Il Futuro del mondo passa da qui

Alessandra Papa



Un libro, un documentario, cento foto, tanti contributi diversi. Siamo a Torino, sulle rive dello Stura, nel punto in cui il torrente si unisce al fiume Po. Il centro della città dista 5 chilometri, il quartiere è Barriera di Milano. Una periferia non così remota, un territorio che potrebbe essere sotto lo sguardo di tutti. Invece, resta nascosto, abbandonato, e solo un occhio attento coglie la vita che si muove tra le sponde.

Il Futuro del mondo passa da qui è il nome, altisonante, di un libro edito da Scritturapura. S’intitola così anche il documentario allegato al volume, e – soprattutto – un osservatorio, nato in maniera spontanea, che vuole dare voce a un luogo particolare.

Tutto nasce da una fotografia scattata dal ponte di strada Settimo da Andrea Deaglio, lo colpisce lo scenario che si trova di fronte: la natura lungo il fiume, ruderi di archeologia industriale, uccelli migratori. Scatterà altre foto dalla stessa posizione all’ambiente che intanto cambia con le stagioni, fino a che si rende conto che sulle rive succedono diverse cose.
Sulle rive dello Stura, da una parte c’è il cosiddetto Tossik Park, il più grande mercato a cielo aperto di droghe. Sull’altra sponda un accampamento rom che a oggi conta circa 800 abitanti, tra rom e rumeni. Poco più avanti gli orti coltivati dagli anni Sessanta da ex operai Iveco che decisero di attraversare la strada e rendere quel posto il proprio giardino. Si contano oggi circa 150 orti. Andrea Deaglio decide quindi di girare un documentario che inizia nel 2007 e sarà poi presentato al Torino Film Festival nel 2011 e premiato a Parigi al Cinéma du Réel (2011). Nel frattempo si crea un’associazione, FMPQ (sigla del nome del progetto) e nel 2009 nasce l’idea di attivare un osservatorio web e di lavorare quindi a un progetto dal valore documentale.

Il libro, pubblicato pochi mesi fa, raccoglie una selezione di materiali prodotti negli ultimi due anni: foto, illustrazioni, osservazioni di antropologia, biologia, urbanistica, racconti e diari di chi vive la zona. Nessun giudizio, solo documentazione di quello che è, è stato e sarà di quel luogo, ovvero due chilometri in linea d’aria da ponte a ponte.

Cito solo alcune delle cose che è possibile leggere o ammirare sfogliando il libro.
C’è la descrizione lucida del territorio, dell’ambiente fluviale e la sua natura che, nonostante tutto, continua ad accogliere l’airone cenerino o il nibbio bruno. Ogni anno, in primavera, passano di qui prima di tornare in Africa.
C’è il racconto surreale, scritto per il progetto da Gaia Rayneri, di una famiglia la cui casa viene lentamente pervasa da acqua e sabbia.
C’è il diario di Frida, un racconto in prima persona, crudo e per questo struggente, della propria tossicodipendenza.
C’è il reportage, fatto dai testi di Antonio Castagna e dalle foto di Federico Botta, costruito dopo due notti trascorse insieme a un gruppo di rom per raccontare il loro lavoro.

Mi piace riportare qui l’incipit e un estratto di questo testo, che restituisce bene lo sguardo più generale tenuto dal progetto:

«Dice che i rom non lavorano. Quando li incontri in giro che chiedono la carità effettivamente non danno l’impressione di grandi lavoratori. Dice che sono nomadi, che si spostano sempre. Dice che non vanno a scuola e che vivono in campi improvvisati, sporchi e disordinati. Che hanno una struttura sociale dove c’è il capo villaggio dominante e gli altri obbediscono, altrimenti vengono puniti, che le donne e i bambini sono sfruttati e mandati in giro a chiedere l’elemosina. Si dicono un sacco di cose sui rom, quasi tutte vere, perché i pregiudizi hanno questo merito, di dire anche cose vere.
La maggior parte dei rom del campo abusivo di Lungo Stura Lazio a Torino va in giro per cassonetti alla ricerca di oggetti che abbiano ancora valore, e li rivende al mercato del Balon che comincia a mezzanotte del venerdì e si conclude il sabato verso ora di pranzo. Per accedere al mercato devono andare il mercoledì mattina a prenotare una piazzola, pagando una quota di 9 euro.
Insieme a Federico Botta e Annalisa Allione li abbiamo seguiti in tutti i loro momenti, al momento della prenotazione, quello della raccolta dai cassonetti, quello del carico della merce al campo, l’arrivo al Balon, la vendita.
Le foto restituiscono un momento corale, appaiono diverse persone, con alcune delle quali abbiamo chiacchierato e tratto materiale per il racconto. Ringraziamo in particolare Cristian, Cristi, Cusmin, i due Marius, Ovidio e Gigel, che è stato anche il nostro punto di riferimento al campo, il proprietario dell’auto con cui la merce viene portata al Balon.

Gigel ha tre figli, ed è colui che ha scoperto l’esistenza del Balon nel 2009, grazie a una segnalazione di sua moglie Anika. È da quel momento che quello è diventato un luogo dove rivendere la merce, prima di allora Anika andava a chiedere l’elemosina, ora non più.
Le foto che riguardano la raccolta dai cassonetti ritraggono Ovidio in missione a Venaria, la mattina del 6 luglio 2011. Fotografare la raccolta non è stato facile, avevamo provato a prendere altri appuntamenti con alcuni di loro, ma poi non si facevano trovare. La moglie di uno di loro ci ha confessato che un po’ si vergognano a farsi vedere.

Abbiamo fotografato anche Darius, in effetti, uno dei figli di Gigel, la mattina del 10 maggio, ma anche lui si vergognava e ci ha portati a spasso per qualche ora senza trovare nulla, fingendo di cercare nei cassonetti, mentre in realtà era impegnato a scambiarsi sms con la fidanzata. Darius ha 15 anni, è uno dei figli di Gigel, i capelli pettinati con la brillantina e vorrebbe un paio di Nike nuove ai piedi.
Ovidio ha 24 anni, è sposato e ha due figli di 3 e 5 anni. La più grande da quest’anno andrà alla scuola materna, l’altro, il piccolo, vedranno se riuscirà a entrare in graduatoria. Vive in Italia dal 2006, prima di mettersi a cercare da vivere tra i rifiuti lavorava presso una ditta di traslochi. È disoccupato dal 2009.

***

23 aprile 2011
Arriviamo al campo percorrendo il Lungo Stura, dopo il benzinaio Agip sulla sinistra si apre una stradina di sassi e terra ricavata rimuovendo gli arbusti che crescono lungo il fiume.
Sullo sfondo le baracche del campo già illuminate. È quasi l’una di notte. Un topo grande come un coniglio cresciuto in cattività ci attraversa la strada portando in bocca qualcosa di chiaro, sembra un cubetto di gomma piuma, ma non riesco a essere più preciso. Accelero, mi piacerebbe metterlo sotto le ruote, ma la strada è malandata e lui sembra conoscere alla perfezione il ritmo da tenere perché possa passare sotto la macchina senza che le ruote lo schiaccino.
Non molla il cubo di chissà cosa che tiene in bocca, niente panico, passiamo in due sembra dire, tu con il tuo Doblò, io con il mio pezzo di cibo, ammesso che fosse cibo.
Gigel ci accoglie nella sua casa, una baracca di travi, assi di legno, vecchie porte e finestre complete di vetri, teloni pubblicitari a riparare il tetto dalla pioggia, linoleum recuperato chissà dove a terra. È asciutta e non fa freddo, l’inverno è stato mite e ormai siamo in primavera inoltrata. Sul fuoco un tegamino colmo di caffè, zuccherato all’inverosimile. Tra i fornelli e i mobili della cucina ha infilato la testa l’agnellone destinato ad allietare la domenica di Pasqua. È spaventato, ma non si lamenta. Gigel è preoccupato, la settimana successiva, subito dopo Pasqua, partirà con la famiglia per tornare in Romania per un periodo. Pensava stanotte di fare i soldi che bastano per fare il viaggio, ma se piove niente Balon e niente viaggio.
Arrivano Cristi e Marius. Le finestre del campo sono tutte illuminate, sono tutti pronti per andare al mercato, ma la pioggia rinforza.
Nel magazzino dove Gigel tiene la merce da portare al mercato ce ne stiamo seduti ad aspettare che spiova. Marius dice “niente soldi, niente Pasqua”, Gigel sorride e dice che mangeranno le suole della scarpe, e ridono, e anche noi ridiamo, e però siamo preoccupati per loro.

Ogni volta che faccio un passo fuori osservo i topi che passeggiano, a gruppi di 3 o 4. “Gigel, ma come fate con i topi?” e Gigel ha alzato le spalle. Dopo un po’ è come se anch’io avessi alzato le spalle, ogni volta che alzo lo sguardo i topi ci sono, e non c’è niente da fare. Sto solo attento a non trovarmeli tra i piedi all’improvviso, temo di fare un balzo di paura e schifo, di fare brutta figura con i nostri ospiti, di risultare inadeguato. Nel campo non ci sono acqua corrente né servizi igienici, mentre l’elettricità la distribuisce Gigel con il gruppo elettrogeno che produce un ronzio continuo per tutto il giorno. I rifiuti sono dappertutto, a fianco alle baracche, sulla riva del fiume, tra le baracche e il viale Lungo Stura. I topi hanno trovato un formidabile habitat in simbiosi con gli abitanti delle baracche.
Spiove, Cristi gira il Voyager di Gigel, passiamo davanti alle baracche di Marius a caricare la sua merce, dalle baracche accanto sbucano fuori anche Cusmin e un altro Marius, cognato del primo.
L’auto di Gigel è piena e si parte per un primo viaggio.
All’una del mattino al Balon ci sono solo un paio di ombrelloni di marocchini e poche ombre che si aggirano. Dario, 50 anni circa, responsabile dell’Associazione Balon, ci accoglie e ci presenta agli addetti all’ordine pubblico, siamo autorizzati a fotografare e ci rassicura. Dice che con i rom non ha mai avuto problemi, pagano la loro piazzola in anticipo, si presentano puntuali, non gli è mai capitato che qualcuno riconoscesse sulle loro bancarelle merce rubata.
Mentre scarichiamo ricomincia a piovere, ammassiamo i sacchi e li copriamo con un telo impermeabile. Gigel e Cristi tornano indietro per un altro viaggio.
Sotto un albero ci ripariamo dall’acqua, comincia a fare fresco, ci saranno 15 gradi. Cusmin e i due Marius scherzano tra loro e con un ragazzone di Bucarest che ogni sabato mattina viene a scambiare due chiacchiere con i suoi paesani. Non è un rom e ha un lavoro regolare, magazziniere all’outlet di Armani di Settimo Torinese, dove lavora anche la moglie, che fa la sarta. Dice che dorme poco, e poi viene anche per comprare qualcosa da mandare ai suoi in Romania. Si chiama Marius pure lui.
Cusmin e i tre Marius parlano in rumeno, di tanto in tanto traducono qualche storia in italiano, si raccontano di un telefono cellulare che non funzionava venduto per buono, di un cliente che ha reclamato ma che in effetti non ricordava più chi di loro gli avesse rifilato la fregatura, e così gli era andata bene. Ridono, e scrutano il cielo preoccupati. Un paio di marocchini approfittano dei loro grandi ombrelloni per esporre la merce, intorno si muovono gruppi di uomini e donne che smuovono mucchi di abiti alla ricerca di modelli e taglie da acquistare. È l’una e mezza del mattino e non pensavo che ci potessero essere in giro già dei clienti. Alcuni di questi sono commercianti marocchini e italiani, che comprano per poi rivendere; sono specializzati, alcuni cercano solo abiti e scarpe, altri borse e accessori, altri roba vecchia o antica. Ci sono anche semplici acquirenti, arrivano con gli zaini vuoti, oppure con borsoni. Quando la pesca è grossa non hanno difficoltà a trovare altri borsoni in vendita a 1 o 2 euro.
Continua a piovere. Un ragazzo arabo ha trovato un bel pallone di basket e nelle piazzole semivuote Marius, Cusmin, il ragazzo arabo e un africano di colore fanno quattro passaggi. Appena la pioggia si fa lieve Marius, il ragazzo di Bucarest, convince gli altri a svuotare i sacchi e cominciare a vendere. Gigel racconta che da quando vengono al Balon a vendere per loro va meglio, perché anche la polizia li lascia in pace. Pagare la piazzola significa essere registrati, avere i documenti in regola, e questo li rende più controllabili, ma anche più protetti dall’arbitrio. Ora sono rispettati, perché sono tranquilli, pagano sempre, e stanno bene.
Con Cristi e l’auto di Gigel è arrivato Cristian. Ha un giubbotto arancione, baffi curati e una faccia gentile. Ora sono le 3 del mattino e la piazza è piena di acquirenti, nel frattempo arrivano i venditori di mobili e occupano la piazzetta a fianco con letti, armadi, cucine, scaffalature varie.
Gigel e sua cognata occupano un bel pezzo di marciapiede, Cristian è poco distante, i due Marius e Cusmin sono a metà del lungo marciapiedi. Marius è riuscito a vendere una fotocamera digitale ancora dentro il suo scatolo, con tanto di caricabatteria. Gliel’hanno pagata solo 20 euro, ma era rascat, “bruciata”, ride. Suo cognato è alle prese con la vendita di un mucchio di 33 giri, ci sono Bob Dylan, De Gregori, Masini, per 25 euro ne cede 18 a un ragazzo che si aggira insieme a suo padre.
Arriva una Almera station-wagon, si ferma in mezzo alla strada, è colma a scoppiare di merce, ma dentro si intravedono nel buio dei corpi. Escono 6 ragazzi e ragazze rom, poi dal portabagagli ne emergono altri 2. Con la merce che hanno trasportato fanno 2 banchetti, completi di biciclette e oggettistica varia.
I rom li individui dall’odore che fanno, è l’odore dolciastro di umanità che non fa la doccia. Alzi lo sguardo e trovi qualcuno di loro che sistema la merce, che vende, che presta attenzione a non farsi rubare. È strano osservare i rom che si difendono dai ladri, fa contrasto con la loro fama. Al mercato però sono soprattutto i marocchini a fare sparire la merce, arrivano in branchi, si passano la merce di mano in mano, e qualcosa resta appiccicato fra le loro dita. I rom stanno attenti, ma è una partita impari dove quelli del campo sembrano avere messo in conto che devono accettare delle perdite».

Infine, voglio citare le foto raccolte in questo libro, numerose, belle, diverse per stile. Ritraggono il fiume, la gente che ci vive, i rom, i contadini, la droga. Una galleria di scatti è disponibile sul sito fmpq.it, lo spazio web dell’osservatorio, che raccoglie altre informazioni sul progetto, il libro, il film, nuovi racconti e suoni. Tutto questo lavoro è autoprodotto, a parte un piccolo contributo ricevuto dalla Regione Piemonte per la pubblicazione del volume.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 1 luglio 2012