Intervista a Philipp Meyer

Silvio Bernelli



Il figlio è il secondo romanzo di Philipp Meyer. Pubblicato in Italia dall’Einaudi nella traduzione di Cristiana Mennella (pp. 546, 20€; qui un estratto del libro), è un lavoro potente e ben calibrato. Philipp Meyer è un americano di 38 anni con la faccia da quarterback in una squadra di football del college. Nel corso della lunga intervista avrà la gentilezza di riempire d’acqua diverse volte il bicchiere del sottoscritto.

Il figlio racconta gli Stati Uniti attraverso le vicende della famiglia texana McCullough. Lei pensa che ciò che è accaduto in Texas dal 1850 ai giorni nostri sia il paradigma della storia del suo paese?

Il Texas è certamente il paradigma di una parte degli Stati Uniti: violenta, indipendente, autosufficiente. È una visione culturale che noi stessi americani abbiamo del Texas. Ed è così anche che questo Stato è considerato nel resto del mondo. Potremmo dire che il Texas è uno degli estremi della società americana. Gli altri, anche se meno caratterizzati, potrebbero essere la California e New York. Ma il Texas è il perfetto esempio del modo in cui gli Stati Uniti sono nati: prendi la terra, prendi la terra, prendi la terra. Ed è sempre il Texas lo Stato dove c’è stata per più anni la frontiera aperta, dove più a lungo si è combattuto gli indiani, ed è anche dove si è trovato più petrolio.

Al centro del suo romanzo c’è Il Colonnello. Rapito dai Comanche da giovane, poi ranger, combattente della Confederazione durante la Guerra Civile, ranchero, petroliere. Da dove le è venuta l’ispirazione per questo personaggio? Nella sua spietatezza Il Colonnello McCullough sembra l’opposto dello struggente Colonnello Sartoris di molti racconti di Faulkner…

Sì, lo è, e certamente pensavo a Faulkner e Sartoris mentre scrivevo questo libro. Il Colonnello è il più autentico dei personaggi di Il figlio. Il punto principale è che quando si racconta una storia i personaggi devono essere credibili. E sotto questo punto di vista Il Colonnello ha vissuto esperienze che molti degli americani del secolo scorso hanno vissuto. In fondo è un personaggio molto comune. Infatti era facile essere rapiti dagli indiani e crescere con loro, in quel periodo. E poi, pochi decenni dopo, era facile trovare il petrolio sulle terre del proprio ranch e diventare ricchissimi. Esistono due tipologie dominanti di pensiero negli Stati Uniti. Per quella incarnata da John Wayne nei film western, ad esempio, gli Stati Uniti erano un enorme territorio vuoto dove, a parte qualche indiano isolato, non c’era proprio nessuno. Quindi la conquista dell’America del Nord per questa gente è stata soprattutto l’occupazione di un enorme territorio dove le uniche guerre sono state combattute contro gli orsi. Poi c’è tutto un altro modo di guardare la storia, che di solito viene ignorato, che è in realtà come sono andate veramente le cose. Gli Stati Uniti sono un paese abitato da decine di migliaia di anni, lo dimostrano i reperti storici, e quindi è ovvio che ogni singolo centimetro di questo spazio è stato conquistato con la forza. E diversamente da quanto è successo con l’Impero Romano, che era stato costruito con la forza di un esercito regolare, negli Stati Uniti il territorio è stato strappato agli indiani dai coloni, i piccoli proprietari terrieri, la middle class dell’epoca. L’esercito americano stava sempre cento miglia indietro, alle spalle dei pionieri che si insediavano sulla frontiera. E anzi, quando si scontrava con le tribù indiane spesso perdeva. È stata la middle class a sterminare gli indiani ed è proprio questo fenomeno che spiega la violenza odierna della società americana.

Il romanzo è costruito alternando le voci del Colonnello, del troppo umano figlio Peter e dell’ultima discendente dei McCullough, la ricchissima Jeannie. Perché ha pensato a questi due personaggi?

Peter e Jeannie rappresentano un po’ il mio subconscio, che di solito è più avanti rispetto alle cose che mi succedono. Infatti all’inizio avevo pensato di far raccontare la vicenda dei McCullough da undici personaggi diversi, poi dopo un paio di anni di lavoro ho scelto questi tre e ucciso tutti gli altri.
Jeannie è l’occhio della modernità, è il Texas contemporaneo. Jeannie ha uno sguardo molto disincantato sul passato. Sa che deve la sua ricchezza a eventi molto cruenti che sono accaduti prima che lei nascesse, sa che i pionieri sono stati dei colonizzatori feroci, ma vede anche gli aspetti positivi della vicenda. È a loro in fondo che si deve la ricchezza degli Stati Uniti.
Peter è la voce morale del romanzo e c’erano molte persone come lui che vivevano sulla Frontiera, in mezzo alla violenza. Ho visto che qui in Europa è Peter il personaggio del romanzo in cui la gente si riconosce più facilmente. È filosofico, ha degli scrupoli, si pone delle domande morali. Negli Stati Uniti invece viene sbrigativamente ritenuto un debole e la gente semplicemente non gli si affeziona. Là l’attenzione e l’ammirazione sono tutte per il personaggio più duro, Il Colonnello. La critica letteraria europea e americana hanno reagito a questi due personaggi allo stesso modo dei lettori. E anche sul piano dell’analisi del testo la critica si è comportata in modo diverso negli Stati Uniti e in Europa. In America il focus è sulla trama, sull’intreccio degli avvenimenti, in Europa sui problemi filosofici e politici posti dalla storia, sul senso morale del romanzo.

Al senso di morte che aleggia su tutto il libro si contrappone la vitalità estrema, indomabile dei suoi protagonisti. Non teme che così alla fine si possano giustificare anche i loro atti più malvagi?

L’artista ha il dovere di essere accurato e la verità è che nella vita ci sono davvero poche persone esclusivamente malvage. Le persone che fanno grandi cose nella vita, e questo lo vediamo continuamente nella storia, spesso sono come Jeannie o Il Colonnello. Non sono insomma Hitler, che è la vera incarnazione del male. Spero comunque attraverso Jeannie e Il Colonnello di essere riuscito a dare una certa tensione strutturale al romanzo, soprattutto dando voce a ciò che tutti e due pensavano da giovani al confronto con le loro considerazioni alla fine del libro, da vecchi. Spero in un modo o nell’altro di essere riuscito a fare in modo che i lettori prendessero le loro parti, perché soprattutto per quanto riguarda Jeannie e la storia americana, è sempre interessante sviscerare, approfondire che cosa significa avere potere, quanto mentalmente bisogna essere forti per gestirlo e proteggere te e la tua famiglia, qual è la linea di demarcazione tra le azioni che si compiono e la possibilità di giustificarle nel momento in cui ci si ritrova a combattere contro tutti. Ho anche preso in considerazione fino a che punto ci debba essere protezione nei confronti di se stessi e i propri cari e quando questa stessa protezione diventi un’ingiustizia nei confronti del prossimo. Attraverso questa visione credo di essere riuscito a essere veritiero nei confronti dei miei personaggi e nei confronti del mio romanzo, che altrimenti sarebbe stato un’enorme bugia. D’altro canto è chiaro che nella storia del mondo chi ha compiuto grandi imprese si è trovato a scendere a patti con il problema della verità, di fino a che punto ci si può spingere. Naturalmente poi la storia è sempre raccontata dai vincitori, ma volevo che Il Colonnello e Jeannie, che sono gli eroi di Il figlio, ritenessero sempre di comportarsi correttamente rispetto ai loro codici etici. Su questo si può essere d’accordo o in disaccordo, naturalmente.

In un paio di punti del libro lei cita un preciso passaggio di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, quello dei Comanche vestiti con cappelli a cilindro e abiti da sposa. È un omaggio a un autore che l’ha influenzata?

Sì, certo. Ho letto a lungo Cormac McCarthy. Oggi negli Stati Uniti è uno dei pochi, forse l’unico grande scrittore “di stile” vivente, anche se chiaramente il suo stile discende direttamente da William Faulkner. E con McCarthy viene fuori il problema di ciò che accade quando ci si confronta con un mito letterario, che è esattamente ciò che McCarthy rappresentava per me quand’ero uno studente di college. Meridiano di sangue è secondo me il suo capolavoro, il libro che davvero resterà. Ma la scena citata, quella dei Comanche abbigliati con gli abiti da sposa e i veli bianchi trasparenti, così come è scritta fa pensare che i Comanche si vestissero sempre così. Invece c’è una sola volta nella storia in cui è documentato che i Comanche si siano vestiti in un modo così assurdo. È stato nel 1843 dopo una scorreria nei territori dei coloni, in Texas. Avevano attaccato e rapinato un grosso magazzino pieno di abiti appena arrivati da New York e destinati ai pionieri. I Comanche avevano indossato quegli abiti da sposa e quei cilindri da gentiluomo proprio in segno di spregio nei confronti dei bianchi che non erano riusciti a fermarli. Si trattò insomma di una presa in giro. Quando lo scoprii, facendo le ricerche per questo mio libro, è stata fonte di rammarico sapere che il mio idolo McCarthy si era preso una libertà che non mi sarei preso. Questa immagine dei guerrieri Comanche che cavalcano travestiti da spose, urlando, è molto bella e potente, ma tende a farli sembrare diversi da come erano nella realtà. Lascia credere che si fossero vestiti a quel modo perché non sapevano come indossare gli abiti da sposa con il velo e gli altri abiti e accessori così particolari. Ovviamente invece i Comanche lo sapevano benissimo. In questo particolare caso credo che McCarthy abbia sbagliato. Del resto, sempre in Meridiano di sangue, c’è una lunga scena ambientata sulla strada per San Antonio, in Texas, in cui il protagonista è sfinito, rischia di morire per l’assenza di cibo e acqua. In realtà, nel 1800 quella era una zona ricca di sorgenti e alberi ad alto fusto che pullulava di selvaggina. Anche questa è una licenza letteraria che personalmente preferisco non prendermi. Detto questo, considero Cormac McCarthy una grande influenza letteraria, anche se non sono d’accordo su questi dettagli e sulla sua visione generale dell’umanità. Troppo cupa, troppo pessimistica. È interessante descrivere la violenza di noi esseri umani ma anche il nostro amore, la nostra compassione.

Conosce lo scrittore portoghese António Lobo Antunes? Nel suo romanzo In culo al mondo c’è uno sguardo sulla violenza umana simile a quello di Cormac McCarthy…

Lobo Antunes l’ho scoperto quando sono andato in Portogallo nel 2011, il suo editore mi ha regalato alcuni suoi libri dicendomi: “questo scrittore ti piacerà”. E in effetti mi piace parecchio, molto di più di Saramago, per fare un esempio con un altro scrittore di quel paese. Credo che un giorno anche Lobo Antunes possa vincere il Premio Nobel per la letteratura, glielo auguro.

Tra gli scrittori americani della sua generazione quali considera più vicini?

Dopo l’uscita di Ruggine americana, il mio primo romanzo, decisi di smettere di leggere ciò che leggevo di solito: Joyce, Faulkner, Virginia Woolf e gli altri grandi autori del passato che mi avevano influenzato. Mi misi a leggere autori contemporanei. Il problema con cui mi ritrovai a confrontarmi è che, almeno per la letteratura anglofona, è uno strano momento. Negli ultimi 50 anni il campo è stato dominato dalla letteratura post-moderna, anche grazie al fatto che i critici americani più importanti l’hanno sostenuto e difesa. Ma oggi gli strumenti che la letteratura post moderna ci ha dato sono un po’ consumati. Vanno messi nella grande borsa degli strumenti insieme a quelle dei movimenti letterari che l’avevano preceduta. Quindi se devo guardare a qualche scrittore, a parte Cormac Mc Carthy che non è della mia generazione, non sono molti quelli che sento vicini a me. Uno con cui credo di essere in sintonia è Kevin Powers, l’autore di Yellow birds (n.d.a, pubblicato dall’Einaudi nel 2013 nella traduzione di Matteo Colombo). Lo ammiro e credo che il mio tentativo stilistico di scrittura sia affine al suo.

Ora sta lavorando a un nuovo romanzo? Che cosa racconterà?

Spero di metterci tre e o quattro anni a scriverlo, non posso dirne ancora molto, ma so già che sarà diverso da Ruggine americana e da Il figlio. Ho deciso di abbandonare quel “realismo modernista” e posso anticipare che il nuovo romanzo sarà improntato a una sorta di “realismo magico”. Spero possa venire fuori un libro dove la mia scrittura incontra quella di Italo Calvino e Gabriel García Márquez. Con rispetto parlando, naturalmente.


Alcune parti di questa intervista sono state pubblicate sul quotidiano L’Unità il 12 marzo 2014.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 15 marzo 2014