Casa

Carla Ammannati



M’è successo di pescare il romanzo Casa di Marilynne Robinson in una pila di libri in svendita nella recente e triste occasione dell’ennesima chiusura di libreria della mia città. Una pesca, tuttavia, felice. Tanto che subito dopo ho letto gli altri due romanzi (1) della scrittrice nord americana (Idaho 1943), uno dovendolo cercare in biblioteca perché, stampato nei lontani anni ’80, non più in circolazione. La storia di Casa è ambientata in una cittadina dell’Iowa, Gilead, nella primavera del 1956. E racconta il quasi contemporaneo ritorno a casa di due degli otto figli di un vecchio pastore presbiteriano, Robert Boughton, vedovo: Glory e Jack. L’incipit è l’ingresso della trentottenne Glory nella residenza dei suoi primi anni: - A casa per sempre, Glory! Sì! – esclamò il padre, e lei si sentì stringere il cuore. Un nostos, si capisce subito, che ha tutte le caratteristiche della capitolazione: Ho insegnato lettere al liceo per tredici anni. Ero brava come insegnante. E cosa ho fatto della mia vita? Che ne è stato? Mi sembra di aver sognato la vita adulta e di essermi svegliata, ancora qui, in casa dei miei. Glory è reduce da una storia d’amore fallimentare. Desiderava dei bambini, aspirava a una normale felicità: Il genere di felicità che vedeva alla tavola calda, che incrociava per strada. Invece, la sorte l’ha riportata indietro, all’infanzia. La vita adulta ha avuto il colore e il sapore illusorio di un sogno. Glory manifesta nella capacità di assecondare il suo destino, nella desistenza e nel sacrificio di sé la sua vera natura, in questo ricordando una serie di luminose figure femminili della letteratura, da Ida Ramundo a Félicité a Fräulein Else, per dirne solo alcune. E’ perfino riconoscente alla sua condizione di buona figlia, se non di sposa felice: Se non altro adesso so cosa si pretende da me, e devo essere grata per questo… E’ una benedizione sapere cosa si vuole da te. Di contro, ecco tornare a casa, dopo venti anni di assenza, il fratello Jack. Il figlio oscuro, reduce dal carcere, alcolizzato. Il buono a nulla. L’uomo che da studente aveva messo incinta una ragazzina della zona e l’aveva abbandonata. Disgrazia e vergogna che si abbattono in via definitiva su tutta la famiglia del pastore. Va detto subito che l’intero romanzo ruota intorno al tema della passione amorosa – direi quasi dell’accanimento d’amore – di padre e sorella per Jack lo sbandato. La sorella lo copre ogni volta che i suoi gesti feriscono il padre. Il padre, fino a che riesce a conservare un barlume di senno, è figura di accoglienza incondizionata verso quel figlio dallo sguardo mite, indecifrabile. Per quanto egli rappresenti l’alterità, la sfida ai valori fondativi della sua esperienza umana. Il risultato è una distanza ineliminabile tra padre e figlio. Anche quando il vecchio pastore rivolge al figlio frasi toccanti come la seguente (Boughton, steso a letto, ha afferrato una mano di Jack e se l’è portata al petto): Senti il cuore qui dentro? La mia vita è diventata la tua, come quando si accende una candela con un’altra. Non è un mistero? Quella che osserviamo è l’infelicità di una famiglia sbriciolata in cui la comunicazione è compromessa e come guastata dal dolore che ogni membro deve tenere a bada dentro di sé. Jack, in particolare, manifesta la sua difficoltà attraverso un gesto incongruo e piuttosto enigmatico che ripete di continuo, una sorta di tic: Jack si portò la mano al volto e rise. E’, questo coprirsi il volto e ridere, un moto d’imbarazzo e, insieme, d’incoercibile beffa. La cifra di Jack, quel riso. Il suo affrancamento dai lacci dell’amore, la forma della sua sottrazione. In questo esercizio di disobbedienza districandosi con l’agilità dell’anguilla. La verità è che Jack guarda da regioni remote dello spirito all’educazione e alla religione di padre e fratelli, ai loro convincimenti politici, alle loro regole sociali. Ama una donna di colore (per quanto di un amore avversato si tratti), da cui ha avuto un bambino e con la quale, a St.Louis, ha vissuto sfidando le leggi che vietano la convivenza lasciva. In fatto di fede, egli si dichiara uno scettico categorico. Dice: Quando ero piccolo credevo che il Signore fosse una persona che abitava in soffitta e pagava la spesa. Quella è stata l’ultima forma di credo religioso di cui sono stato capace. Legge i testi di DuBois, leader afroamericano della lotta contro la segregazione razziale, indagato dall’F.B.I. in quegli anni di caccia alle streghe del senatore repubblicano McCarthy. Alle elezioni politiche di quell’anno tiene per il candidato democratico, Stevenson, che per la seconda volta sarà battuto da Eisenhower. E forse proprio per tutto questo, gravato da un ben immaginabile senso di colpa, egli dichiara alla sorella: Sono proprio uno zero. L’espressione lo apparenta a quel Jakob von Gunten che, nel libro omonimo di Robert Walser, similmente afferma di sé: Io, come singolo individuo, sono uno zero. E ancora: Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora. (2) Dopo aver registrato una sconfitta definitiva, Jack Boughton abbandonerà, alla fine, casa e paese natali e tornerà a dannarsi l’anima sulla strada. Andrà in malora, come Jakob. In questo romanzo, come negli altri di Robinson, chi perde va sulla strada. La viandanza è la forma della defezione, o della elusione rispetto alla domanda delle istituzioni, in primis della famiglia. Un grande affresco, dunque, di vite irregolari, in transito. Catapultate dalla sorte nel disordine. Ci aggiriamo, nei libri di Marilynne Robinson, secondo il mio parere, nei pressi della vita e del cinema di Ingmar Bergman, anch’egli figlio di un pastore protestante. Al centro la complessità delle relazioni familiari, il sentimento di una colpa oscura da espiare.

  • (1) I romanzi di Marilynne Robinson sono tre: Housekeeping (1980), Gilead (2004) e Home (2008). Il primo tradotto da Delfina Vezzoli con il titolo “Padrona di casa” e pubblicato da Serra e Riva nel 1986; i secondi due tradotti da Eva Kampmann e stampati, con il titolo “Gilead” e “Casa”, nel 2008 e nel 2011, da Einaudi.
  • (2) Robert Walser, Jakob von Gunten, Adelphi 1992, traduz. di Emilio Castellani, citazioni di pag. 168 e di pag. 12.







pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 23 marzo 2014