

Il presidente che compare in Straccioni non è una satira né un’imitazione di Napolitano, ma una trasposizione ideale del fallimento politico nazionale.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 28 marzo 2014