Il paguro postdrammatico

Tiziano Scarpa



Straccioni andrà in scena da martedì 1 aprile a domenica 13 aprile al Teatro Litta di Milano. Non è il testo pubblicato nel volume Comuni mortali (Edizioni Effigie). L’ho riscritto e cambiato profondamente per questa occasione. A teatro era praticamente inedito (a parte una mise en espace di alcune scene a cura di Antonio Syxty e una riduzione in forma di studio diretta da Sandro Mabellini, che non ho avuto modo di vedere).

Ne approfitto per raccontare come nacque quel testo.

La versione 2005 di Straccioni l’ho scritta anche per sfida, e perché ero un po’ demoralizzato.

[Per sfida.] In quegli anni le compagnie più interessanti, i teatri che frequentavo più volentieri, i festival che preferivo, proponevano un tipo di teatro figurale, visivo, performativo, dove il testo era solo un ingrediente fra gli altri. Teatro post-drammatico, come lo aveva definito lo studioso Hans-Thies Lehmann all’inizio degli anni Duemila. Un teatro che, fra l’altro, mi piaceva molto.

[Perché ero un po’ demoralizzato.] Come drammaturgo, nell’epoca del teatro post-drammatico mi sentivo una strana specie di animale, metà vivo e metà estinto, un paguro affamato di forme nuove che però si portava addosso una conchiglia fossile (il testo).

Così ho scritto Straccioni immaginandolo pieno di performance. Volevo che il testo facesse i conti con una quantità d’azione puramente visiva, eventi senza parole, fatti scenici che accadevano, senza essere incanalati in una corrente dialogica, parlata. Ma volevo anche che queste visioni facessero i conti con le parole, non restassero completamente slegate, sospese per aria. Non volevo speculare sull’enigma, sulla pura visione irrelata.

Ho fantasticato qualcosa che assomigliasse alle performance di arte contemporanea, o agli (come si chiamavano una volta) happening a metà fra installazione e coreografia, visioni-azioni che a volte durano per delle ore, a bassa intensità drammaturgica.

Ho immaginato che per tutto lo spettacolo ci fosse un andirivieni di attori che raggiungevano un enorme mucchio di vestiti, si cambiavano d’abito in scena pescando a caso dal mucchio, camminavano avanti e indietro, si cambiavano di nuovo, avanti e indietro, con combinazioni di abiti sempre diverse, casuali, avanti e indietro per più di un’ora.

Passanti di una strada, persone che arrivano, passano e se ne vanno, che non sono mai le stesse, che si vestono sempre diversamente.

C’erano, sì, anche dei personaggi, e c’erano dei protagonisti. Ma gli attori entravano e uscivano da quei ruoli, diventavano passanti anche loro, e a volte queste persone anonime interagivano con i personaggi principali, inaspettatamente, con brevi intromissioni. Proprio come qualcuno che passa per la strada e butta là una battuta. Sfondo e figura che si scambiano di posto.

Ovviamente non potevo scrivere un kolossal con venti persone in scena. Gli attori costano, le prove costano, perciò avevo fatto in modo che tutto questo fosse recitabile da quattro o cinque attori. Quattro o cinque corpi che camminavano, stavano seduti, si addormentavano, sognavano, schizzavano in piedi, sciabolavano lo spazio scenico appesi a lunghissime altalene, si calavano dall’alto come incursori da un elicottero, ascendevano al cielo come redentori, agivano, parlavano, tacevano. E alla fine bruciavano quella gigantesca massa di vestiti, con un trucco delle luci, ma forse, anche, con un falò di fiamme reali, caldissime, infuocate e splendenti sotto le stelle d’estate. Magari durante un festival. Una di quelle esperienze che, a distanza di anni, gli spettatori avrebbero detto “quella volta che al festival hanno bruciato una montagna di stracci…”.

Questa, in breve, è una delle sorgenti della prima versione di Straccioni, scritta quasi dieci anni fa: il desiderio di fare i conti con un teatro performativo quasi afasico, prevalentemente visuale, il teatro post-drammatico, che io stesso apprezzavo e che mi metteva in discussione come autore di testi teatrali.

Poi, quando ormai quel testo mi appariva come un bulbo mai sbocciato, c’è stato l’incontro con Carlo Roncaglia e Giovanna Rossi. Erano molto interessati alla polpa umana e sociale di Straccioni, anche perché nel frattempo quella storia un po’ sognante aveva incontrato l’attualità cruda della crisi economica. Mi hanno incoraggiato a ripensarla e svilupparla.

La versione riscritta nel 2012-2014 si concentra di più sui personaggi e sulla loro storia. Ma alcuni elementi performativi sono rimasti, e alla prosa ho aggiunto cinque canzoni.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 27 marzo 2014