La cultura ufficiale italiana, come Gomorra

Carla Benedetti



I premi letterari da un lato, le classifiche di vendita dall’altro. I primi attestano il valore dei libri, le seconde quante copie hanno venduto. La qualità contro la quantità. Ma stanno davvero così le cose? Forse in altri paesi, non in Italia.

Prendiamo lo Strega, il più ambito e il più chiacchierato dei premi. Se ne è parlato molto in queste ultime settimane, dopo la «vittoria annunciata» di Daniele Del Giudice e il suo dignitoso ritiro. I meccanismi del premio sono stati descritti recentemente sia su L’espresso", sia sul suo sito che pubblica anche l’elenco dei quattrocento giurati: in buona parte manovrati dai grandi editori che si fanno dare il voto in cambio di qualcosa (talvolta anche della pubblicazione di ciò che il votante scrive). I grandi gruppi editoriali si spartiscono le vincite, tanto che se un gruppo viene premiato troppe volte di seguito, come è accaduto negli ultimi anni, scoppiano i malcontenti.

Tutti gli addetti ai lavori lo sanno, e forse anche molti dei lettori forti, quelli che sanno scegliere e si tengono informati. Non è impossibile che un buon libro vinca lo Strega, ma se succede è per caso, o per qualche circostanza fortunata, visto che la qualità non è il principale criterio di valutazione. E se si scorre la lista storica dei vincitori se ne ha una conferma: fino a un certo punto i premiati erano i migliori scrittori, Pavese, Morante, Moravia, Volponi, mentre da un certo punto in poi la qualità si è abbassata vistosamente.

E allora perché un premio come questo continua a esistere? Semplice: perché lo Strega fa vendere. Il suo prestigio si traduce in quantità di copie vendute. E gran parte del mondo della cultura fa finta di nulla, accetta l’ipocrisia. I media, che pure sanno come funzionano certi premi, si comportano come se non lo sapessero, continuano a dare loro credibilità e enfasi, a danno dei tanti lettori "ingenui" che comprano il libro premiato pensando sia il migliore, quando magari nelle librerie ci sono decine di libri più interessanti e più belli.

Ma ciò che è semplice da capire per un italiano non lo è per un francese, un inglese o un americano che ha come metro di paragone il Goncourt, il Booker Prize, il Pulitzer, il National Book Award. Quei premi non potrebbero permettersi una simile immagine negativa senza essere declassati nel prestigio e nell’attenzione dei media. Il Pulitzer per il giornalismo fu criticato perché privilegiava le inchieste dei grandi quotidiani. In seguito la giuria si comportò in modo da fugare il sospetto, e preservare quell’"onore" che il premio non poteva perdere. In Italia non funziona così. Forse perché, come aveva diagnosticato Leopardi, gli italiani vedono subito il nulla che sta dietro a ogni illusione e quindi anche dietro all’onore, illusione moderna creatasi nelle moderne nazioni civili in sostituzione delle illusioni antiche.

L’onore per Leopardi non era una gran cosa, niente di paragonabile ai fuochi che animavano gli antichi. Però era pur sempre qualcosa, capace di arginare per esempio il cinismo. Se un francese o un tedesco si astiene da certi comportamenti è perché tiene alla buona reputazione presso le persone della sua cerchia. Ma tra gli italiani questo correttivo non si è mai formato. L’onore non è tenuto in nessun conto, non solo da politici e uomini d’affari, ma nemmeno dai letterati, nemmeno da coloro che si pregiano di conferirlo, con premi alla qualità.

Il lettore straniero si domanderebbe anche come mai tanti scrittori italiani considerino ovvio che nei premi non vinca il migliore. E si chiederebbe come sia possibile che qualcuno arrivi a sostenere che il premio Strega rappresenti un «bilanciamento» del mercato e della «totale autocrazia del successo di vendite», come ha sostenuto Antonio Scurati autocandidandosi al premio, se poi ciò a cui tutti puntano, partecipando allo stesso premio, è proprio il successo di vendite? Ma allora, forse è meglio il mercato, con i suoi dati, brutali, ma che non sono ipocriti.

La quantità è l’astro emergente dei nostri tempi. Un tempo uno scrittore si sarebbe peritato a fregiarsi del blasone del numero di copie vendute. Oggi questo pudore è stato superato. Ricordo il titolo di un articolo su "Magazine" del "Corriere della Sera" «Come ti vendo centomila copie». Conteneva il ritratto intervista di Paola Mastrocola.

A legittimare la quantità, assurta a valore, sono state elaborate diverse teorie: la grande letteratura è per pochi, il successo di vendite è sinonimo di un salutare rifiuto dell’atteggiamento elitario. Cose che assomigliano in modo inquietante a quello che dice a Cristo il Grande Inquisitore immaginato da Dostojevskij nella parabola narrata nei "Fratelli Karamazov". Cristo è tornato sulla terra e con i suoi miracoli disturba la Chiesa e i suoi ministri. Il Grande Inquisitore lo fa arrestare in nome di ciò che, secondo lui, vuole la grande maggioranza degli uomini, che sono deboli e vili. E accusa Cristo di aver parlato per pochi eletti, mentre loro si preoccupano di tutti.

Così ragionano oggi molti letterati italiani. Ogni idea di nutrimento e di elevazione del pubblico è stata eliminata. La grande letteratura sarebbe per iniziati? Beh, allora iniziate il grande pubblico. Cosa ci stanno a fare altrimenti le pagine culturali, le letture pubbliche, i premi in diretta tv?

Nel mondo della cultura la quantità detta legge in tanti modi. Alcuni, come quelli descritti sopra, sono più vistosi, altri più sottili. Nel settembre scorso la commissione selezionatrice del film italiano in concorso per l’Oscar scelse "Gomorra" di Matteo Garrone con questa motivazione: «È il film che ha maggiore probabilità di farcela, al di là dei gusti personali» (come dichiarò a "la Repubblica" uno dei selezionatori, il produttore Riccardo Tozzi). Anche in quel caso il giudizio personale ha preferito farsi da parte per sottomettersi alla media del gusto altrui, di un immaginato pubblico da Oscar, una media supposta.

Succede così anche in ambito estetico quello che Keynes vedeva agire pericolosamente nel mercato azionario: ci sono anche qui molte persone intente a «prevedere come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione media medesima». Per illustrare meglio questo paradossale comportamento degli speculatori, che devono prevedere le variazioni che influenzano la psicologia collettiva del mercato, lo paragona a un concorso di bellezza, in cui il votante deve eleggere non quella che gli pare la più bella, ma quella che ha più probabilità di piacere alla media dei votanti. Keynes traeva la sua immagine non a caso dall’ambito del gusto, dove per definizione regna il giudizio idiosincrasico del singolo, e dove quindi il fatto che possa prevalere un giudizio medio collettivo poteva suonare grottesco. Eppure oggi questo avviene persino qui, nel regno del giudizio di valore, dei premi culturali, delle votazioni sulla qualità.

Se la circolazione dei libri è sempre più affidata ad astratti parametri di mercato, indifferenti alla bellezza, ciò non è dovuto solo alla forza intrinseca dell’industria della cultura, ma anche a queste strutture di giudizio introiettate, a questo continuo immaginare cosa piacerà alla media del pubblico, da cui spesso anche le giurie dei premi sono condizionate, alla ricerca di un facile consenso.

Così mentre in America può capitare che un grande scrittore come William Vollmann, che non è tra quelli che vendono, riceva il National Book Award, in Italia può succedere che grandi scrittori, uno di questi è Antonio Moresco, autore di una ventina di libri di notevole qualità, non abbiano mai ricevuto nessun premio letterario, né grande né piccolo (mentre magari lo ricevevano all’estero).

Un’altra osservazione sui numeri. Le giurie del Booker Prize e del National Book Award sono composte di cinque votanti. Il piccolo numero ha un senso: il premio è l’espressione di persone che hanno tra di loro un’affinità, o che comunque si prendono la responsabilità delle scelte, ci mettono la faccia. In Italia lo Strega ha 400 votanti, il Campiello e altri hanno giurie popolari di centinaia di persone.

Persino la classifica dei libri di qualità, nata da poco per iniziativa del festival Pordenonelegge e del Premio Dedalus, che si presenta come alternativa alle classifiche di vendita, ha messo insieme cento grandi lettori che ogni mese votano i libri migliori. Molti di loro sono direttori di collane editoriali (vedi qui e qui). Il risultato finale è comunque la sommatoria di cento voti anonimi. Ma la media dei gusti di cento lettori diversi che cosa dà? La risultante di tanti colori mescolati è un non-colore saturo e sporco. È il solito meccanismo, una quantità travestita da qualità.

Ma allora, meglio abolire i premi. E anche le classifiche di qualità. Perché la responsabilità per questo stato di cose non è solo degli editori e delle logiche di mercato (che sono potenti in Italia non più che negli altri paesi). Dalle polemiche sul premio Strega emerge un quadro triste della cultura italiana. Perché tante persone (non solo editori, ma anche giornali, media e scrittori) si prestano a una finzione che, certo, premia quantitativamente ma anche umilia il lavoro di ognuno di loro? E perché restano in piedi istituzioni che conferiscono un prestigio così disonorato? Forse perché in Italia il mondo della cultura non è meno spaventoso di quello della politica. Nella società letteraria troviamo lo stesso paese cinico, corrotto, vile, reso gregario rispetto allo status quo.

«Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati?», scriveva Roberto Saviano nella "Lettera a Gomorra" (su "Repubblica"). Saviano si rivolgeva alla sua terra che per definizione è la «terra della paura». Ma una domanda analoga la possiamo rivolgere a quella terra impaurita e gregaria che è in gran parte diventata la cultura ufficiale del nostro paese. Dovunque automatismi che lasciano pochissimo spazio. Dappertutto il merito viene sopraffatto, le intelligenze mortificate, la grandezza repressa. Clan che funzionano come mafie, elargiscono visibilità a chi si sottomette, e esclusione e criminalizzazione per chi si ostina a stare in un’altra dimensione. Grazie all’azione di questi meccanismi e di tutti quegli individui condizionati nelle loro scelte, o che sognano la media, quella cosa che viene chiamata cultura sta diventando in Italia sempre più vuota di idee e di proposte che possano essere di nutrimento agli uomini e alle donne in questa epoca feroce e disperata.

(Questo articolo è uscito su "l’Espresso" N. 17, con il titolo "Idea: aboliamo i premi")








pubblicato da c.benedetti nella rubrica qualità quantità il 29 aprile 2009