Rettorica

Teo Lorini



A un raffinatissimo testimone della nascita e della caduta del fascismo come Alberto Savinio, venne l’idea di crearsi una Nuova enciclopedia, repertorio di voci e di oggetti, di personaggi e di concetti da cui ripartire una volta conclusa, non senza tenacissimi strascichi, la follia collettiva del Ventennio.
La voce "Rettorica" inizia con la descrizione dei biglietti da mille lire in circolazione nei primi anni Quaranta, quelli che si vedono in certi vecchi film con Totò e che erano grandi come scendiletto. Chissà perché, si chiede Savinio, un paese povero come l’Italia stampa banconote così grandi? E giunge alla conclusione che quegli sterminati biglietti da mille

"sono essi pure un esempio della sproporzione tra apparenza e realtà, tra quello che si mostra e quello che effettivamente è, e dunque un esempio di rettorica. A un amico che mi domandava perché io scrivo rettorica e non retorica, risposi che retorica è la forma più giusta ma è anche forma dannunziana, allo stesso modo che dramma noi lo scriviamo con due emme e i dannunziani con una emme sola"

Savinio conclude notando che proprio "la rettorica, ossia la sproporzione tra apparenza e realtà, è il vizio peggiore degli italiani e il più nefasto".
Ma non è l’unica volta che, nella sua pagina, l’italianissima -e nefasta- inclinazione alla rettorica viene appaiata al dannunzianesimo e quasi riassunta in esso. Ecco, ad esempio, dal capitolo di Ascolto il tuo cuore, città che descrive il lancio della Fedra, nuova tragedia dell’Imaginifico, con la prima tiratura messa in vendita da Treves (e prontamente esaurita) due ore prima del debutto al Teatro Lirico.

"I centauri, gli ufficiali, gli intellettuali del Cova, ai quali si erano aggiunte le più belle spalle, le più belle mamme, le più belle braccia di Milano non trovavano piacere nei libri di D’Annunzio, ma il riflesso piuttosto dei loro desideri e l’immagine di come essi stessi volevano essere. Mai come nel tempo dannunziano l’uomo trovò nella letteratura il proprio ideale. Ogni nuovo libro del «divo» era un avvenimento «personale» dei centauri e dei loro compagni. La vita si regolava sull’ultimo libro di D’Annunzio. Se Verdi, nella parola stessa di D’Annunzio, pianse e amò per tutti, D’Annunzio per parte sua «visse e amò per tutti gl’italiani»"

Sarà forse un caso, ma proprio a un passo di D’Annunzio fanno pensare i titoli e le paginate dei giornali di questi giorni. Ecco qui, a concludere queste suggestioni di lettura, alcune righe dal prologo dell’Innocente

"La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi […].
Tra me e Giuliana era avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di lei s’erano andati accumulando. Io l’aveva offesa nei modi più crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio spirito corrotto. Ero stato l’amante di due tra le sue amiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo, imprudentemente […]. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in silenzio.
C’erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale.
Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte più d’una volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei errori. «Anch’ella dunque - io pensavo - comprende che, essendo io diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, posso giustamente disprezzare l’opinione altrui e vivere nella assoluta sincerità della mia natura eletta»
Io ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto. Orgoglioso e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio, un’abnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a un’espressione, a una manifestazione del mio desiderio.
A poco a poco, infatti, di abuso in abuso, io era giunto a riconquistare la mia primitiva libertà col consenso di Giuliana, senza ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il mio studio nell’esser leale, a qualunque costo, come altri nel fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e Giuliana, il nuovo patto di fraternità, di amicizia pura. Ella doveva essere la mia sorella, la mia migliore amica"

Il resto della storia è noto. A Giuliana, moglie dello "spirito raro" Tullio Hermil, non passa per la testa di infrangere questo "patto di fraternità e di amicizia pura" con importune lettere ai giornali. Lo ripaga bensì, per una sola volta, della sua stessa moneta, provocando un’ira non meno fervida di quella che satura in questi giorni stampa e televisione.

Un dubbio.
La tragedia si ripete, come noto, sotto forma di farsa. Ma se a suonare farsesco è già l’originale, come bisognerà definire la brutta copia?








pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 10 maggio 2009