Post factum: Un raid e un incendio contro un campo di romeni a Napoli

Domenico Pizzuti



Non basta l’indignazione e la denuncia del triste episodio del raid di cittadini napoletani della IV Municipalità contro le famiglie di Rom romeni abitanti da 8 anni il campo (350 circa) - attorniato e posto per una parte letteralmente sopra immondizie - in via del Riposo nel quartiere napoletano di Poggioreale, costretti alla fuga per l’aggressione e per la successiva devastazione dolosa con il fuoco. Si richiede una più attenta comprensione delle dinamiche degli attori in gioco, per verificare se ci sono delle ricorrenze.

Al di là delle motivazioni locali di questa aggressione - presunte molestie a una ragazza e successivi scontri tra giovani del quartiere e del campo – pesano pregiudizi secolari su i Rom che danno luogo a uno stigma su un’intera popolazione non violenta attestata dalla storia dei rapporti dei Rom con le società europee e dalle persecuzioni subite con emarginazione e esclusioni anche violente messe in luce da studi storici e antropologico-culturali.
In primo luogo le aggressioni ai campi Rom con il fuoco su motivazioni pretestuose (1999 a Scampia, 2008 a Ponticelli, 2011 a viale Maddalena Capodichino) sono rituali ripetitivi di espulsione di queste popolazioni da un territorio configurandosi come pogrom, pulizia etnica, e manifestano intolleranza verso il diverso e preoccupanti segni di razzismo da parte di ristretti gruppi di esagitati o sobillati per diversi interessi.
A ogni modo occorre chiarire che, specialmente nel caso dei romeni, negli anni 2000 non si tratta di nomadi ma di immigrati dal loro paese per fattori di espulsione dovuti alle condizioni economiche e sociali di emarginazione e esclusione di questi gruppi. Secondo le definizioni di Bauman e dello stesso papa Francesco si tratta della produzione di “scarti umani” nella globalizzazione e nel capitalismo selvaggio, letteralmente nel caso di via del Riposo abitanti tra le immondizie e come tali trattati dai vicini (c.f. Visita a un campo Rom. Quando i morti stanno meglio dei vivi, in domenicopizzuti.blogspot.it, 26 gennaio 2014).
Al di là dell’episodio pretestuoso richiamato, l’espulsione violenta, secondo la testimoninza di alcuni operatori, è il culmine di una situazione di tensione tra le due comunità quella vicina di Poggioreale e quella degli abitanti del campo, per produzione di rifiuti non raccolti, roghi notturni di materiali vari inquinanti, raccolta e riciclo di altri materiali.

In secondo luogo, al di là delle tensioni esistenti e della motivazione scatenante il raid, sul piano delle reazioni la considerazione ovvia è che la violenza è stata esercitata da cittadini napoletani e non dai Rom romeni del campo anche se non esenti da illegalità. Per quanto abbiamo potuto accertare di persona, gli occupanti erano giovani famiglie romene pacifiche che lottavano per la sopravvivenza in condizioni di degrado e di invivibilità e per i quali si poteva dire: ”Stanno meglio i morti dei vivi” in riferimento ai loculi del Cimitero dall’altro lato della strada.
Guardando le foto dello sgombero di donne e bambini con le loro povere masserizie, come a Padre Zanotelli, presente anche lui, anche a me viene da piangere. Perché è stata inferta una ferita a persone abbandonate e malviste per le loro condizioni e diversità. Ci commuoviamo per un cane abbandonato e pestato, e non per rom comunitari cacciati dai loro campi pretestuosamente o meno. E’ una vergogna, e viene da dire come nella Bibbia ”Il male ricada su chi l’ha compiuto”, ci si perdoni, per non ricorrere a maledizioni.

Al di là delle aggressioni e minacce che hanno indotto gli abitanti del campo all’abbandono del luogo, per certi versi, l’episodio più grave è stato il susseguente incendio doloso appiccato tutto intorno ai lati del campo nella notte di venerdì 14 marzo. Questa azione di ristretti gruppi di abitanti del luogo non solo si configura come aggressione ma in maniera reduplicativa, anche devastazione del suolo abbandonato per eliminare ogni residuo di presenza e tentativo di ritorno.
Una specie di rituale di purificazione.
Che tutto questo configuri un reato contro persone e cose è da accertare, come pure che si tratti di violenza criminale organizzata secondo una qualche regia e non solo a opera di qualche gruppo di facinorosi. In tutti casi si è trattato di una “giustizia fai da te”, di una risoluzione unilaterale e violenta dei conflitti, anche per i ritardi dell’azione dell’amministrazione comunale e la debole presenza delle Associazioni in loco, che certo non rafforza le prerogative statuali e di una civiltà non solo giuridica.

In terzo luogo, i rom romeni sono cittadini comunitari con diritti originari e riconosciuti dalla Comunità Europea secondo strategie di inclusione e hanno diritto alla difesa della loro incolumità e alla sicurezza di vita fin quando non commettono illegalità. E anche se questo dovesse accadere sono intollerabili le esplosioni di raid e pogrom per fare tabula rasa di un nucleo umano che dà fastidio.
Il torto è dalla parte di chi lo compie, e sono da accertare le responsabilità. Ci auguriamo di non dover più vedere le processioni di auto e pulmini che abbandonano i campi, come nel maggio 2008 dopo l’assalto con bombe molotof dei campi abitati da romeni di Ponticelli.
Da questo punto di vista le Istituzioni locali non possono essere neutrali fomentando l’intolleranza o mediare tra Istituzioni e gruppi di cittadini che non hanno rispetto per la sicurezza e l’incolumità dei cittadini italiani e comunitari e dei diritti riconosciuti.
Rimane il problema della loro regolarizzazione con l’acquisizione del permesso di soggiorno, che secondo le leggi vigenti non risulta facile avere per mancanza di requisiti, per esempio il lavoro.

In quarto luogo, per quanto riguarda gli attori Istituzionali (Amministrazione comunale, Municipalità), l’aspetto più preoccupante riguarda l’atteggiamento ambiguo e riteniamo populista del Presidente della IV Municipalità in amplificazione di recriminazione dei residenti nei confronti dei Rom. In seguito all’ordinanza di sgombero del campo in data 29 gennaio da parte del Comune di Napoli per gravi motivi igienico-sanitari, l’assessore alle politiche sociali -anche per sollecitazione del “Comitato campano con i Rom”- aveva avviato un percorso virtuoso con la consultazione, in Comune, dei rappresentanti degli abitanti il campo, per individuare un sito alternativo non lontano dal campo occupato.
Quando il sito di proprietà comunale era stato individuato con l’accettazione dei rappresentanti del campo, la sera dell’11 marzo si è verificato il raid di circa cinquanta facinorosi con aggressioni alle persone e alle baracche che ha portato, il giorno dopo, per paura, all’esodo dal campo delle famiglie.
In contrasto con il vicesindaco, il presidente della Municipalità si è fatto avanti il mattino dopo per inviare le ruspe e bonificare l’area ma è stato fermato perché la competenza dell’operazione apparteneva ai servizi comunali.
Ci si può interrogare se il Comune di Napoli e l’assessore alle politiche sociali fossero al corrente delle tensioni tra residenti e abitanti del campo di cui si faceva megafono il presidente della Municipalità e della possibilità di raid da parte di facinorosi per la notizia, forse circolata, della sistemazione dei rom romeni in un altro sito della stessa zona.
Tutto fa pensare non a una azione violenta scoppiata all’ultimo momento, ma a una azione criminale organizzata secondo una regia per “cacciare” definitivamente i rom romeni dal territorio con una “giustizia sommaria”.
L’incendio doloso è stato chiaramente condannato dal sindaco di Napoli, dal vicesindaco e dall’assessore alle politiche sociali perché “oltre a essere un atto moralmente inaccettabile, rende le operazioni da noi disposte più difficili e costose”.

In quinto luogo, una riflessione riguarda la presenza operativa o meno di Associazioni sul campo che non richiamiamo in questo luogo per non tralasciarne nessuna e in particolare il “Comitato campano con i Rom” raggruppante alcuni gruppi e associazioni per una azione volontaria di advocacy a favore dei rom, che in seguito all’ordinanza di sgombero aveva preso contatto con gli abitanti del campo e, ignaro di quanto stava preparando si era riunito il martedì 11 per accompagnare il percorso di nuova sistemazione degli abitanti del campo.
E’ chiaro che si evidenzia una frammentazione e mancanza di comunicazione tra le varie Opere, comunità e associazioni, che operano a Napoli pro Rom, e l’esigenza di convenire insieme per più efficaci interventi al di là distintivi o progettualità varie.

Infine, senza entrare nel merito delle politiche sociali da mettere in atto, dal Comune partenopeo, secondo la delibera del marzo 2013, in attuazione della “Strategia nazionale di inclusione dei Rom dei Sinti e dei Camminanti - Attuazione Comunicazione Commissione Europea n.173/2011” (UNAR 2012) - riteniamo ci sia, nelle istituzioni e nella città un forte e forse comodo ritardo culturale. Oltre alle ruspe per eliminare il degrado territoriale e abitativo del campo di via del Riposo, è urgente una bonifica sociale per estirpare dalle menti e dai comportamenti le radici dell’intolleranza e del razzismo e promuovere una cultura efficace dell’accoglienza” (Lettera aperta al Sindaco De Magistris, in domenicopizzuti.blospot.it, 14 marzo). Nello stesso tempo, riteniamo si debba perseguire anche la via della denuncia dei reati alla Magistratura e a tal riguardo è stata presentato dall’Associazione Chi rom... e chi no un esposto alla Procura della Repubblica di Napoli contro le aggressioni, contro la strumentalizzazione politica della locale Municipalità e contro gli inadempimenti dell’Amministrazione comunale napoletana.

Non vorremmo, per quanto ci riguarda, alla fine della vita doverci vergognare di questa città non solo anomica ma pure intollerante.

POST FACTUM: E’ la situazione di questi rom romeni che hanno dovuto abbandonare forzosamente il campo senza indicazione di un alternativa da parte delle autorità comunali, e si sono riversati prevalentemente nei due campi di via delle Brecce a Poggioreale secondo relazioni parentali, accrescendo il disagio di questi campi tollerati.

Domenico Pizzuti è un sacerdote e un sociologo attivo a Napoli. Fa parte della comunità dei gesuiti impegnata da molti anni sul territorio di Scampia.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica emergenza di specie il 21 marzo 2014