Scrittori giovani e giovanissimi #1

Antonio Moresco



Negli ultimi tempi ho letto alcuni libri di scrittori giovani e giovanissimi che mi hanno in un modo o nell’altro colpito e che segnalo ai lettori di questo sito.
Il primo si chiama Pietro Dell’Acqua, ha venticinque anni e una laurea in matematica, vive in provincia di Como. Il libro che qui segnalo si intitola Zeropuntozero ed è uscito nel 2008 da Galaad Edizioni. È il secondo che questo giovane scrittore ha pubblicato. E’ una raccolta di racconti scritti in una lingua varia, ricca e viva, pieni di immaginazione ma anche di scontentezza e di rabbia. A me pare che uno che a venticinque anni (ma diversi di questi racconti sono di uno o più anni fa) scrive così sia una promessa e che debba avere un futuro come scrittore.
Riporto qui un paio di questi racconti.
(A.M.)

Tempi difficili

Nonsipuò, nonsipuò starnazza uno strano essere con tanti peli giallognoli arricciati ordinatamente sopra la testa, rinchiuso tra le quattro mura di un’aula, schiacciato tra una cattedra e una lavagna, spappolato tra una laurea e una zitellaggine incancrenita. Nonsipuò piagnucolano due occhi drogati di stress, congiuntivi e congiuntivite, nonsipuò, arrivati in quinta, non sapere queste cose, davvero, che figure mi fate fare, io vi porto all’esame, sono tre anni che vi insegno, che figure mi fate fare, davvero, come si fa a non sapere ste cose, robe che ripetiamo da anni, anche un demente le saprebbe ripetere, anche un bambino dell’asilo, uno di quelli legati alla sedia e frustati, bravobravissimo, così, anche uno di quelli, anche un neonato, anche una cellula stammimale, che non sono auguri da fare, soprattutto a un povero interrogato in preda al panico, la sedia che brucia, altro che il miliardario, il milionario, quel che l’è, altro che sedia che scotta, in palio centocinquantamila euri, altro che quella, questa sedia di più, in gioco la pleistescia, il motorino, la libertà per un uik end, altro che euri in gettoni d’oro, che vanno bene giusto per il carrello della spesa, euri che convertiti in lire fanno su per giù cinquemila lire, e con cinquemila lire, al giorno doggi, non ci si compra una sufficienza. Allora molteni… Allora, sedia in ebollizione, mani che cercano la risposta in mezzo al pizzetto stile delpi dei tempi peggiori, niente, non si trova, solo confusione, solo sudore, nessuna traccia di strazianti pomeriggi passati chinati su libri voluminosi pieni di perifrastiche passive e depresse o di videor costruiti e smontati per far vedere come non funzionano. Che poi queste cose sono sempre sembrate a tutti solo inutili minchiate riservate a chi passa la vita a completare la fila di nove nove nove, solo roba riservata a chi leccare il culo è il minimo, a chi più figlio di papà e di zoccola non si può. Nonsipuò, molteni, davvero… Davvero non è proprio roba questa, da perderci tempo dietro, dice il pizzetto e tacciono tutti, tutti meno la clak in prima fila, quasi tutta al femminile, pronta a sorridere e ad applaudire a ogni sputazzo del buffo animale piumato con davanti un registro che crede di mettere paura disegnando dei numerini dentro le tante caselline. Basta, a posto molteni, quattro e a posto. In mano la sedia, torniamo nei ranghi, un po’ bastonati ma non troppo, che ne abbiamo presi quattro ma giocavamo fuori casa, avevamo l’arbitro contro, che ormai il voto è solo una formalità, il quattro è già scritto, bisogna solo presentarsi e ritirarlo, niente di più, il resto è solo una farsa, spettacolo per il pubblico, applausi scroscianti per il boia. Su la sedia, a posto e, prima di tornare alla carica, un attimo di pausa.

Nonsipuò, davvero, stare qui ad aspettare sto pullmino, aspettare, aspettare, e dopo che sono già quattro anni che si aspetta, questo è il quinto e ultimo, a quanto dicono, poi ti lasciano andare, se tutto va bene, aspettare, aspettare, e poi quando arriva, tutto arancione e pesante, è tutto impestato di primini, così impestato che neanche a spingere, a ruzzare e a tirare cartoni a destra e a sinistra si riesce a farsi largo. Prendiamo il prossimo? Prendiamo il prossimo, che dobbiamo fà, chissà quanti anni ci lasciano qui ad aspettare, però. E venti, il prossimo passa a e venti, va bene, altri dieci minuti, dieci anni, poi siamo forti a sufficienza per spezzare le catene di scuola, genitori, amici, pochi ma putridi, poi forse la smettiamo con questa triste tortura di assecondare le più diverse follie dei più diversi professori, forse. Aspettare, camminare avanti e indietro, guardarsi in giro, spaesati. Aspettare, tirare su il naso che il fazzoletto non c’è. Tirare su, sentire l’aria bloccarsi e la gola inaridirsi: forse è già arrivato il raffreddore. L’autobus no di certo.

Allora, occhiata all’orologio, porca di quella, sono già e dieci, come faccio a spiegare foscolo, allora dell’acqua, vediamo di fare in fretta, che è l’ultima ora del sabato, che sei l’ultimo interrogato, poi abbiamo finito, dai, in fretta, svelto, traduzione e analisi. Comincia dal capitolo diciotto. Leggo in latino? Sì, prima in latino. Via da firmamentum fino a oblatis, in questo passo da montanaro da scarpe grosse cervello fino, un certo tizio chiamato cicerone, ma con la ci maiuscola, non uno di quelli dei musei, uno di quei rompiballe dalla parlantina smisurata, uno di quelli che ti rovina la gita, ti fa vomitare, altro che il viaggio, altro che mal d’auto, è quello, il ciccerone, che ti fa vomitare. Questo qui, con la ci maiuscola, invece scrive, ma sicuramente come saliva sparsa e come effetto strizzastomaco non è inferiore ai colleghi delle città darte e dei musei darti. Tra parentesi, spero che prima o poi spiegheranno da dove spunta questo mitico popolo darto, che in qualsiasi cosa è dentro diventa tutto oro, tutto eccezionale, tutte grandi espressioni darte. Bene, traduci, ora puoi tradurre. Occhei, tradurre. Firmamentum è neutro, uuum, fondamento, ’saldo fondamento è’ e via così, fino a ’o creda a quelle portate da altri’, in un delirio in cui il famoso ciccio di prima racconta la rava e la fava sulla scelta dell’amico, sui criteri filosofici su cui affonda e annega l’amicizia. Seee, va bene, adesso puoi iniziare il commento. Inizio, firmamentum è il fondamento e eius stabilitatis constantiaeque è in genitivo, di quella stabilità e… Scusa un attimo, dell’acqua.

Tirare su il naso, camminare avanti e indietro, aspettando di invecchiare e diventare improvvisamente maturi e marci, che è ora di smetterla di essere così dei bambocci, degli infanti sempre pronti a gridare ueee, mamma, mi ha fatto la bua, è ora di smetterla, di camminare avantindietro, di tirare su il naso, non è che siano dei grandi passatempi. Guardare in giro, tanto c’è solo freddo, attesa, parole scroscianti che fanno tanta schiuma ma che non vogliono dire nulla, gente che aspetta, impaziente, di andarsene, solo d’andarsene, nient’altro. E diciotto e ancora niente, prima o poi arriva, speriamo prima, che in questandare d’onde fa un freddo cane.

Scusa un attimo, sguardo che si leva da qui e vola, sorvola un po’ di banchi e alla fine si schianta, a bersaglio. Senti molteni, mi hai proprio rotto i… Ecco. Non segui mai un tubo, sempre lì a chiacchierare con quegli altri tre pistola, ti fai interrogare sempre per ultimo e non sai mai un cazzo, basta, quest’anno, anche se è l’ultimo, ti devi dare una mossa, altrimenti ti sturo, hai capito molteni, ti devi dare una mossa, basta canne, svegliati, altrimenti… Rossore e vapore sudato di finta incazzatura. Altrimenti niente. Altro rossore, di folgorazione improvvisa. Ah, prima che mi dimentichi, vi ho riportato le versioni. Versioni, parola misteriosa, difficile arcano che in otto lettere racchiude insieme sterminio di massa e speriamo che me la cavo. Te, Bragalonieri, distribuisci. La tizia prescelta, quella più novenovenove di tutti, si alza, scava nel mucchio a prendere per primo il suo bell’osso d’oro a forma di nove e mezzo, o qualcosa di più, e poi si aggira qua e là a distribuire le altre ossa, molto più malconce, molto più di cadavere, con ancora addosso la puzza di errori, a tutti gli altri poveri mortali seduti per un caso disgraziatamente sfortunato nella stessa aula. Marelli? Eh. Sei tu che hai preso dieci, giusto? Sì, sì, sono io, anche se questo marelli con punto di domanda mi ha fatto venire una certa strizza, anche se se mi sgamava col libro in mano, altro che dieci, sì, sono io, anche se ho scopiazzato tutto pari pari. Bravo marelli, scrivi la tua fantastica traduzione alla lavagna così che tutti possano… Toc toc.

Toc toc. Chi è? Il lupo mangiafrutta. Che cosa vuoi? Mela. Non c’è. Arancia. Non c’è. Pera. Non c’è. Kiwi. Non c’è. Cocco. Non c’è. Ananas. Non c’è. Mango. Non c’è. Papaia. Non c’è. Basta, mi arrendo, cos’è?

Toc toc. Ciao cara. Salve prooof. Quanto tempo. Cosa ci fa qui dopo tanto tempo? Che piacere. Se ricordo bene lei era quella cagacazzo di disegno e storia darta che era programmata solo per fare tre cose in croce, tipo urlare, stracciare i disegni urlando rifare, e urlare di fare silenzio. Tre cose in croce: urlare, urlare, urlare. Che piacere. Quanto tempo. Scusate un attimo ragazzi, esco un attimo a con la prof. Il verbo in mezzo non conta. L’interrogazione la continuiamo dopo, dell’acqua, non preoccuparti. No, no, non mi preoccupo. Che piacere. Quanto tempo. Scusate un attimo ragazzi. Quanto tempo perso.

E diciannove, e venti, e ventuno, alla fine si è presentato all’appuntamento. In ritardo, ma si è presentato. L’importante è quello. Brum brum, sul rumoroso parallelepipedo con quattro ruote attaccate che magicamente si muove, fa tanto casino, come magia deve essere abbastanza malriuscita, abbastanza mago merlino pasticcione, comunque il coso cammina. L’importante è quello. Brum brum, in mezzo alla folla di motorini e macchinine buone solo per giocare un po’ all’autoscontro. Brum brum, in mezzo al bordelloso traffico di gente che sgomita pure su questo pullman, uno peggio dell’altro, davvero, inutile aspettare e dieci e venti, inutile, sempre gente che ruzza e che sgomita perché non c’è spazio, e ginocchiate nello stomaco del vicino per accaparrarsi il posto a sedere, altro che prego vecchina. Tenere la presa salda sui pali, mi raccomando, da non volare per terra, sgomitare e guardare fuori, il mondo fuori che scorre via veloce. A una fermata lo scarico si apre e almeno la metà della merda se ne va, per fortuna, si sta un po’ più larghi, per fortuna. Sulla pensilina campeggia abusivamente, su un’area destinata al tranquillo pascolo degli occhi dei passeggeri tristemente impalati, una pubblicità di un beccamorti del posto, una pubblicità tutto azzurro pace e legno bare di qualità. Una toccatina di coglioni e via.

Quanto tempo, quanto tempo sprecato ad aspettare seduti sopra una sedia come quelle dell’asilo o delle alimentari, fa lo stesso, quattro ferri eddu pezzi di legno, aspettare, aspettare, aspettare cosa?, cosa non si sa bene, ma prima o poi, finito l’iter burocratico di breinuoscing della durata su per su di una decina d’anni, prima o poi l’attesa finisce, ti staccano dall’albero, ti mettono su il bollino cichita o roba del genere e basta, maturo sei maturo, colto sei colto, il nostro liceo ha eseguito il suo compito, adesso devi affrontare la vita, adesso sono affaracci tuoi. Quanto tempo, chissà per quanto tempo devo restare qui a temprarmi a dumila gradi su sta dannata cadrega, basta, andiamo a vedere la versione, andiamo a vedere il voto. Ecco l’osso, morsicato e sgagnato un po’, ma non troppo, fa ancora tutto sommato una bella figura, davvero, non pensavo di cavarmela…Otto. Otto? Eppure fuori non nevica. Occhiata al compito. No, non è possibile, mi ha corretto superiore, quelle cose poste sopra, le precedenti, vabbè, è istess, letterale e libero, la sostanza è la stessa. Un bel polposo punticino segato via solo per questo, e no, non è giusto. Comunque otto è sempre otto. Comunque è sempre meglio mettere via punti per i tempi difficili che arriveranno. O che sono già arrivati.

Finalmente la rete fognaria si decide a farmi uscire da questa latrina e a farmi partecipe del mondo di merda che si diverte a correre e a spernacchiare fuori dal vetro. Scendo, lo prendo per il bavero, muso duro, resta fermo per un po’. Un attimo. O qualcosa di meno. Poi, come sempre, fugge via. Passare di traverso per la strada sfrecciante da pedone incauto, incosciente, che non sa quali alfieri ci siano in giro al giorno doggi, con quale facilità lo possano far volare fuori dalla scacchiera senza che neanche se ne accorga, senza che neanche possa dire mah, beh, perché?, niente, basta una casella bianca e te lo vedi sfrecciare davanti e puoi dire che strizza, per un pelo, basta una casella nera e ti centra in pieno e non puoi dire neanche mah, beh, perché?, niente, muto fuori dai giochi, zitto, non disturbare che la partita continua e che carpov ha bisogno di silenzio per concentrarsi.

Silenzio, ragazzi, ma che fate! L’imprecazione in mezzo non conta. Possibile che alla vostra età non posso uscire un attimo che vi mettete subito a fare un casino dell’accidenti? Essuu! Possibile che devo ancora ripetervi queste cose? Nonsipuò, davvero, arrivati in quinta, comportarsi ancora così, davvero. Basta, muti, non voglio sentire volare una mosca, capito? Silenzio d’assenso. Oh, così, silenzio di tomba. La via d’uscita è già presa, già quasi portata a termine, ma a un tratto la chioma bionda si scuote, si gira come percossa da un montante ricordo e starnazza e tu, dell’acqua, cosa ci fai in piedi?

Alla fine, il piccolo pedone, con un leggero rigonfiamento sulla schiena, una specie di zaino, riesce a varcare le tre linee e le due corsie che lo separano dall’altro ciglio della strada. La solita triste processione di genitassisti in smoching e macchina blu con fodere in velluto mi attende, o meglio attende i tanti soli, piccoli figli con ancora addosso il ciuccio e il pannolone. Per me c’è mio padre con le palle girate su un pandino rosso fiammante. Ciao pa. Che cazzo è successo? Cos’è sto ritardo? Neanche il tempo di dare delle spiegazioni certamente plausibili e convincenti almeno al novanta percento, e già l’acceleratore tossisce, le gomme scivolano, su a tutto gas per la salita che tira, che il pandino se non lo tiri al massimo non tiene la terza, neanche la seconda a dir la verità, a tutto gas, che va bene, era tutto pieno, però io devo andare al lavoro, potevi sbrigarti, a tutto gas, che bisogna fare presto, non c’è neanche un attimo da perdere. Sì, va bene, calma però, adesso la salita è finita, l’incazzatura si sta riassorbendo, piano, che tanto abitiamo a un tiro di schioppo, non è necessario fare lo sciumacher della brianza, non è necessario accelerare così, chissenefrega di un piccolo ritardo. Sì, hai ragione, chissenefrega. Velocità normale, da paesino di qualche stagionato migliaio di abitanti, velocità bassa, tanto siamo in discesa, colpo sul freno che c’è il dosso, dai, siamo già arrivati, entriamo nella nostra bella rotonda, frizione seconda, davanti non c’è nessuno, dietro c’è la fila di spettatori in auto da avrei un leggero languorino, non è proprio fame, ross rois, roba di lusso, roba così, a sinistra nessuno, a destra c’è un camioncino bianco, ma è lontano, lontano, imbocchiamo questa rotonda e cominciamo a girare, il camioncino accelera, sì, ma tanto ancora qualche istante e siamo fuori, sì, ma tanto frena, adesso frena, star lì a pensare adesso frena e intanto il pandino continua a girare felice sulla rotonda, star lì seduti, convinti che adesso frena, e intanto una torre passa via dritta, centra in pieno la rotonda, il pandino e tu non puoi dire neanche mah, beh, perché?, niente, muto fuori dai giochi, zitto, non disturbare che la partita continua.

TOC. Chi è? Il lupo mangiafrutta. Che cosa vuoi? Mela. Non c’è. Arancia. Non c’è. Pera. Non c’è. Kiwi. Non c’è. Cocco. Non c’è. Ananas. Non c’è. Mango. Non c’è. Papaia. Non c’è. Basta, mi arrendo, cos’è? La patata. Come la patata? Sì, la patata. Ma la patata non è un frutto. Come no? E no. Il lupo mangiafrutta mangia la frutta, non la verdura. La verdura non vale. Ma la patata è un frutto. No, non è un frutto. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Sì, sì, mamma, mamma, vero che la patata è un frutto? Mammaaa, mammaaa. Eh, cosa vuoi? Mamma, vero che la patata è un frutto? Sì, sì, è un frutto. Visto? Nonnooo, nonnooo. Oh, cosa c’è? Nonno, vero che la patata non è un frutto? No, è una verdura. Visto? Ho ragione io. No io. No io. No io. No io.

Va bene, adesso la prendo in mano io la situazione, basta piacere piacere, basta da quanto tempo, chiudiamo la porta e tu dell’acqua ritorna sulla tua sedia. Hai una domanda, bene, chiedi pure, che non si dica mai che io non abbia lasciato parlare chiunque lo desiderasse e che poi non gliela abbia fatta adeguatamente pagare riempendolo di mazzate, parla pure, ah, non sei d’accordo con il voto, hai tradotto letteralmente, quelle cose poste sopra e te l’ho segnato errore, ecchetticredi dell’acqua, che sono la prima arrivata, ti sistemo io, non vedi marelli, come ha tradotto bene, le precedenti, lui si che è bravo, lui sì che sa ricalcare bene il significato originale nelle nostra italica lingua, lui sì che sa ricalcare, non tu, che pretendi di tradurre di tuo, le cose sopra, cosa sono?, le mensole, ah, ah, ho fatto la battuta, e voi, dentiere in prima fila, non ridete?, su, su, ridete, mensole, ridete, adesso ti sistemo io, dell’acqua, non preoccuparti, ti sistemo io, te lo faccio vedere io che fine fa chi si permette di venire qui a scassarmi i maroni.

Porca puttana, ma che cazzo ha fatto? Lei che cazzo ha fatto. Era mia la precedenza. Ma vaffanculo lei e il suo furgoncino di merda. Non la vede la rotonda, non lo sa il codice, non ha visto che mi ha portato via tutta la fiancata? Ma io… Che gente che c’è in giro al giorno doggi, davvero, gente che crede di poter andare sempre dritta e di poter avere sempre la precedenza. Gente che piuttosto ti tira sotto e ti spappola, ma fermarsi, non si ferma. D’altronde sono le regole del gioco, una torre può andare solo dritta; nonsipuò fargliene una colpa.

Pietro, pietro, urla qualcuno, che c’è lì un ragazzo con la testa china, gli occhi chiusi. Pietro, pietro, si avvicina qualcuno, svegliati, ma tanto pietro non dorme. Dai che adesso arrivano i soccorsi, dice qualcuno del pubblico accorso da case e macchine, dai che non è successo niente, eh, cristo, che disastro, dice l’autista del pandino e poi impreca contro il camioncino e contro quel casuale crudele gioco che ha colpito all’improvviso lasciando tutti impietriti.

Nonnooo, mammaaa, vero che, vero che, avanti così per tanto tempo, quanto non si sa bene, forse tutti i pomeriggi d’infanzia messi insieme, sempre a rincorrersi, saltare, un due tre stella, roba così, giornate che durano il tempo di un pomeriggio e un po’ d’ore di bel sole. Avanti così, dopo un toc fragoroso, non da lupo mangiafrutta, minimo minimo da orso delle caverne, avanti così, a chiedere se la patata è un frutto, se era gol oppure palo interno, se la felpa l’hai spostata, se sei un ladro, se era alta o appena sotto la traversa, la vita ti passa davanti, così si dice, la vita ti passa davanti e magari non ti vede e non si ferma, se ne va e ti lascia a piedi. Avanti così, fino a che il sole cala, i bambini corrono via e tutto si fa buio e silenzioso. Per un attimo. O per sempre. Fa lo stesso.

Benebene, dell’acqua, vedo che te la cavi, vedo che non crolli, sorridi, bravo, che adesso ci penso io a spazzare via tutta la tua sicurezza, adesso ci penso io, non preoccuparti. Bene, dell’acqua, hai appena detto come si traduce la temporale, adesso dimmi tutti i modi per tradurre la grandine. Mah, boh… Eh, eh, non siamo preparati, appena scavo un po’ nella vostra preparazione trovo queste grandi falle, eh, non va bene, nonsipuò, arrivati in quinta, non sapere queste cose. E zed più l’indicativo, costruzione monolocale e bifamiliare? Eh?… E, dell’acqua, non abbiamo proprio studiato, non abbiamo proprio aperto il libro, non va bene così, la preparazione è scarsa e lacunosa. Libro chiuso. Basta. Interrogazione finita. Interrogazione rovinata irreparabilmente in soli due magistrali colpi, un po’ come le rimonte iuventine, da tre a zero a quattro a tre con qualche rigore, qualche mano, tutto negli ultimi cinque minuti o meno, amaro in bocca per gli avversari, per il pubblico, per tutti quelli che sperano di vedere in giro un po’ più di giustizia e sono regolarmente delusi. Basta, a posto dell’acqua, quattro e a posto. In mano la sedia, torniamo nei ranghi, un po’ bastonati ma non troppo, che ne abbiamo presi quattro ma giocavamo fuori casa, avevamo l’arbitro contro, che ormai il voto è solo una formalità, il quattro è già scritto, bisogna solo presentarsi e ritirarlo, niente di più, il resto è solo una farsa, spettacolo per il pubblico, applausi scroscianti per il boia. Basta, a posto, anche se, a dir la verità, non è che siamo proprio a posto, qualche botta qua e là fa ancora male, qualche segno delle schegge di vetro c’è ancora, qualche livido ricordo nella testa ronza ancora, ma a chi vuoi che importi. Morto o vivo non fa differenza, non interessa a nessuno. Quattro a posto e basta, che tanto cosa pretendi, cosa ti illudi; si sa che per fare il professore non è richiesta un’anima.

Com’è profondo il mare

Questo giorno non l’aspettavo da molto, cinque anni, al massimo sei. Cosa c’è di speciale in un giorno come gli altri, in riva al mare a vedere l’acqua che si muove, instancabilmente, ad assaggiare il solito pan di zucchero, come dolce, qualche panino, un po’ di sole, niente di speciale, direbbe uno che vede da fuori, è solo routinosa noia questo stare seduti sulla spiaggia. Scavano scavano instancabilmente nel passato le mie due bimbe sulla spiaggia, una fossa enorme, scavano scavano nella sabbia tra bisticci e tirate di capelli. C’è il sole puro quello dei giorni migliori dove tutto è chiaro, chiaro cosa devi fare, dove appaiono ancora più scure, le ombre dentro la fossa dei ricordi.
C’era un bellissimo scoiattolo, nella gabbia. Saltellava qua e là, poi si fermava o andava a sbattere. Tutti dicevano che era felice. Mangiava, saltellava e andava a sbattere, voleva dire che era felice. Anche i pappagalli o i merli che dicono vaffanculo sono felici, non sanno cosa dicono, dicono. Un giorno che continuava ad andare a sbattere, io volevo, ma tutti no no, ti arriva un ceffone. Uno non si rende conto di quant’è difficile trovare il coraggio di aprire la gabbia, è tutta una vita che non ci riesci grida la fossa. Passano davanti le foto di un giornale qualunque, gente qualunque che si insulta o scopa, non c’è nessuno che prova a spiccare il volo, solo banalità, roba da consumare insieme al panino, meglio il panino. Bambine da brave, meglio non dire niente, passare distratti nel tempo che affluisce a onde, bagna i piedi attraversa tutto il corpo e esce denso, dagli occhi.
Vieni ch’è pronta la cena, rumori lontani, seduti su un albero tutta la realtà è più lontana, giovani rampanti pronti a spaccare il mondo con la purezza delle idee, dei bei frutti che stanno sull’albero, ben staccati da terra, a mezz’aria, respirare e far finta di rimanere qui così, sospesi, per sempre, tanto la vita è lunga, intanto la cena si fredda, urla lontane, sospesi, piangere per la bellezza così alla portata e così impossibile da acciuffare.
Vado a bagnarmi, dice un imperfetto sconosciuto che mi passa di fianco, volete venire anche voi?, invita i due piccoli operai che stanno scavando nel passato, venite, pausa, no, no, lasciali stare, vattene via, voglio stare in pace, lasciaci stare in pace, più tempo che si può sull’albero. Vai vai, lasciami in pace.
Quando uno è giovane non la sa capire la monotonia e la banalità del mondo, interpreta ogni evento che gli capita come qualcosa di unico ed eccezionale, non li vede ancora i fili del caso che muovono tutto secondo copione. Ti presento uno, ti dice un’amica magari, in un fine settimana qualsiasi, ma il caso ne sceglie sempre uno come gli altri, e gli occhi si illuminano già, sotto il sole, vedendo scendere il principe a cavallo dal castello di sabbia che brilla, bello come i frutti, in mezzo all’indistinto tuttattorno. Vai vai che qui c’è la brava mogliettina che ti aspetta, una figura in cartone, in compensato, disegnata pitturata, non io, non guardare me, io non sono io. Ti presento uno, quando uno è giovane non lo sa che non c’è granché da sorridere e sorride, prende in mano il piccone e comincia non si sa bene perché a picconare picconare instancabilmente, fino a che il muro non viene giù, il muro che lo separa dall’altra persona. E dopo tutta questa fatica qualsiasi cosa gli appare è dotata di uno splendore incredibile, immediatamente uno sconosciuto, una faccia e un manichino che si muove per strada, un oggetto anonimo e incolore diviene di colpo Lui.
Guardalo come entra nell’acqua, non lo senti, questo incredibile sentimento che a ogni ora del giorno e della notte ci ricamano su canzoni, film, di tutto e di più, non lo senti il riso che ti cade in testa e tutti che dicono evviva gli sposi, gli anni passati in comune a decidersi se firmare o no sto benedetto contratto, no, non viene proprio via l’anello.
Risuonano dappertutto i lividi delle botte prese. Devi pensare a lavorare, non guardare le nuvole, guarda per terra, le voci che vengono dalla casa, dal passato, come urlano, guarda per terra, pensa ai soldi, pensa a campare, urlano, com’è bello il cielo, però. Nascondersi da qualche parte, non farsi vedere, macchiare un foglio di splendidi colori, non farsi vedere, dove sei?, l’orizzonte e il mare in qualche pennellata, le illusioni che galleggiano sull’acqua, dove sei?, la terra che si lascia bagnare, sbriciolare, terra che scompare nel mare, dove sei?, t’avevo detto di..., adesso vedi adesso. Guardalo come nuota, come si gira indietro a controllare che le sue certezze siano sempre qui ferme immobili a riva, tanto il mare porterà via tutto, prima o poi, si vede che non lo sa, si gira indietro, io non vedo più nessuno, vedo solo rosso mattone.
Come va amore?, benebene, tutto occhei?, benebene, vuoi da bere?, benebene. Serate a cena, strappati dall’albero, costretti ormai a sorridere, passa poco arriva la consapevolezza, magari entra in ritardo, tutta bagnata, si toglie il cappotto si siede vicino e non si riesce più a sorridere, non viene più naturale. Rispondere cortesemente senza offendere nessuno, mostrandosi sempre cordiali e accondiscendenti verso il prossimo che così si fa e c’è poco da discutere, chiaro?, sì, sì, certo, benebene.
Cosa ci trovi in quei libri sdolcinati, pieni di spose, di fiabe, cosa ci trovi?, i segni della vita mancata, verrebbe da rispondere, ma è difficile trovare il coraggio, il coraggio di aprire la gabbia, seduti con le gambe che fanno avantindietro senza sosta, un’inquietudine difficile da smaltire, una cosa da non dormire, da perdere gli anni e i capelli tra ciocche bianche e altre di un nero disperato, avantindietro senza sosta, ancora adesso è rimasto quel piccolo movimento di bambina, che si sta lentamente spegnendo. Mamma mamma possiamo?, certocerto, rispondere distrattamente che partorire risposte significative agli interrogativi sparsi ovunque è una cosa che non si può fare così, su una spiaggia, ci vuole l’ombra, la sera, bisogna chiudere gli occhi e molte volte non si riesce lo stesso. Mamma mamma ci aiuti?, certocerto dopodopo, quando ho finito.
Tanto se chiedono in giro, se raccolgono testimonianze, non arriveranno mai comunque a niente. Nei film si sente sempre questa storia del delitto perfetto, contrapposta sempre all’infallibile detective, ma se uno legge i giornali, guarda la realtà, si vede che la maggior parte dei delitti, che la maggior parte delle volte non hanno tutte le carte in regola per diventare perfetti, lo diventano comunque, forse perché c’è mancanza di detective infallibili oggigiorno. Nei film non è tutto da buttare però, qualcosa si impara, le regole fondamentali, poi è logico che ci vuole applicazione per arrivare a un certo punto, questo.

Babbo, che eri un gran cacciatore
Di quaglie e di fagiani
Caccia via queste mosche
Che non mi fanno dormire
Che mi fanno arrabbiare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

La radio, accendi la radiolina ti dicono di solito, per distrarti sulla spiaggia. Bella questa canzone, di tanti anni fa, non troppi, piace ancora, c’è una bella voce, mancina, a fare compagnia al piccolo lucio, anche qualche chitarra un po’ più elettrica rispetto agli anni fa. La musica, non questo brusio elettrico che esce adesso, la musica che non suona nessuno, quella che non si sente con le orecchie ma si sente, quella che si vorrebbe sentire mentre si respira, quella che tutti dicono manca il senso, parlano di dio, della filosofia, ci costruiscono castelli di merda, è la musica che manca e senza musica non c’è tempo per vivere.
Il delitto perfetto è facile, tuttosommato, nella realtà, la cosa più difficile è decidersi, una cosa è dire lo strozzo una cosa è farlo, nascono spesso delle confusioni su queste cose, tipo vammorì ammazzato poi in realtà la maggior parte delle volte non si fa niente, can che abbaia non morde, si diceva. Una cosa è pensare, una cosa è fare, c’è di mezzo il mare.

È inutile
Non c’è più lavoro
Non c’è più decoro
Dio o chi per lui
Sta cercando di dividerci
Di farci del male
Di farci annegare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

È facile prendere una bottiglia d’acqua, una qualsiasi, il caso ne sceglie sempre una come le altre, buttarci dentro una sostanza di quelle che nei film dicono incolore insapore effetto nel giro di una mezz’ora. È facile farne bere qualche sorso all’interessato, prima di entrare in acqua. La gente pensa che è una cosa truce, da violenti, che bisogna essere pazzi per fare una cosa del genere, invece no, basta un po’ d’organizzazione, il difficile viene dopo. Uno pensa basta finito fatto, invece dopo c’è da fare la vedova inconsolabile, almeno per un po’, fornire una versione dei fatti chiara, senza contraddizioni, senza però ostentare una lucidità eccessiva che sarebbe in contrasto con il profondo dolore per l’accaduto. Tutte cose di scena, battute da pronunciare nei momenti e nei tempi giusti, senza teatralità ma fintefalse al centopercento, solo un bel campionario di emozioni catalogate, che sono poi quelle con cui tutti si riempiono la bocca emozioniemozioni, catalogate non lo dice nessuno che sono catalogate. Ma come fai a non provare pietà per un poveruomo che affoga in mezzo al mare?, gridano tutti, tutti puliti dentro i loro destini catalogati, tutti sicuri che non c’è scusante per l’assassino, sembra che non lo sanno, ma in realtà lo sanno, quanti omicidi compie il caso, nessuno dice niente, chi prova a ribellarsi assassino e basta. Ognuno si ribella come può, come riesce, ma il punto è che è la ribellione a essere perseguita e punita con ferocia, non il resto, il resto diconodicono valore della vita umana ma non gliene importa nulla. La vita umana la buttano in giro così a manciate, un po’ la calpestano, un po’ la fanno fiorire, la grana sì che gli dà fastidio se succede qualcosa, il sistema sì che deve avere solide basi di rincoglionimento dentro la testa, se gliele spacchi, allora sì che s’incazzano sul serio, altro che condizioni di vita, fame nel mondo, storielle che si sentono sui mezzi di disinformazione raccontate da signori in giacca e cravatta, magari con l’ausilio di qualche professorino tascabile in economia, da esibire nei festini dell’alta società, che spiega compito che considerati i mercati e le borse internazionali, considerato l’andamento del prodotto interno lordo e dei tassi di interesse, la vita umana, che non è quotata in borsa, non vale niente.
Cos’è un uomo che muore affogato per un malore?, ma quello non è un uomo, è Lui, per poco, poi il muro ricresce, poi appaiono chiare tutte le occasioni e tutta la bellezza persi, sotto il sole puro quello dei giorni migliori dove tutto è chiaro, chiaro cosa dovevi fare, dove appaiono ancora più scure le ombre della malinconia. Cos’è un uomo affogato?, un trafiletto sbadato su un giornale di provincia, una nota triste che si sente per pochissimo nell’aria, poi passa la banda con il fracasso e la cassa e si porta via tutto.

Frattanto i pesci
Dai quali discendiamo tutti
Assistettero curiosi
Al dramma collettivo
Di questo mondo
Che a loro indubbiamente
Doveva sembrar cattivo
E cominciarono a pensare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare

Sei senza sentimenti, senza anima, sbraitano tutti, tutti candidi dentro il loro cuoricino puro, pieno di impulsi egoistici distillati fino a raggiungere il grado di affetto puro e disinteressato, senza anima, inveiscono scandalizzati, sicuri di avercela l’anima loro, da qualche parte, da più parti tutti sono concordi che deve esserci da qualche parte, questa cosa che ci distingue dagli animali che possono essere torturati, squartati, abbattuti senza che il cuoricino candido si macchi, l’uomo invece no, non può essere abbattuto.
L’opacità del mondo rifugge spaventata sotto il sole che brucia e accende la scottante verità sotto gli occhi, obbliga a vedere anche chi non vuole, anche chi si gira dall’altra parte. L’inutilità passeggia per la spiaggia, tranquilla, sempre uguale a se stessa. Schizzi di tristezza e di rabbia spumeggiano nel mare, sempre teso nel tentativo di raggiungere la terra e sempre sconfitto. Il trantram in giro procede sempre uguale e uguale, tutti indaffarati, bendati e bardati verso questioni della minima importanza, senza pensare, senza scomporsi. C’è uno che si agita a un centinaio di metri da riva, dalla radio che canta, dal giornale che tace, sprofonda, riemerge, poi crolla giù, senza scomporsi.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 6 maggio 2009