Il Figlio

Giovanni Spadaccini



PADRE: da bambino, al primo sole, nell’ora in cui i genitori ancora dormono, io facevo la vacca.

Fare la vacca, nel linguaggio di me bambino significava: a terra, indosso solo la casacca del pigiama, camminare per la stanza a quattro zampe con tutta la roba innocente di fuori. Con il buco per aria attendevo il mio fecondatore.
Fare la vacca consisteva essenzialmente in questo poco: l’attesa del seme. L’attesa del riempimento di me.
Sorto il sole la vacca dileguava e restava il bambino che era il figlio.

Più tardi, quando la vacca non era più un rito, il seme è arrivato, come dolore. E nel dolore la vacca si è accontentata. Nel dolore la vacca ha gioito la sua duplice gioia: nel dolore la vacca ha gioito: nella gioia la vacca si è straziata.

La vacca ha preso la forma del male del cancro e, da lì, dal pertugio tondo del cancro, ha gioito. la vacca è stata felice del pertugio del cancro e ne ha mangiato, e la vacca è diventata, cibandosi del cancro, un cancro immangiabile, un cancro d’amore. un cancro a cui io, non la vacca, ho dato nome, ho dato volto, ho dato foggia, ho dato capelli, ho dato unghie, ho dato addome, ho dato sangue - e nel cancro la vacca era la vacca e gioiva.

lo stato di nascita.

quando la vacca si è congiunta a me nella forma del cancro, io ho provato dolore. ma la vacca no, non ha provato dolore la vacca congiunta con me nella forma del cancro. la vacca ha goduto di quella forma del cancro, ha goduto della forma che si era trovata dentro di me: in quella forma terribile la vacca ha goduto.

finché la notte - nessuno di noi era più bambino e la vacca si pasceva del mio sangue - io con il ventre ho spinto. e insieme al lordume non è uscita la vacca come speravo, ma un pianto, ed era il ventre della vacca che aveva ragione su di me. era il ventre della vacca nella forma del cancro che aveva avuto ragione di me e ora piangeva. piangeva perché era nato il figlio della vacca e del bimbo. piangeva perché era nato.

il figlio della vacca e del bimbo piangeva e cresceva. e nel crescere abbandonava il pianto. ma il servo della vacca nella forma del cancro, io nella forma di servo della vacca nella forma del cancro, non ho sentito mai il pianto. non ho sentito mai il pianto, ma solo il lamento. il lamento che ha chiesto e preso, il lamento che ha dato senza dare e il lamento che ha ucciso senza ferire.

FIGLIO: io figlio della vacca nella forma del cancro non ho parole per me. il padre e la vacca hanno rubato tutto, e tenagliato la mia lingua alla radice. a me è rimasto il canto. canto d’impossibile figlio. canto d’inconcepibile parto.

nella mia lingua non c’è visitazione. ogni visitazione è un cancro, e ogni cancro è l’incontro del padre con la vacca.

il mio ventre è senza ombelico e di ogni cosa domando ragione. il mio ventre è impossibile per il pensiero e non c’è ragione del mio ventre.

PADRE: il suo ventre senza ombelico è il contrassegno della vacca. il suo sesso senza seme è la sconfitta della vacca. non c’è canto per lui e la parola gli è di vergogna.

FIGLIO: solo il canto è per me, anche se la parola mi è di vergogna. solo il canto è senza cancro e senza vacca per me, poiché tutto il resto mi è di vergogna. l’educazione mi è di vergogna, l’alfabeto mi è di vergogna, la sintassi che mi tiene lontano mi è di vergogna, l’età mi è di vergogna, il volto mi è di vergogna, il corpo mi è di vergogna, la voce impossibile mi è di vergogna, la vacca e il padre mi sono di vergogna.

PADRE: la vacca è uccisa dal suo seme malato. la vacca ha ammalato me e il suo seme sterile e morto.

ma io sono nel suo seme morto.

io sono nel suo seme morto ed è il luogo del mio riconoscimento. e tuttavia non sono morto al grado in cui lo è lui, figlio mio e della vacca nella forma del cancro. il mio seme è inutile per la donna ma forte per la vacca che con me si è unita. io sono morto nel mio seme perché la forma del cancro mi ha mangiato. ma non morto come il mio figlio nato dalla forma del cancro.

e gli insegno a far di conto. e gli insegno a capire la radio. e gli insegno i nomi dei colori. e gli insegno i nomi degli alberi longevi e di quelli che non invecchiano e di quelli che muoiono dopo la primavera. e gli insegno le lettere del giornale e del libro dei libri. gli insegno le lettere dei giornali e dei libri di poesia.

FIGLIO: la vacca mi insegna a far di conto. e mi insegna a capire la radio. e mi insegna i nomi dei colori. e mi insegna i nomi degli alberi longevi e di quelli che non invecchiano e di quelli che muoiono dopo la primavera. e mi insegna le lettere del giornale e del libro dei libri. mi insegna le lettere dei giornali e dei libri di poesia.

PADRE: ma lui dice che glieli insegna la vacca.

lui dice che il suo canto è il canto della morte della vacca che gli insegna tutto. ma non può sapere niente perché è privo d’amore e assurdo e inconcepibile e in lui la vacca domina e comanda senza insegnare. in lui la vacca è padrona e divora l’amore come divora la vita. per il fatto che la vacca vive ora nella forma del cancro non può che divorare la vita e l’amore dell’assurdo che è questo figlio.

FIGLIO: e il mio canto è il canto senza vacca e senza padre, ed è il canto dell’amore che rinsalda la lingua alla saliva e alla radice e al sangue. il mio canto è il canto dell’amore. se la vacca mi insegna, è per conto del padre che insegna. se la vacca mi parla, è per conto del padre che parla.

ma è la mia voce che parla. la voce impossibile senza vacca e senza padre.

PADRE: nel giardino, un giorno in cui la vacca taceva, il figlio della vacca nella forma del cancro ha detto che la formica sa come trasportare sulla schiena un peso che a un uomo è inconcepibile.

ma tu non sei la formica, ho detto al figlio della vacca. tu non sei la formica e il peso ti è estraneo e inconcepibile. tu non sei la formica, e il peso è per te un’esagerata astrazione.

in te non c’è madre. in te non c’è amore. in te non c’è sangue e seme. in te la sopravvivenza è dipendenza dalla vacca nella forma del cancro. in te la sopravvivenza è la forma del mio male del cancro nella forma della vacca. in te la sopravvivenza è l’incredulo che palpa la piaga aperta. in te la sopravvivenza è la forma del non-amore della vacca che è in me nella forma del cancro che tu sei -

ma tutto questo è stato taciuto. la parola della mia voce ha detto:

tu sei il figlio

tu non porti peso

perché è il padre a portarlo

è il padre il tuo Atlante

è il padre che sostiene il peso che la formica sopporta

è il padre che fa sì che la formica sopporti tutto quel peso

è il padre che si fa carico del peso del mondo per renderlo leggero

e il peso è leggero

e il peso è una piuma

e il peso si tiene in una mano, come piuma

e il peso si tiene in una mano, e cessa il peso...

FIGLIO: nel giardino, un giorno in cui la vacca era con noi, ho detto che la forza della formica è mille volte la forza della formica. ho detto che la potenza della formica è mille volte la potenza della formica.

ma il padre nella forma del male della vacca ha detto che la forza della formica è solo forza della schiena della formica. ha detto che la potenza della formica è soltanto lo sguardo che guarda la potenza falsa della formica.

poi ha aggiunto:

tu sei il figlio

tu non porti peso

perché è la vacca a portarlo

e il padre tuo è il cancro in forma di vacca e di padre

è il padre che sostiene il peso che la formica sopporta

è il padre che fa sì che la formica sopporti tutto quel peso

è il padre che si fa carico del peso della vacca per renderlo letale

e il peso è la tua lingua muta

e il peso è pilastro che ti schiaccia

e il peso non lo porti a spalla, perché è morte e crollo senza scrigno

e il peso naviga inondante come una tempesta il tuo sangue...

ma tutto questo è stato taciuto, e la lingua stirata della mia parola ha detto:

la lingua muta della potenza della formica è il mio canto

e non c’è schiena nella formica

come non c’è schiena in me

il mio canto è quello dell’amore

e il padre non lo sa

il mio canto è un canto d’amore

anche quando il padre non può essere la formica che lo sovrasta

poi al padre ho detto dell’amore. e il padre ha pensato che fosse la vacca a parlare, ma la vacca non c’era più e la mia lingua era forte. allora ho detto:

l’amore mi informa

ma di me una parte più truce

ma di me una parte terribile

ma di me una parte letale

è forte come te

e il mio canto d’amore è una bestemmia a te

e la mia lingua strappata e bruciata

è il canto d’amore più forte

perché questa lingua non ha lingua che il canto

il padre ha pensato che fosse la vacca a parlare, e ha detto:

la tua lingua è informe

è di me la parte più truce

è di me la parte più terribile

è di me la parte più letale

è forte come me

e il mio canto è una bestemmia a te figlio della vacca

e la tua lingua strappata

è il canto senza canto

della tua lingua che ho vietato al canto

ma tutto questo la sua parola ha taciuto.

PADRE: poi il figlio mi ha detto dell’amore, ma era la vacca a parlare. mi ha detto:

l’amore mi informa

ma di me una parte che cuce

ma di me una parte che taglia

ma di me una parte che fruga

è forte come te

e il mio canto non è che bestemmia a te

e la mia lingua inventata e assurda

è il canto più osceno e infame

perché questa lingua non ha né lingua né canto

e ho risposto al figlio nella mia parola senza vacca né forma di male:

la tua lingua è informe

è di me la parte che cuce

è di me la parte che taglia

è di me la parte più letale

è forte come me

e il mio canto non è bestemmia a te figlio della vacca

e la tua lingua strappata

è il canto senza canto

della tua lingua che ho proibito al canto

FIGLIO: nella mia lingua senza lingua, il canto è per me un fatto senza vacca, un fatto senza padre. e la mia parola riposa nell’innocenza del dolore. nel dolore che mi salva, insalvabile. nella parola che mi parla, muta.

PADRE: da bambino, al primo sole, nell’ora in cui i genitori ancora dormono, io facevo la vacca.

Fare la vacca, nel linguaggio di me bambino significava: a terra, indosso solo la casacca del pigiama, camminare per la stanza a quattro zampe con tutta la roba innocente di fuori. con il buco per aria attendevo il mio fecondatore.
fare la vacca consisteva essenzialmente in questo poco: l’attesa del seme. l’attesa del riempimento di me.

al figlio ho lasciato la lingua incantabile. il sortilegio che il male in forma di cancro in forma di vacca, ha posato sulla mia parola.

non sono la vacca

non sono il suo cancro.








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 15 maggio 2009