Scrittori giovani e giovanissimi #4

Antonio Moresco



E per finire segnalo il romanzo di Rosella Postorino, L’estate che perdemmo Dio, pubblicato recentemente da Einaudi Stile Libero.
L’autrice, trentenne di origine calabrese, vive a Roma. In questo romanzo fa emergere a poco a poco, senza semplificazioni e conformismi narrativi, la vicenda dolorosa e partecipe di una bambina costretta a fuggire assieme alla sua famiglia da un paese del nostro sud a causa di una catena di vendette e uccisioni a opera della malavita. Il tutto è raccontato per linee interne e attraverso uno sguardo ravvicinato, tocchiamo con mano cosa avviene dietro la facciata di una famiglia che si potrebbe definire genericamente "mafiosa", le lacerazioni provocate da tutto questo nel tessuto intimo della vita, con la particolare e spiazzante aderenza alle cose dei bambini che decifrano un mondo come appena nato di fronte ai loro occhi (uno dei numi tutelari di questo libro è -non a caso- Anna Frank).
Ho conosciuto la sua autrice recentemente, in occasione della pubblicazione di Lettere a nessuno da Einaudi Stile Libero. E’ stata lei a darmi un prezioso aiuto nel lavoro finale sulle bozze di questo libro e ho potuto constatare in quella occasione la sua serietà, sensibilità e bravura. E’ una bella ragazza saracena molto freddolosa e che (ve lo assicuro, l’ho visto con i miei occhi!) si nutre quasi esclusivamente di carote bollite.
Scherzi a parte, di questo libro ho apprezzato la freschezza, la grazia, la delicatezza nel trattare un tema così doloroso e sentito, la maturità e la ricchezza sentimentale, il suo procedere per accumulo di osservazioni, emozioni e immersioni e il suo passo narrativo paziente, che non prende mai facili scorciatoie.

Riporto qui un paio di dialoghi tra la bambina protagonista e l’amato zio Saro e un altro brano sui giochi dei bambini durante l’estate:

D’estate i bambini giocavano in cortile fino a sera, correvano in bici attorno al palazzo di sette piani perennemente in costruzione, affondavano le mani nei secchi colmi di cemento cremoso per sentirne la consistenza, si facevano inebriare dal suo odore, sognavano di fare i muratori da grandi, anche Margherita, Margherita soprattutto. Salivano sulle carriole e si facevano trasportare a turno, passavano dal giardino nonostante i divieti, la ruota che disegnava un’impronta senza alibi sul terreno. D’estate i cugini sterminavano le formiche che correvano sui muri, spaccando le mattonelle, immergevano giocattoli di cui si erano disamorati nel canale di irrigazione, li vedevano scomparire e aspettavano ansiosi che tornassero, non sempre facevano in tempo a riprenderli, un fiume, una cascata in miniatura, l’esplosione dell’acqua sempre una festa, gelida sulle mani la facevano schizzare l’uno sull’altro. I bambini d’estate non rientravano in casa nemmeno per fare pipì, si calavano i pantaloncini o spostavano le mutandine sotto la gonna e la facevano lì, tra pale e picconi, tra betoniere e secchi, polistirolo a forma di l – e si chiedeva Caterina, l come Luppolo? La pipì caldissima impregnava la terra e la faceva schiumare, i bambini avevano mutande bagnate, corpi sudati, sul collo si formavano anelli neri che le madri strofinavano attonite, la sera, l’interno delle cosce pieno di piccole pustole, il sedere rosso di foruncoli. I bambini sopportavano la sete fino allo stremo, ma all’ultima corsa, all’ultimo calcio al pallone, uno di loro estenuato decideva di bere, ed era tutti insieme che finalmente rientravano in casa, lucida e ordinata sembrava surreale intorno ai loro corpi pulsanti, uno apriva il frigo e si attaccava alla bottiglia, succhiava l’acqua gelida contro ogni raccomandazione, in apnea, solo quando era sazio prendeva fiato, passava la bottiglia al prossimo, che si attaccava a sua volta, così fino all’ultimo. I bambini all’ora del tramonto si fiondavano tutti e quattro nella camera di uno dei cugini per vedere un telefilm, con le mani nere di terra consumavano girelle o pane e prosciutto, si stendevano sul pavimento davanti al televisore, spesso a casa di Caterina e Margherita: Giacomo amava stare lungo lungo sotto la Tv, Lena invece si sdraiava sul letto per comodità, ma nessuno la seguiva. Il fresco del marmo contro le costole ristorava di più, i bambini facevano il morto come stessero galleggiando sul pavimento, il fedele cuscino di Margherita sotto la sua testa, le bambole identiche delle tre cugine sotto il televisore.
I bambini non erano mai saturi di estate, la mattina presto puliti e pettinati erano già pronti a insozzarsi, a lasciare tracce dell’estate sulla pelle, si guardavano a vicenda le macchiette bianche che bucavano il rosa delle loro unghie rosicchiate, si domandavano come si chiamassero quelle microscopiche lune, o si confrontavano le birritte cresciute di notte, e la pelle viva, corallo brillante, scoperta dai loro denti, e si succhiavano il sangue a vicenda con la lingua, quando si ferivano, si scambiavano la gomma da masticare con mani luride, spesso giocavano a sputarsela direttamente in bocca, per provare la mira.
I bambini hanno avuto estati simili, quando i tempi lo avevano reso possibile. Quando ’Ntoni costruiva un palazzo che non avrebbe mai finito, quando ’Ntoni cercava strade che non lo avrebbero mai portato indietro. Chissà se lo avrebbero ricordato, i bambini, altrove, in futuro, quando fossero stati lontani per sempre dalla perfezione naturale dei loro corpi sudati, esausti di corse e di grida, dalla giustizia inappellabile delle loro ginocchia di pece, escoriate, dalle unghie nere di terra, capaci di trattenere a contatto con la pelle grammi del mondo che i bambini abitavano, ogni giorno, dalla mattina presto e per l’intero pomeriggio, in quelle giornate di gioia e scirocco, fino a quando qualcun altro non li avesse lavati via, chissà se avrebbero ricordato di essere stati i destinatari, un tempo, di una simile benedizione. Di quello stato di grazia.

***

– Zio, come mai tu non sei sposato?
– E che mi sposo a fare?
– Tutti i grandi sono sposati, tu perché no?
– E non sono grande, io, si vede che sono ancora giovane, è presto.
Salvatore rideva. Saro aveva qualche anno più di lui.
– Non è vero, mi scherzi, – si arrabbiava Caterina.
– Tu ti vuoi sposare?
La bambina guardava il padre, per capire se quella domanda fosse troppo intima e rispondere fosse spudorato, ma lui nemmeno faceva caso a lei, azzannava il pane al pomodoro come selvaggina appena cacciata.
– Sì. Anzi no, magari mi faccio suora.
Non era solo una provocazione. Fare la suora a Caterina era sempre parso riposante: regole precise, divieti e concessioni, impossibile sbagliare. Un mondo più semplice, dove si corrono meno pericoli. Quando la maestra le aveva detto scherzando che col brutto carattere che si ritrovava – permalosa, emotiva, lacrimeintasca – non avrebbe mai trovato marito, Caterina aveva risposto, come uno sputo, che lei il marito non lo voleva, che si sarebbe fatta suora. La maestra si era messa a ridere, mentre l’alunna diventava paonazza a furia di trattenersi, finché il pianto non tracimava come liquido da una brocca crepata.
– Ma quale suora? Chi ’nda ’a fari r’i suori?
– Perché che me ne devo fare delle suore? Non ti piacciono le suore?
Nemmeno con la maestra era stata una provocazione, nonostante la rabbia: come si permetteva di burlarsi di lei? Le suore erano irregimentate, oltre lo schema previsto dalle leggi che avevano adottato c’era il caos dell’esistenza, e loro si erano sottratte. Le suore volevano bene a tutti ma a nessuno in particolare. Soffrivano meno, per questo, le suore. Liberate dalla responsabilità, si mettevano nelle mani di qualcuno: e non avevano più colpe. Un respiro di sollievo.
– Ti vuoi vestire tutta di nero? Ti vuoi mettere il velo? Secondo me col velo ci stai male.
Caterina si voltava a guardare la madre, lei restituiva lo sguardo, ma non la aiutava a capire. Si poteva parlare così delle suore, o era peccato?
– Sì, tutta di nero, – esclamava decisa. Lo sfidava.
– E non ti vuoi trovare un marito, fare i figli, abitare in una casa tua?
– Tu pure non ci hai la moglie, e manco i figli, tu pure.
– Che c’entra, io sono un maschio, faccio sempre in tempo…
In tempo per cosa?, si chiedeva Caterina, ma non voleva dare la soddisfazione di domandarlo.
– E poi chi te l’ha detto a te che non ci ho la fidanzata?
– Sei fidanzato? – Caterina inarcava le sopracciglia.
Lo zio si puliva il mento col dorso della mano senza smettere di masticare.
– E com’è la tua fidanzata?
– Dài, Caterina, è ora di dormire, – interveniva la madre, alzandosi dal divano.
– Bella. Come deve essere?
– E come si chiama?
– Eh… Crocifissa.
– Non è vero.
Lo zio sghinazzava. – Allora… Concettina! Ti piace?
– Vabbo’, ho capito, non ce l’hai la fidanzata!
– Ce l’ho, ti ho detto! Che ti dico bugie, io?
– Sì.
– No, non te le dico, lo sai.
– E allora presentamela.
– No, a te non te la faccio conoscere, ché sei un’impicciona, se no come gli devo dire poi: questa è mia nipote l’impicciona?

***

Poi arrivò Saro. Con la sua alfetta rossa. Il solito sorriso un po’ dolce un po’ strafottente. Dentro la macchina c’era anche Turi. Avevano portato le brioche per i bambini: mentre Lena, Giacomo e Margherita mangiavano un croissant, Caterina ingoiò a piccoli bocconi una girella con l’uvetta, grossa come tutta la sua faccia, che zio aveva comprato apposta per lei. Lui sì che conosceva i suoi gusti.
– Zio, dici che moriamo?
– Un giorno?
– No, oggi.
– Ma che moriamo? – Lo zio dispensava risate rassicuranti, liberava dalla tana, come se fosse stato lui a picchiare forte la mano sul muro, e tutti ora potessero uscire dal nascondiglio. Il tono da vincitore, come sempre, sdrammatizzava: – Ora ce ne andiamo a casa e ci facciamo una bella partita a carte.
– E perché siete tornati prima dal lavoro?
– Io perché avevo voglia di stracciarti, ma se tu non te la senti di accettare la sfida.
– Sì sì, certo! Pensavo però che era per il terremoto.
– Caterina, qui da noi viene sempre il terremoto, pare che è il primo! Siamo abituati, così è la terra nostra, non c’è da avere paura.
Saro si accorse, dall’espressione della bambina, che non aveva capito bene. – Scusa, Caterina, noi qua ci siamo nati, o no?
– Sì.
– E pure i nonni, e i bisnonni, e i genitori dei bisnonni.
– I trisnonni!
– Ecco. Se da tutto questo tempo stiamo qui, tutti quanti, vuol dire che per forza siamo capaci di starci, che siamo fatti proprio per stare qui, che qui ci stiamo bene, e non c’è niente di pericoloso, non dobbiamo avere paura.
– Tu non hai mai paura, zio?
– No.
– Di niente?
– Di niente.
– Nemmeno dei serpenti?
– No.
– Nemmeno dei topi?
– Ma figurati!
– I fantasmi?
– Non esistono.
– Il diavolo?
– Ma chi ve le ficca nella testa queste fesserie? Quale diavolo?
– Il diavolo esiste, al catechismo ci hanno det.
– Caterina, senti a me, di diavoli ce n’è in giro ma non sono come quelli che ti pensi tu.
– Cioè?
– Vai a preparare le carte, dài, conta se ci sono tutte o ne hai persa qualcuna.
– Secondo me hai paura pure tu.
– E di che?
– Boh, aspetta… eh… del buio!
– No no. Scommettiamo?
– Sì, ora ti tappo gli occhi e vediamo quanto resisti.
– Vabbo’.
– Se hai paura mi dài cinquecento lire.
– Va bonu, anima ’i rinari.
Quella battuta, anima di denari, e l’esperimento riempivano Caterina di ilarità. Mentre i genitori e gli zii stavano fuori, sparpagliati nel cortile, a conversare come se avessero dimenticato il nuovo dramma a cui si erano votati, incapaci di vivere senza, dentro la fiat uno si era scatenata la ridarella nervosa che hanno i bambini quando credono che i grandi stiano concedendo troppo, e non se lo aspettavano, quando sentono di prendersi l’abuso.
Seduta in braccio a zio Saro, la bambina gli copriva gli occhi con le manine: – Vedi, zio? – No. – E hai paura? – No. – E adesso? – gli tirava un pizzicotto sul braccio. – No. – Resisti? – gli soffiava sulla faccia. – Sì. – Che vedi? – Niente. – Qui ci sono i fantasmi! – alterando la voce. – Se c’erano i fantasmi, bella mia, da ora che tu avevi gridato –. Più che ridere Caterina pigolava, ma questo non le impediva di dichiarare: – No, no, nemmeno io ho paura dei fantasmi, giuro!
Quando la ridarella si stemperò da sola, o forse la madre venne a chiamarli – la tragedia era finita, Caterina si doveva lavare: nessuna scossa li avrebbe più travolti, al telegiornale avevano detto che non si prevedeva un altro sisma, e i bambini si sarebbero finalmente dovuti pettinare e vestire e l’indomani sarebbero andati a scuola e all’asilo: – Va bene, zio, hai vinto, – disse Caterina. – Non hai paura di niente.
Lo zio la guardò sospirando. Si guardò le mani, poi le scarpe, poi guardò la sua alfetta, poi il muro così grigio spesso alto, poi il cielo così leggero, mobile: no che non era più un tempo da terremoto. Tirò fuori dalla tasca cinquecento lire e una gomma a forma di elicottero: il piccolo mugnaio bianco delle merendine come pilota.
Caterina la afferrò: – L’hai trovata nei tegolini?
– Te la regalo.
La bambina la annusò. Aveva l’odore inconfondibile delle sorprese contenute nella scatoletta rossa, il mulino disegnato sopra, ma era mischiato anche all’odore delle tasche dello zio. Sigarette, profumo, metallo e carta, quella puzza di usurato che hanno i soldi.
– Prenditi le cinquecento lire, ché andiamo a casa.
– Perché? Hai vinto tu.
– No, Caterina, non potevo mai vincere.
Caterina si mordeva il labbro e socchiudeva gli occhi, la testa piegata di lato. Non capiva.
– Solo i fessi non hanno paura di niente.
– Allora tu sei fesso! – rispondeva pronta.
Pensava che la sua insolenza lo avrebbe fatto ridere. Invece gli occhi dello zio erano biglie nere incapaci di rotolare sulla sabbia.
– Zio?
Saro sollevava il viso ed era dolce di nuovo.
– Hai ragione, Caterina. Come dobbiamo fare con questo fesso di tuo zio, mannaggia a lui?
Caterina lo abbracciava, convinta che avrebbe potuto farlo per sempre.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 12 maggio 2009