L’omonimia in tempo di guerra

Maria Cerino



ovvero La pace del camminatore

Otto, sette o anche sei ore che separano da un risveglio in mattinata non troppo tardi né presto, diciamo otto e trenta, non sono molte. Mi ripeto che non sono molte soprattutto se il sonno arriva, se il terrore mi stanca come riesce a far sempre e nel letto sento di rimpicciolirmi, rattrappirmi come accade a un vecchio ma più simile all’angoscia di una bambina spaventata dal buio e della porta chiusa e le pareti della stanza sembrano così impossibili da vincere per lei che ne è piegata all’interno ma invisibili – ne è convinta, invisibili – per chi è fuori e la sa sola e potrebbe decidere di graziarla, impietosita (la creatura), o invece, affamata, divorarla per esempio. Alle otto del mattino non manca molto se mi giro di fianco e lascio che il sonno mi distragga magari mentre penso al libro che ho abbandonato prima che un capitolo terminasse nel mezzo della pagina, in un concetto inconcluso e con cattiveria, quella specie di sadismo con cui mi diverto a trattare certi autori, che pure amo. E immagino all’ansia che avrà provato lo scrittore, nel mezzo di quella pagina, quella fame bulimica nel voler portare in salvo, mettere a sicuro, le proprie idee ma salvarle dagli altri, gli altri scrittori, fare sua quella storia che può perdere in qualsiasi momento, può perderla oppure svuotarsi, diventare una scena nera e in dissolvenza svanire dalla sua mente e concretizzarsi cento mille volte più forte nella mente di un altro autore; ed è nient’altro che questo un libro, una lotta contro il tempo dei restanti uomini.

Se anche mi metto di fianco, quand’anche il pensiero dell’autore frustrato mi abbia avvicinato di un’altra mezz’ora alle otto – potrei a quel punto decidere di svegliarmi alle sette e trenta e preparami un caffè mentre il resto della famiglia ancora dorme – rimangono ancora sei ore, più di sei ore. Mi stendo sulla schiena e guardo l’armadio che sta sospeso sulla mia testa, un movimento leggero , un soffio di nulla potrebbe staccarne i ganci a cui si regge e schiacciarmi, soffocarmi; ma non è così che arriverebbe la fine, non dall’alto almeno. Sprofonderemo, sento che sprofonderemo tutti e non nello stesso momento, inizierà da una stanza, una stanza come la mia, più grande o più piccola e cadranno le case una dietro l’altra e sarà angosciante l’urlo di chi precipiterà un istante prima di noi, soprattutto se sarà quello di nostro padre e di nostro fratello e ci scoppierà il cuore come si muore su un aereo che si schianta, prima dell’impatto. E cadremo tutti sembrando un Magritte di sagome che fanno la girandola nel vuoto. Mia madre in sovrappeso con la maglia del pigiama che nel sonno tiene alzata a pancia scoperta che gira e gira e i capelli si muovono lenti. Le facce bianche con la bocca chiusa e dritta, gli occhi spalancati, morti che cadono in massa, una morte alienata. E ho il terrore del profeta, a cinque ore dal mattino e dal caffè caldo con un cornetto alla marmellata – potrei alzarmi alle 7:15 e passare a comprarne uno appena sfornato al bar qui sotto – penso che dovrei avvisare quanta più gente possibile, dargli modo di stringersi nello stesso letto, di esser vigili. Prendo il cellulare e chiamo il numero fisso di casa, i tre telefoni squillano di suonerie diverse per circa quattro volte, mammina risponde con la voce rauca e dice pronto, pronto, pronto. Sento i miei fratelli rigirarsi nel letto, il rumore delle molle dei materassi, mia madre lamentarsi con mio padre, mia nonna che entra in una veglia a occhi semiaperti accanto. E una nenia biascicata sull’orario improbabile per ricevere una telefonata, un mormorio che arriva dall’appartamento dei vicini, uno dei due si è alzato ha aperto il frigo e ha bevuto dell’acqua dalla bottiglia, la porta ha cigolato e l’ha sentita la signora del palazzo di fronte che dorme con le finestre aperte e ha il sonno leggero da quando è rimasta vedova e così anche lei si è alzata per chiudere le imposte e poi si è svegliato l’inquilino del piano superiore che ha acceso il televisore per riprender sonno e poi una famiglia della villetta vicino e anche il cane si è messo ad abbaiare e gli ha risposto un altro cane ancora e un altro ancora, e sei, sette cani che abbaiano e tanta gente stordita dal sonno che se ne lamenta e esce sui balconi, si affaccia dalla finestrina del bagno mentre piscia. Ma che cazzo ti abbai, fa un tizio in mutande e urla tanto finché una neonata si sveglia e inizia a piangere. E la mamma porta la neonata alla mammella, il tizio che ha urlato vergognandosi ritorna al letto, il cane smette di abbaiare e smettono anche tutti gli altri, l’uomo che non può dormire mette in mute il televisore, la vedova si siede sul divano per assopirsi e anche mio padre riprende a russare con mia madre a pancia scoperta che gli riposa accanto. Sento le persone ritornare al sonno e nuovamente cado nell’ansia, scricchiola il pavimento per aprirsi, percepisco il movimento della materia, il rumore che fa l’atomo nel più minuscolo pezzetto del mattone.

Scendo in strada quando mancano quattro ore al mattino e iniziano a sembrarmi poche – più i passi si susseguono più il tempo mi sembra un blocco enorme, un’unità macroscopica fatta di persone e generazioni (e Anna ha generato Maria e Maria una Anna e ancora Maria che ha sgravato Anna, così, di Madre in Figlia, fino a me che sono una Maria figlia di Anna e avrò una figlia che si chiamerà Anna e le chiederanno a chi sei figlia e risponderà a Maria e come si chiama tua figlia risponderà Maria, e andremo avanti così finché una figlia troppo impegnata non avrà figli o morirà prima di averne uno, allora per del tempo verranno Irene figlia di Laura figlia di Irene) – e mi stanco, respiro a fatica pur restando nel cortile girando in tondo intorno a casa. Il tempo è profondo, è così profondo che se precipitassimo tutti nel cadere avremmo un’altra vita, una vita misurata con il tempo di caduta e la fine sarebbe il fondo e al fondo arriveremmo consumati, polvere.








pubblicato da m.cerino nella rubrica emergenza di specie il 29 giugno 2012